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URIATINON

Spazi densi alla moviola dell'anima

Teresa Maria Rauzino

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Nata a Peschici ( FG), si è laureata in lettere moderne presso l'Università di Firenze, con una tesi sul Ventennio fascista in Capitanata(relatore il prof. Rosario Villari).
E' autrice del volume "Il Regio Liceo Lanza. Dalle Scuole Pie agli anni del regime (Parnaso, Foggia 2004)", segnalato tra le migliori monografie ai Premi “Conversano-Marangelli” e "Capitanata 2005".
E' socia della Società di Storia Patria della Puglia ed è iscritta all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti.

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May 16

Giro d'Italia ancora a Peschici

TAPPA TUTTA ITALIANA AL GIRO D”ITALIA… OVVIO, SI ARRIVAVA A PESCHICI!

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La tappa a Priamo e la maglia rosa a Visconti. Ne volete di più?

Non c’è stato modo migliore di salutare e osannare la carovana dei girini da parte della cittadina garganica oppressa da malumori e perplessità sul suo immediato futuro. Il “colpo basso” della passata stagione con quel rogo che ha provocato anche morti non è stato ancora metabolizzato e su tutto incombe un interrogativo pressante: “Come andrà la prossima?” Benvenuto allora al Giro, che ha - almeno si spera - dissolto qualche dubbio: il paese c’è, la vegetazione c’è (diminuita ma c’è), gli abitanti sono sempre lì, non li ha evacuati nessuno, la voglia di proporsi al meglio c’è anche questa, l’ospitalità si è “raddrizzata” perché s’è capito che tutto può succedere da un momento all’altro quindi non mi conviene tanto fare lo “sborone”, le case sono sempre in piedi e Peschici è sempre Peschici! Le riprese televisive, d’altronde, sono state buoni testimoni di tutto quanto elencato e non mentono, non possono mentire.

Chi ancora telefona alle agenzie rivolgendo domande a dir poco strane sullo stato di salute della cittadina (neanche fosse stata attraversata da un uragano o sommersa da uno tsunami) ne avrà avuto ampia conferma e si spera che ogni perplessità si sia vanificata. Peschici ha salutato il Giro e ha portato fortuna ai colori italiani regalando vittoria e primato in classifica a corridori di casa nostra, per di più giovani ed entusiasti, sportivi fino al midollo.

Di rimando ci auguriamo che il Giro abbia fatto bene a Peschici. Nessuna pretesa, sia chiaro, ma almeno oggi è andata in onda sugli schermi di mezza Europa la documentazione che la vita non s’è mai fermata e continua ad andare avanti, con qualche ramo in meno, sicuro, ma nella certezza che nulla si è “mai” perduto definitivamente e tutto riprenderà - come ha già ripreso - con una coscienza maggiore e un’acuita forza di volontà.

 

PIERO GIANNINI

su www.puntodistella.it

 

 

May 09

Un paese (Sannicandro Garganico) si converte all’ebraismo

LA SINGOLARE STORIA DI DONATO MANDUZIO E DEGLI EBREI GARGANICI

Autore: Antonio Vigilante









Il volume di Elena Cassin su Manduzio




Ho voglia, nella giornata della memoria, di raccontarvi una storia non tragica, anzi a lieto fine; una storia nostra, garganica, anche se non abbiamo molta voglia di riconoscerla come tale, perché provoca in noi qualche imbarazzo. E’ una storia quasi incredibile, che percorre al contrario, ed in piccolo, il cammino che ha portato all’Olocausto.
La notte fra il 10 e l’11 agosto del 1930 un uomo dorme nella sua casa: una stanza imbiancata a calce con un soppalco in legno. Una casa povera di un paese povero. Il paese si chiama Sannicandro, e si trova nella parte settentrionale del Gargano.
L’uomo invece si chiama Donato Manduzio, ha quarantacinque anni, è sposato con una donna di poco più giovane di lui ed è conosciuto ed apprezzato nel paese per certe sue doti di guaritore, oltre che per l’abilità nell’organizzare teatrini popolari.



Donato Manduzio


Dunque Donato dorme, ma una voce lo sveglia. La voce dice: “Ecco, vi porto una luce”. E nel buio Donato vede un uomo con in mano una lanterna spenta. Per accendere quella lanterna, spiega quell’uomo a Donato, occorre del fuoco, ed è proprio lui, Donato, che lo possiede.
Donato Manduzio capirà il senso di quella visione solo il giorno dopo, quando un suo conoscente gli porterà una copia della Bibbia ricevuta da un protestante. La lettura della Bibbia lo sconvolge: distrugge le statue e le immagini di Cristo, della Madonna e dell’Arcangelo Michele che ha in casa, considerandole segni di idolatria; il suo Dio da ora in poi sarà il Dio dell’Antico Testamento.

