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Spazi densi alla moviola dell'anima

Teresa Rauzino

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Nata a Peschici ( FG), si è laureata in lettere moderne presso l'Università di Firenze, con una tesi sul Ventennio fascista in Capitanata(relatore il prof. Rosario Villari).
E' autrice del volume "Il Regio Liceo Lanza. Dalle Scuole Pie agli anni del regime (Parnaso, Foggia 2004)", segnalato tra le migliori monografie ai Premi “Conversano-Marangelli” e "Capitanata 2005".
E' socia della Società di Storia Patria della Puglia ed è iscritta all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti.
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08 agosto. Visita guidata alla necropoli paleocristiana ″LA SALATA″ Vieste
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15 maggio 2008. Giro d'Italia a Peschici
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2007. Festa "cento giorni" classe VB ITCG Mauro del Giudice di Rodi Garganico
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2007. Pizza classe V B ITCG "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico
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23 luglio 2008. Convento Spirito Santo di Rodi Garganico. Piero Giannini presenta "Chiesa e religiosità popolare a Peschici" del Centro Studi Martella
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25 agosto
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3 luglio 2008 Madonna Libera Rodi
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3 maggio. Sagra arance Rodi Garganico
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4 agosto. Carpino folk festival. Convegno su tutela patrimonio immateriale
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8 settembre 2008 Festa Santa Maria di Càlena /Peschici-FG
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A San Nicandro Garganico ... sulle orme di Donato Manduzio
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Aggiungi un posto a tavola all'ISISS Mauro del Giudice (Rodi Garganico-FG)
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ANDAR PER TRABUCCHI (TRAMONTO A MONTEPUCCI -PESCHICI)
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Carpino in "Gargano Magico" di Francesco Rosso
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Convento San Matteo a San Marco in Lamis (FG)
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Convento Santa Maria di Stignano a San Marco in Lamis (FG)
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ex voto santuario Madonna di Loreto di Peschici
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Falò di Sant'Antonio a Peschici
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I CANTORI DI CARPINO NELL'OASI AGRUMARIA DI RODI GARGANICO CON I BIKERS
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I castelli dei principi Pinto a Ischitella, a Peschici e a Napoli
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Il Convento di Rodi Garganico
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Il Crocifisso di Varano
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IL GARGANO NUOVO
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Ischitella (FG)
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Itinerari garganici. Di costa in costa, di torre in torre...
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Kàlena, luogo del cuore
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Kàlena, un luogo del cuore  da salvare dal degrado e dall'indifferenza
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La festa della Madonna della Libera a Rodi Garganico (FG)
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Le Confraternite di Peschici (festa Corpus Domini)
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L'idroscalo abbandonato di San Nicola Imbuti sul Varano
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Peschici. Festa Madonna di Loreto 2008
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Peschici. Processione S.Elia profeta
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Punto di stella
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Romano Conversano
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Rotary Club Manfredonia. Con il trenino del Gargano, alla scoperta di Rodi
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Sulle orme di Manduzio II
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Vieste vista dal Castello
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VISITE GUIDATE E PROGETTI  ITCG "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico
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Vite ImPAZienti
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E' ON LINE "IL GARGANO NUOVO" FEBBRAIO 2009

 
E' ON LINE "IL GARGANO NUOVO"  FEBBRAIO 2009
 

 

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BUONA LETTURA!

La redazione

 

November 16

E' on line IL GARGANO NUOVO novembre 2008

E' on line IL GARGANO NUOVO del mese di novembre 2008

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BUONA LETTURA!

La Redazione

 

November 14

DOMENICO SANGILLO: SPAZI DENSI ALLA MOVIOLA DELL'ANIMA

 

SANGILLO: PITTORE E POETA

 

Spazi densi alla moviola dell’anima per l’artista rodiano “dal singolare estro”, che ha fatto fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana

  


 

 

Il Gargano, con i colori della sua naturale tavolozza mediterranea, da sempre è stato un magnetico polo di attrazione per i “maestri del colore” italiani e stranieri. Domenico Sangillo (foto del titolo; ndr), nato a Rodi Garganico il 29 gennaio 1922, fu uno di quelli che decise di andarsene. Ma dalla Capitale, divenuto uno degli artisti più significativi del “tonalismo” romano che faceva capo a Mafai, lanciò l’immagine dello Sperone in tutta Italia.

E’ sempre il Gargano ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: dopo molti anni vi ritorna, e continua a dipingere finchè ne ha la forza, con fulmineo tocco tonale, suggestivi olii su tela, quasi che l’improvvisa “illuminazione” gli possa sfuggire, come acqua tra le dita aperte. Scaglie di colore, fuso e sovrapposto a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione. E’ soltanto la luce a far questo oppure è l’irrequieta sensibilità di Sangillo che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?