Manduzio, cioè, segue la religione ebraica, ma non lo sa ancora. Degli ebrei non ha mai sentito parlare, non sa nemmeno che esistano ancora. Immagina che il popolo dell’Antico Testamento sia scomparso. Grande è la sua meraviglia quando scopre che invece gli ebrei esistono ancora, e che anzi sono anche in Italia.

Subito, insieme ai compaesani che condividono la sua conversione (poco più di una ventina), prende contatto con la comunità ebraica di Roma per ottenere il riconoscimento ufficiale dell’appartenenza al popolo ebraico. La cosa non è facile. Gli ebrei non fanno proselitismo, ed il processo di conversione è lungo ed accurato, ma Donato ed i suoi sono determinati, non vogliono per nulla al mondo rinunciare alla verità, una volta che sono riusciti a scovarla.




Il neo convertito Antonio Bonfitto e il suo asino con la stella di Davide





E così il 22 ottobre, alla presenza del rappresentante del rabbino di Roma, viene inaugurata la sinagoga di Sannicandro garganico: una abitazione povera come le altre, con l’essenziale per il culto ebraico.

Arrivano, nel settembre del 1938, le prime leggi razziali, che porteranno a gravi forme di discriminazione nei confronti egli ebrei. Da Roma, il rabbino capo cerca di risparmiare agli entusiasti di Sannicandro la persecuzione: “Voi - scrive a Manduzio - non siete ebrei, perché non siete nati ebrei, e d’altra parte la vostra conversione non è stata mai legalizzata”*.
Ma Manduzio risponde sdegnato. E’ ebreo, e tale vuole essere riconosciuto a tutti gli effetti, costi quel che costi.

La vita della comunità prosegue tra l’ostilità delle autorità fasciste, scandita dalle principali festività ebraica ma anche da frequenti discordie interne, fino a quando gli Alleati entrano anche a Sannicandro. Tra loro, dei soldati ebrei della VIII armata britannica, che apprendono con non poco stupore dell’esistenza di quello stranissimo gruppo di ebrei garganici. Dai frequenti contatti con questi soldati nasce la prima idea di emigrare in Israele.


Il 4 agosto del 1946 finalmente gli ebrei di Sannicandro ricevono la circoncisione. Davide Manduzio muore poco tempo dopo, compiuta la missione di completare la conversione dei suoi all’ebraismo.

L’11 novembre del 1949 gran parte degli ebrei di Sannicancro partono per la Terrasanta. Alla migrazione, fenomeno di ieri e di oggi nella terra garganica, questi uomini riuscirono a dare un significato particolarmente profondo. Non era un andare verso una terra sconosciuta, ma il ritorno a casa.

Quale è la morale di questa storia? Mi fa venire in mente una storia che racconta Moni Ovadia nel suo ultimo spettacolo. Un ebreo novantenne di origine ucraina - un uomo che nella vita ne ha viste di tutti i colori - incontra nella metropolitana, a New York, un uomo di colore con l’abito e l’acconciatura tradizionale ebraici. Non crede ai suoi occhi, e non resiste alla tentazione di parlargli. Gli si avvicina e gli chiede: “Scusi, non riesco a fare a meno di farle una domanda. Ma a lei, essere nero non bastava?” A questo punto il pubblico ride ed applaude. La storia finisce lì.
Nessuno sa quale sia la risposta del nero ebreo. A nessuno interessa. Eppure io so che in quella risposta c’è la morale della storia singolare di Donato Manduzio e dei suoi.





* Elena Cassin, San Nicandro. Un paese si converte all’ebraismo, Corbaccio, Milano 1995, p. 47.






©2008 Antonio Vigilante. Questo saggio è tratto dal blog MUNTU, LABORATORIO DIDATTICO.


Le foto utilizzate per illustrare questo articolo sono tratte dal volume di Elena Cassin.









May 04

SAGRA DELLE ARANCE 2008

SABATO, 3 MAGGIO: RODI RENDE OMAGGIO ALLA PROPRIA RICCHEZZA

 

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  Da pomeriggio del 3 scorso a sera inoltrata, vi hanno partecipato tutti: singoli privati e operatori turistici, imprenditori addetti ai lavori e scolaresche. Una festa di colori, suoni, giochi, profumi, balli, canti e danze (giovanissimi ballerini si sono esibiti in una sfrenata pizzica carpinese ossequiando le tradizioni dei padri). Tra banchetti addobbati (uno allestito persino dal “glorioso” URIATINON… Cos’è? Scopritelo da soli, se siete capaci!) e imbanditi in concorrenza con tavolate da pranzo natalizio o matrimoniale e artisti di strada lanciati nelle loro funamboliche acrobazie, si sono sviluppati orgoglio e passione di chi ha voluto riportare agli antichi fasti, nelle loro più diversificate utilizzazioni, frutti che hanno colmato i mercati di mezza Europa osando perfino varcare gli oceani. Erano i primi anni del Novecento, certo, ma sono ritornati, o almeno stanno ritornando a farsi rispettare. Le foto parlano da sole, ha suggerito con la solita modestia l’autrice (Terry Rauzino), che proprio per questo non ha voluto stendere un rigo di commento. E sono talmente tante che non abbiamo resistito a sceglierne una trentina e farne addirittura tre pagine da pubblicare su questo sito. Godetevele tutte! … Dimenticavamo la consueta sollecitazione quando si tratta di… politici. LETTERINA - Esimio signor Carmine D’Anelli, sindaco di Rodi, cerchiamo di fare in modo che certe manifestazioni non si esauriscano per inedia. Non ci faccia dire altro, perché entrambi sappiamo (noi forse più di lei!), cosa s’intenda per inedia. Sono così ricche di fascino, turbamento, retaggio, malìa, magìa, che vedersele sfumare sotto gli occhi farebbe male al cuore. A buon intenditor… FINE DELLA LETTERINA

PIERO GIANNINI

su www.puntodistella.it 

 Redazione

April 26

Gli studenti dell'ITCG Mauro del Giudice alla scoperta del loro territorio

Un convento francescano è immerso nell’oasi agrumaria di Rodi









Rodi può vantarsi di avere uno tra i più antichi conventi di tutta la provincia monastica dell’Angelo (che comprendeva la Capitanata e il Molise), infatti l’anno di fondazione è il 1538. A dare il consenso fu l’arcivescovo sipontino Giovanni Maria del Monte, diventato nel 1550 papa con il nome di Giulio III.
La domanda per la fondazione fu fatta dal popolo rodiano, il quale aiutò i frati con le offerte. Furono sempre i fedeli a finanziare la costruzione, strutturata secondo l’antica forma dei Conventi cappuccini, con Officine e Celle al pianterreno.
Anche il Comune di Rodi contribuì alla costruzione, devolvendo i proventi ricavati dalla tassazione della vendita del pesce.
Il convento rimase così fino al 1600, quando il barone Cesare San Felice, feudatario della città, rinnovò ed allargò la struttura, tanto che ora ha ben 14 celle, tutte disposte al secondo piano.
Il cenobio era situato a un miglio dal paese e portava il nome dello Spirito Santo.








Infatti, oltre a un bell'affresco all'interno della chiesa, all’esterno si poteva ammirare il Santo Sigillo dedicato allo Spirito Santo.
A quei tempi, il C0nvento era abitato da otto frati, i quali trovavano il necessario per vivere, sempre attraverso le elemosine dei fedeli.
La Chiesa fu consacrata l’8 settembre 1678 dall’arcivescovo di Siponto, che a quel tempo era Vincenzo Maria Orsini (divenuto poi papa con il nome di Benedetto XIII).
Venne chiusa nel 1811, durante il decennio francese, ma fu riaperta nel 1818, dopo il congresso di Vienna. Fu chiusa definitivamente il 1 gennaio 1867, con la devoluzione dei beni ecclesiatici da parte del Regno d’Italia.
Negli anni successivi, fu praticamente abbandonato ad un destino di progressivo degrado. Il restauro, compiuto dalla Soprintendenza alle Belle Arti di Bari, e risalente al 1979, è rimasto incompiuto.
Secondo me, questa è una festa che dovrebbe essere rinnovata in tutti i suoi aspetti, partendo però dal restauro del Convento, mai finito. Si dovrebbe organizzare qualche cerimonia per essere celebrata da tutto il paese e non solo da noi ragazzi.

Nazario Saccia


“Guardando Rodi dall’estremità della banchina si nota, tra il verde cupo degli alberi, una bianca costruzione: è il convento di Rodi. Questo convento è tra i più antichi della provincia di Foggia, infatti fu fondato nel 1538 dall’arcivescovo Giovanni Maria del Monte. L’iniziativa per la fondazione fu presa dai rodiani più devoti.
L’edificio sorge a circa un chilometro dal centro di Rodi in posizione elevata e domina il meraviglioso spettacolo della natura che il nostro paese offre nel verde degli alberi e nell’azzurro del mare.




Dal 1550 al 1600 subì delle trasformazioni: fu costruito il secondo piano con 14 celle che si aggiunsero al refettorio ed alle officine al pian terreno. La chiesa fu titolata allo Spirito Santo.