 

 

 

L’atmosfera soffusa è creata dalla magia del mezzo tono. Eppure il colore trionfa in ogni tela con alternanze di toni ora tenui, ora violenti, sempre vitali.

 

“I ritmi melodici che formano la vasta sinfonia dei quadri di Sangillo - osserva Milo Corso Malverna - sono come una musica suonata in sordina, un magico coro a bocca chiusa”. Rocce, lago e cielo non hanno bisogno di essere amati, lo sono già da tempo immemorabile...

 

 La sua Terra gli si presenta nella sua essenza ancestrale: “Gargano eterno: Carsico cetaceo, / mistero / dei remoti universi”.

 

Un ricordo antico lo lega alla sua Terra rocciosa lambita dal grecale: “In cima / al Talero / una casetta vetusta, / dove si accapigliano / i venti di mare, / dove inerti / marciscono / le foglie del castagno, / dove, sbiaditi / dimorano / i miei giuochi / di un tempo”.

 

Il Gargano assurge a Purgatorio dei vivi: “Reclini / gli ulivi del Mileto: / amorfi fantasmi / dai venti condannati!” .

 

Ama le atmosfere brumose. Il Varano diventerà il suo rifugio. Qui, gli sarà possibile “addormentarsi e svegliarsi in un capanno, avvertendo il sommesso respiro del lago”: “Gocce di luna / smerlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco dei pescatori / si perde nel gorgo del mistero”.

 

Lunghe notti passate, nell’attesa del giorno, a osservare il Firmamento: “Cade una stella; / nel tempo della sua scia / si dissolve la mia memoria”.

 

Una vita segnata da quotidiani incroci tra la vita e la morte: “Due usci contigui: / un fiocco rosa / un drappo nero. // Incontro / di inesausti / viandanti”.

 

Una sofferenza rinverdita da ricordi che non lasciano varchi: “Lapilli / di ricordi / ardono / nella memoria, / or che / martoriata / cerca / requie”.

 

Ma il vitalismo dell’artista emerge con forza nella lirica d’amore. Un sentimento che continua a ispirargli “palpiti” profondi:

“Vorrei spandermi / dentro di te / come acqua / tra le rocce, / lambire / i granelli del tuo mistero; / ma tu / sei / chiarore lunare, / ove scivola / il mio tempo”.

 

La forza di Sangillo è proprio qui. E continua, ogni giorno, a emozionare i suoi lettori.

 

 

Teresa Maria Rauzino ( “L’Attacco” - 13 novembre 2008)

 

CHI E’ DOMENICO SANGILLO

Fin dalle prime “personali”, Sangillo  viene definito dalla critica un artista “dal singolare estro”, che fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana, in un tenue distacco dalla realtà contingente.

La suggestione estetica, prodotta dallo spettacolo della natura e dall’eleganza e dalla raffinatezza di un ambiente carico di memorie storiche e di opere d’arte, è chiamata a fare da impareggiabile sfondo alla sua produzione.

Proprio a Roma vive la stagione più feconda della sua parabola artistica, proponendo le sue tele, oltre che nelle Quadriennali e nelle mostre di rango, nelle rassegne “en plein air” della Montmartre italiana: Via Margutta.

La “Strada degli artisti”, negli anni della “dolce vita”, diventa due volte all’anno una “parata di arcobaleni”, illuminata a giorno nelle suggestive notti di giugno. Secondo le cronache romane di “Il Tempo”, in quelle tiepide serate “è tutta un fantasmagorico quadro, formicolante umanità a coriandoli, dentro la cornice di tetti che si rincorrono da Trinità dei Monti al Pincio”.

Sino a notte fonda, uomini e donne di tutte le età e tutti i gusti, anche di nazionalità estera, si incontrano e si scontrano negli apprezzamenti e nelle polemiche davanti ai quadri “che sembrano offrirsi crocifissi e indifesi al supremo giudizio della folla”.

 Sangillo vi afferma il suo stile personalissimo.

Ed espone nelle più prestigiose gallerie italiane, tra cui la Gussoni di Milano, presentato da Valerio Mariani, noto critico d’arte, titolare della rubrica “La Ronda delle Arti” alla Rai di Roma.

La mostra vede la presenza costante di Carlo Carrà, che esprime giudizi lusinghieri all’artista, e si intrattiene con lui per interi pomeriggi a parlare dei quadri, affascinato dalla sua vena creativa.