Non aveva “pesi di messe, debiti di sorta, entrate perpetue e temporali”.
Nella prima metà del Settecento, nel convento dimoravano 8 frati, i quali pregavano, lavoravano e chiedevano l’elemosina quotidianamente, secondo il rito cappuccino, bussando alle case dei benefattori.
Il convento fu chiuso definitivamente nel 1867, ci sono stati recentemente dei restauri dopo un lungo periodo di abbandono da parte dei monaci.
Il convento era un riferimento importante per la comunità del nostro paese e ogni anno, l’ultimo sabato di Aprile, si celebrava una bella festa.
Era una grande sagra popolare che riuniva, nelle campagne intorno al convento, tutte le famiglie rodiane come in una vera e propria Pasquetta, si trascorreva tutta la giornata di primavera all’aperto: tante erano le bancarelle, una vera gioia per i bambini.
La festa iniziava con la celebrazione della messa, seguita dalla benedizione della chiesa, del mare e dei vicini oliveti e agrumeti. Dopodiché la gente poteva ammirare l’interno del convento.
Scrive Pietro Agostinelli in “Rodi…sull’onda dei ricordi”: «Quando la chiesa era in stato di abbandono, noi ragazzini usavamo quel luogo per le nostre esplorazioni: scendevamo sotto la chiesa per vedere le tombe dei frati. Terminata la visita, verso mezzogiorno le famiglie si riunivano per consumare il pranzo nelle campagne circostanti, all’ombra degli alberi. Tutta la zona si riempiva di voci, canti, balli e canzoni, mentre nell’aria si diffondeva il profumo dei “turcinedde” arrosto».
Negli ultimi anni, si è continuato a celebrare la festa del Convento, ma in tono minore.
Non è più stata come prima, o meglio, è stata più una festa sentita dai giovani, ma si è perso il senso di questa sagra. Ora i giovani pensano solo a divertirsi e di famiglie se ne vedono pochissime, le bancarelle non si vedono più e la Messa non sempre si celebra.
Noi giovani, dopo una lunga organizzazione, ci rechiamo sul convento e ci restiamo tutto il giorno, arrostendo e bevendo. Ma in questa festa, oggi manca il valore religioso. Si dice che quest’anno si cambierà, e tutto tornerà come in quei lontani anni che ho descritto. Spero che queste parole non siano solo semplici promesse, ma qualcosa di innovativo rispetto agli ultimi anni.

Francesco Papagno


Io vivo a Rodi Garganico, una cittadina molto bella. Questo paesino è posto sul monte Gargano, chiamato oggi promontorio del Gargano, sulle rive del mare Adriatico.
Secondo alcuni storici, Rodi prese il suo nome dagli abitanti di Rodi Egeo, invece secondo altri il nome Rodi deriva da “rore” (rugiada).
Nella prima metà del 1500 il paese contava 1.500 “anime”, il suo territorio era pieno di vigne e agrumeti che resero gli abitanti ricchi per l'esportazione con Venezia. Anche gli Schiavoni, cioè le popolazioni della Dalmazia, venivano qui e caricavano vini, arance, limoni.
Nel 1767 Rodi contava 3.608 abitanti.
Aveva un convento francescano posto a 4 miglia dalla città di Vico e ad un miglio da Rodi.
Chi donò il terreno per farlo costruire fu una famiglia di Ischitella, gli Stinelli.
La chiesa annessa al Convento aveva intorno delle alte mura e all'interno un orto, non si celebravano messe per tutto l'anno perchè gli abitanti preferivano farle celebrare nelle chiese più antiche del paese.
Noi giovani ci rechiamo al convento per festeggiare l’ultimo sabato di aprile.
Si celebra la messa, che non sempre viene ascoltata da tutti, poi andiamo sul prato e ci divertiamo a cantare, giocare e mangiare. Quando cala il sole andiamo via. Prima invece tutte le persone andavano in chiesa, i frati facevano visitare il convento, c'era una processione con il SS.mo Sacramento, si sparavano i fuochi artificiali e verso l'ora di pranzo si mangiava e si scherzava.
Il pomeriggio si celebrava un’altra messa, arrivavano i pellegrini dagli altri paesi e poi si andava a casa. E’ bello sapere che quest’anno si tornerà alla tradizione di prima. Sarebbe bello riacquistare soprattutto il senso di religiosità che aveva questa festa.


Cristina Antonelli







L'articolo è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 26 asprile 2008. Gli autori sono studenti dell’Istituto Superiore "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico (Laboratorio storico a cura della prof.ssa Teresa M. Rauzino)

 

 

 

 


April 20

E' il nuovo cd del gruppo “Tarantella del Gargano”

Sbarca sul web “E llarjulà”

 

di TERESA MARIA RAUZINO

 

 

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«Siamo i diavoli alle chitarre; quelli svegli fino al mattino. Siamo "gli angeli che ballano intorno"; la musica che nasce nei paesi. Siamo l'eco delle piazze. Siamo i ragazzi con cui hai suonato a Scapoli, le ragazze che hai baciato a Carpino. Siamo la gioia che hai vissuto a Melpignano, le birre che hai bevuto a Bergolo. Siamo quelli che amano "questa donna", che hanno costruito giardini con "ori fini e acqua sorgentiva". Siamo quelli a cui da piccola hai rubato il cuore, quelli che non ti hanno mai detto una "parola a mmale". Siamo quelli che se non ti volevano bene non sarebbero venuti a cantarti. Siamo i cinque che con lo zoppo Fraccacchione sono andati a rubare le pere. Siamo gli "amanti ritornati", quelli per cui suonano le campane. Siamo le due zitelle che ballano. Siamo quelli mozzicati dalla Taranta. Siamo la “Tarantella del Gargano”.

Si presentano così, nel loro spazio web   www.myspace.com/capitannemo, rivendicando fortemente e orgogliosamente la loro identità (Sime de Monte e tenime la chepa toste! ), i componenti del gruppo di musica popolare “Tarantella del Gargano”.

Sono Matteo Rignanese alias capitan Nemo (canto e chitarra);  Pinuccio Ciliberti detto a cavaripa (canto). Ci sono anche “quei pazzi dei Sud Folk”: Angela Bisceglia (voce). Bernardo Bisceglia (mandola e voce); Peppe di Iasio (chitarra a basso e voce);  Michele Cotugno (chitarra battente);  Domenico Prencipe (chitarra acustica); Michelino Bisceglia (tammorra); Ilaria Rignanese (ballerina); Valeria Totaro (ballerina); Veronica Granatiero (ballerina); Michele Sacco (ballerino).

Sul sito è possibile ascoltare (e scaricare free) 4 brani (“Tarantella di Monte”, “L’aria dli Muntanere”, “Montanara li Strusce”, “Aprile e nun Aprile”) tratti da “e llarjulà”, un cd di nuova uscita del gruppo.

 

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Interessante, nei post del blog, un intervento del leader Matteo Rignanese che, utilizzando il nick name Kudos, spiega ai blogger che “La Tarantella del Gargano non esiste”:

«Fino a qualche tempo fa ero fermamente convinto dell’esistenza di questo brano magico la cui scrittura si perde nel tempo (andate a dare un occhio al "Cantico dei Cantici"). La mia certezza derivava dall’aver ascoltato di persona la sua esecuzione, dall’ averne interpretato i versi nelle occasioni più disparate, dall’aver comprato almeno una decina di dischi in cui è stato inciso con interpretazioni  che vanno dal folk al  jazz, passando per  la musica sperimentale e chi più ne ha più ne metta. Per capirci sto parlando del brano in cui un giovanotto si interroga su "come fare per amare questa donna" e gli viene in mente di costruire un giardino.

Da bravo Garganico sono fiero ed orgoglioso che un brano così ipnotico ed affascinante rappresenti la mia terra e quindi anche me. Il punto è che questo brano non si chiama "Tarantella del Gargano", e sul Gargano di tarantella non ce n’è soltanto una. La "Tarantella suonata alla Montanara" (ovvero "così come si suona a Monte Sant’Angelo) successivamente intitolata "alla Montanara" o più semplicemente "Montanara", e sempre più spesso chiamata "tarantella del Gargano"  è uno dei tre stili di tarantella della città di Carpino; un modo di suonare, la decisione di un musicista di "interpretare"  la tarantella  su cui  tessere i propri versi (una volta improvvisati, oggi rigorosamente fedeli a quanto tramandato dal passato). Su questo stilema esistono innumerevoli versi, alcuni strutturati in canzone vera e propria (di cui la più famosa appunto quella della bella figliola e del giardino), altri estemporanei,  tutti strutturati in endecasillabi.

Così come pure di Stili si tratta quando si parla delle altre Tarantelle suonate a Carpino: La Viestesana (Vieste), particolarissima per una digressione dalla tonalità maggiore a quella minore che avviene improvvisa per 2/4 di battuta; la Rodianella (Rodi Garganico), quanto di più gioioso la musica possa rappresentare. A queste bisogna aggiungere quanto si è conservato negli altri paesi: la tarantella di Sannicandro, li strusce di Monte S. Angelo etc.etc.

In un contesto così vasto ricco di sfumature è senz’altro fuori luogo parlare di Tarantella del Gargano; al massimo si può parlare di "Tarantelle del Gargano".

A fare i pignoli poi ci sarebbe da sottolineare che il Gargano con le tarante non ha un granchè a che fare. Quelle che si eseguono e che si continua a tramandare sono delle serenate; a morsi e pizzichi, ragni e tarante (a parte due soli versi della tarantella di Monte Sant’Angelo che fanno riferimento a due ragazze senza marito che il cantore invita a lasciar ballare) non si fa riferimento in nessun verso. Sono tutti versi d’amore, al massimo di sdegno quando non sono canti religiosi.

Sì son d’accordo con voi che poco importa se "nel blu dipinto di blu" sia conosciuta in tutto il mondo come "volare", la sua bellezza resta immutata. Ma così come non esiste "volare" non esiste la "tarantella del Gargano". Anche se tutti continueranno a chiederci di suonarla, e noi non avremo nessun dubbio su cosa suonare! Forza Monte!».

 

 

INFO: www.myspace.com/capitannemo

chicome@hotmail.com

 

IMMAGINI:  

 

http://www.slide.com/r/WIsmp2WTtT85cjY6SglNinkv0_KE-YDp?cy=ms&view=large

 

http://www.slide.com/r/dmuoPCAz3D-ZRbIH3YXSpRetABUcGXUf?cy=ms&view=large

 

Il Gargano del 1943 in un filmato dell’Istituto LUCE

Lo “Sperone d’Italia”, documentario turistico di dieci minuti visibile in rete, si rivela una fonte preziosa di informazioni sul recente passato: paesaggio e cultura materiale 

 

Il Gargano del 1943

in un filmato dell’Istituto LUCE

 

di TERESA MARIA RAUZINO

 

 

Italo De Feo, fondatore dell’Istituto LUCE,  nel lontano 1924, capì che le  immagini in movimento potevano assolvere, come mai era accaduto prima, a fini educativi. Ma le riprese filmate sarebbero state determinanti per la comunicazione di massa di quegli anni.  L’Istituto LUCE assolse anche il compito di promoter turistico: fece conoscere agli Italiani, nei brevi documentari proiettati in tutte le piazze italiane o nell’intervallo dei film in visione nei cinema,   delle zone sconosciute, fuori dagli itinerari soliti delle vacanze.  

Abbiamo cercato nella banca dati del LUCE postata sul web  qualche documentario sui primordi del turismo sul Gargano. Una ricerca fruttuosa. On line è in visione “Lo Sperone d’Italia”,  un bel promo realizzato nel 1943. Ci restituisce visivamente una dimensione inedita della Montagna del sole nella prima metà del Novecento. visualizzandoci i paesi, il paesaggio ancora “vergine”.  Furono queste visioni “selvagge”, che attrassero artisti di livello internazionale come Alfredo Bortoluzzi e Manlio Guberti, quando vennero per la prima volta,  negli anni Cinquanta, sul Gargano. Furono questi paesaggi naturalistici ed umani che  li convinsero a ritornare, eleggendo Peschici a loro dimora.

Lo Sperone d'Italia è un breve documentario di 10 minuti e 40 secondi. Fu realizzato nel 1943 dal regista Mario Chiari, in bianco e nero.   Le sequenze iniziali visualizzano una cartina dell'Italia, con focalizzazione sulla Puglia e zoommata sul Promontorio del Gargano. Lo speaker “apre” con voce stentorea: “La carta geografica fa nascere spesso il desiderio di conoscere nuove regioni. Nel caso del Gargano il gusto della scoperta può tentare largamente gli esploratori del proprio paese”.  

E il proverbiale Sperone d’Italia è  sinonimo di ... terra vergine, evocante suggestioni da paradiso terrestre.  Un eden visualizzato in ampie vedute di secolari argentei uliveti e distese di esotici fichi d'india.  Terra vergine che affonda le sue radici in un humus di fede medievale. “Appaiono  le rovine di San Leonardo di Siponto risalenti al secolo XII, con le primitive antiche sculture. Era un’antica città,  Siponto, oggi scomparsa”.  Le immagini scorrono sulle rovine della chiesa romanica di San Leonardo, sui particolari decorativi interni; sull’antico campanile a vela.

Ma le pendici del Gargano sono  anche gradoni rocciosi, dalle forme caratteristiche, che si stagliano improvvisi dal piatto Tavoliere. Le inquadrature dall'alto riprendono  mandrie di bovini e un cavalli al pascolo o diretti all' "abbeverata".  Ecco una panoramica  di Monte Sant'Angelo, con gli scorci  più caratteristici dell'abitato, i particolari decorativi dell'architettura di antichi palazzi.

Perché questa scelta?

Monte Sant’Angelo è  il  centro più popoloso del Gargano. Sorge, strano a concepirsi, proprio sulla Montagna… sacra.  E’ tipologicamente  il più rappresentativo”. “ Il nostro viaggio - commenta lo speaker - non ci porterà sistematicamente di luogo in luogo, dovunque toni e lineamenti comuni si ritrovano come antiche conoscenze. Guardate la grazia di questi balconcini settecenteschi… 

Ma l’ indizio sicuro della bellezza di una regione  è la presenza dei monasteri “che chiamano da ogni parte a una sosta di riposo”. Il  tema Gargano sacro viene sviluppato con le vedute di tre storici conventi di San Matteo (San marco in Lamis); San Francesco ( Ischitella) il convento dei Cappuccini (Vico del Gargano). All'interno di un chiostro, la dimensione quotidiana del sacro: un frate legge mentre un giovane lo ascolta, un altro attinge l'acqua dal pozzo, un monaco anziano cammina,  con un breviario fra le mani.

L’obiettivo ritorna sui vari paesaggi. Strano a dirsi: siamo ancora nella stessa regione, anzi no siamo in una minuscola subregione d’Italia.  “Nei campi fra aria di mare ed aria di monte scaldati dal sole di Puglia, il rigoglio della vegetazione è stupendo –  scandisce lo speaker -  Dal fico d’India che vuole il sole più ardente a un vivaio di pini e di abeti… alla Foresta Umbra! “. Il Bosco Umbra è , il più grande del Gargano. Le zone più folte  giustificano il suo nome: l’ombra qui è davvero impenetrabile. “Una volta questo prepotente avventarsi di alberi si  estendeva dall’altopiano alle rive del mare, perché quasi tutto il Gargano era ricoperto da una immensa foresta digradante”.

Un bosco produttivo. Le vedute di Umbra si alternano ad immagini del lavoro umano:  alcune donne attendono alla cura di piantine di abeti e di pini in una zona di rimboschimento; due grandi alberi vengono tagliati da un gruppo di boscaioli, nelle radure nel bosco fumano le carbonaie; i tronchi degli alberi tagliati vengono trasportati via, forse sulla ferrovia Decauville nella  segheria di Mandrione; la visione di un piccolo casolare si alterna a quella di due guardie forestali a  cavallo che attraversano il fitto bosco. 

La macchina da presa segue una carovana di asinelli, che si avvia in campagna  circondata da bambini vocianti. Una mandria di bovini è in marcia lungo la costa dell’ Adriatico. E’ la volta di scorci panoramici sugli ampi agrumeti nelle fertili vallate nel Gargano. Le immagini inquadrano aranci, limoni, pere, olive, pesche, mele, fichi e fichi d'india, grappoli d'uva maturi.

“Ci eravamo scordati che il Gargano è un paese essenzialmente costiero – continua lo  speaker -  il Lago di Varano, comunicante con il mare, conferisce un inatteso aspetto a questa regione… La visuale lacustre e marina si stempera nell’immagine dei pescatori intenti a preparare le reti, con una zoommata sui pesci sguazzanti sott'acqua. Una diversa luminosità del mare, acqua di un azzurro profondo permeata di sole segnala la presenza del  mare aperto. Appaiono barche e pescatori che stendono le reti sulla spiaggia. Lungo la costa,  le reti a bilancia, formano “tanti appostamenti per i favolosi cefali dell’Adriatico. I pescatori non hanno bisogno di muoversi troppo per fare buona preda”. Spunta il  Trabucco di Monte Pucci: un pescatore osserva il fondale da un albero sporgente sulle reti a bilancia poste sulle scogliere. Appare Peschici, erta sulla Rupe. A 90 metri  emerge il suo Castello,  precipitante  a picco sul mare.  Lo speaker evoca ulteriori suggestioni: “I paesi della costa sono piantati in alto sopra la roccia, visti dal mare, hanno un’apparenza inaccessibile e pittoresca, come antichi castelli.   Accanto ad ogni paese, fra le rocce, si aprono lidi dolcissimi. Dietro sono le pinete… Odori di mare e di resina si confondono nell’aria”.

 

IL VIDEO "LO SPERONE D'ITALIA" E' OGGI VISIBILE  ANCHE SU YOU TUBE:

http://www.youtube.com/watch?v=iTfBVA6NfEA

 

 

 

Una lirica di Piero Giannini per Kàlena

Ma poi?...

 

 

 

 

L'abbazia di Kàlena  in una suggestiva immagine di Romano Conversano

 

 

 

Fantasmi di Benedettini

in saio guerriero

vagano senza mèta,

stanchi e sfiduciati,

fra le mura di Càlena.

Dal pozzo alla chiesa senza tetto,

fino alla porta del mare murata,

è un processionare continuo di ectoplasmi

che chiedono vendetta.

Strano, per uomini devoti e pii,

ma giusto!

La loro richiesta è sacrosanta:

uscire dall'anonimato

di un'Abbazia lasciata

alle ortiche e alla sterpaglia,

per tornare a rifulgere

di quella gloria antica

di cui depositari certi

sono, si sentono e sempre

si sentiranno,

contro tutti gli egoismi,

tutte le storture,

ogni forma di abbandono

che oggi invece rappresenta

la loro culla desolante.

 

Vive, Càlena,

solo nel ricordo di chi sa!

Ma poi?...

 

Piero Giannini

 

da Fiori di perla, Ladisa Editore, Bari, 1988.

L'abbazia di Kàlena  in altre immagini di Romano Conversano


April 17

Un commento dopo la visione di un Power Point su abbazia di Kàlena (Peschici-FG)

KALENA,

IN ATTESA DI UN RAGGIO

CHE ILLUMINI LE MENTI

 

 

Ci è giunto, del tutto inaspettato, da uno dei nostri primissimi utenti registrati su "punto di stella", un power point che abbiamo cominciato a scorrere, prima con il disincantato interesse che ci caratterizza quando si tratta di certi temi che abbiamo sempre ritenuto di competenza non nostra, per svariate motivazioni che sarebbe lungo elencare e qualcuno saprebbe ben contestarci, poi con un senso di nausea via via più crescente.

 

Lo componevano una trentina di fotografie immerse in un contesto meno deprimente, ma pur sempre parte di un teorema accusatorio, quasi ad addolcire l’amaro di una pillola che incastratasi alla bocca dell’esofago non ce la fa ad andare giù.

 

A mano a mano che cliccavamo sulla successiva e lo slideshow si proponeva sempre più devastante, abbiamo cominciato ad avvertire il fiato che non riusciva a espellersi dai polmoni e un senso di apnea fastidiosa quanto opprimente che si è diluita solo all’ultima istantanea. In quel momento la squassante espirazione che ci ha liberato dall’ossessiva compressione toracica ha rimbombato nella stanza come mai vulcano abbia potuto fare col gas che precede una eruzione.

 

La valanga di fango putritudine sgomento disgusto violenza scempio piombata sulle rovine di un “monumento storico” eternato dalle immagini nella sua volgare disumanità è precipitata dentro di noi colmando quel buco allo stomaco prodotto dal precedente svuotamento.

 

La lava incandescente che ci è colata nelle viscere si è divertita a distillare perle di estenuante congestione provocando ulcere irreversibili. Possibile, ci siamo chiesti, che la visione di tanti particolari messi in evidenza dalla macchina fotografica possano implodere in noi in una forma così lacerante?

 

Eppure quei ruderi (siamo andati rassicurandoci per tacitare una qual forma di rimorso), quelle fatiscenti rovine le abbiamo quasi quotidianamente davanti agli occhi, ci passiamo vicino, le sfioriamo con lo sguardo rasentandole con l’auto, ma forti di un’abitudine consolidata in cui la memoria non viene più scalfita perché non riceve impulsi diversi se non sempre uguali, sempre gli stessi, senza mai una diversa prospettiva, una differente visione, una alternativa prospettica, un colpo di intonaco, un raschiamento di patina temporale, uno sforbiciare di potatura, un intervento strutturale, un censimento di pietre errabonde, un salvataggio edificatorio; forti, scrivevamo, di tale abitudine consolidata non abbiamo mai colto le tante, infinitesimali eppure macroscopiche - e non sembri un controsenso - sfumature che il power point ci stava proponendo.

 

Un tetto semisfondato, un altro inesistente, una finestrella semiocclusa da vegetazione spontanea ormai diventata padrona e disfacitrice di una secolare storia, una porta murata, un arco infossato, stemmi di uno spessore di rilevanza inimmaginabile, capitelli che hanno visto ben altri fasti… poi degrado, e abbandono, ovunque: pietre divelte, erbacce invasive, porte insignificanti a testimoniare destinazioni d’uso diversificate e… eternit, perfino eternit!

 

E ogni pietra, pur consunta e mangiata dall’inquinamento atmosferico, ogni chiave di volta, ogni capitello, ogni arco, ogni crociera, ogni navata, ogni voluta, ogni blasone rosicato dall’incuria, sì del tempo, ma di più dell’uomo, ogni centimetro di quel decadimento, a raccontare la sua storia, le sue avventure, le sue peripezie, le subite angherie, i suoi più viscerali segreti, lo stridente scricchiolio dei pennini degli amanuensi, l’assorbenza inconsistente dei papiri documentali, gli assedi, le bravate orientali, il silenzio degli occupanti, le loro beghe, le sottili invidie e gelosie, i diverbi, gli scontri, le riappacificazioni, i sussurri dei rosari, il mormorio del mare che giunge da sotterranei inesplorati, oggi, un tempo via di fuga e di salvezza, l’obbedienza, le gerarchie, i profumi dei cereali conservati nei magazzini e provenienti dalle sterminate tenute, l’ossequioso e indolente fruscio di sai e tonache, lo scalpiccio dei calzari sulle pietre algide e nude.