 

 


 Sulla “performance” milanese scriverà una bella recensione Raffaele De Grada, allora in forza alla sede Rai della città lombarda.

Nell’ultimo ventennio Sangillo ha pubblicato varie sillogi, rivelando un’ispirazione poetica intensa e originale. Le liriche di “Figure e palpiti di vita” (1982), “Sapore del tempo” (1985), “Specchio di antiche lune” (1989), sono confluite nelle sillogi “Segni di un uomo nel tempo” (1991), “Parole e silenzi” (1992), “Sogno e memoria” (1996), “Approdi” (2002), tutte edite da Schena.

 

E’ stato lo scrittore Giuseppe Cassieri, nella prefazione a “Specchio di antiche lune”, a definire per primo la superiore “essenza” dell’arte e della poesia di Sangillo:

“Figli della stessa terra, vittime delle medesime inquietudini ambientali, entrambi sedotti dal medesimo paesaggio garganico: il Varano, Santa Barbara, il Taléro. Lui però ha avuto il merito di scommettere tutto nel poco spazio che gli veniva concesso, radicarsi fino all’osso carsico sottostante, alimentare i propri doni creativi di quotidiane ansie, di infinite tenerezze. Se il prezzo pagato in termini di sopravvivenza personale è oggettivamente alto, le Muse in compenso sono state generose con l’artista, rinnovandogli i loro favori a ogni rinascita del giorno. Non solo il poeta del disegno e del colore, che certo è preminente e gli assicura un posto di rilievo nelle correnti figurative del Mezzogiorno, ma anche il poeta in versi. Da leggere, oso suggerire, in lieve abbandono, accostando l’orecchio alle minime crespature del cuore e del lago (il referente elettivo di Sangillo), così come occorre spalancare l’occhio sulle minime vibrazioni dei verdi e degli azzurri in disperata sinergia sulla tela, quanto più tetre si rivelano le corrispondenze umane, e come refrattario, inibito, il senso del mondo. C’è un’immagine - in realtà un bell’ossimoro - che estrarrei dal Canzoniere amoroso e la porrei emblematicamente al centro dell’esperienza lirica che accompagna il nostro autore: ‘Il tuo gelo / mi ustiona’. Ecco: ho l’impressione che turbamenti e aspre veglie, malinconie e rare esultanze, passino di lì”.

 

tmr ( “L’Attacco” - 13 novembre 2008)

October 13

L’incendio di Peschici e altre storie in mostra dall’11 ottobre nel centro garganico

Forza e paura

nelle tele sanguigne

di Lidia Croce

 
Lidia Croce, di origini canosine, ma senese di adozione, è artista davvero eclettica: oltre a un segno grafico deciso, dipinge oli su tela e scolpisce soggetti a carattere sacro e mitico, con predilezione per la materia bronzea. Specie negli ultimi tempi, le sue grafiche a inchiostro e “sanguigna” non sono altro che un incessante, febbrile e immaginifico studio per realizzare opere ispirate ai topos della Montagna sacra. Il suo sogno è realizzare sculture “en plein air” in luoghi emblematici del Gargano.

Dopo il Diomede realizzato qualche anno fa a Peschici, Lidia Croce non è riuscita a concretizzare altri “bronzei” sogni. Ma non demorde. La sua vita artistica si svolge tra Siena, Margherita di Savoia e Peschici, suo “luogo dell’anima” preferito. Attualmente è nella cittadina garganica per esporre, da lunedì 13 al 18, in una personale a Palazzo di Città, tre quadri: l’Ecologo (foto del titolo), il Diomede (foto 1 sotto) e una grafica (una “sanguigna”) dedicata a un evento traumatico di cui l’artista è stata diretta testimone: l’incendio del 24 luglio 2007, uno studio per un’eventuale scultura (foto 2-3-4-5-6-7-8-9-10).

Non essendo il bozzetto tridimensionale, la Croce ha dovuto dispiegare il soggetto in una teoria superficiale larga. Prospettica sì, ma non tridimensionale. Immaginiamo tutto questo in un blocco rotondeggiante e alto in cui tutte le forme presenti si sintetizzino: gli elementi sono la pineta che brucia, le tre vittime, tra cui il fratello e la sorella fusi nell’ultimo abbraccio, una macchina avvolta dal fuoco. Ma ci sono anche volti stilizzati di tante altre persone che fuggono o cercano di scampare alle fiamme crepitanti della pineta.

Il secondo quadro della stessa scena è il trabucco di San Nicola, clou dell’incendio. Attraverso le maglie della rete del trabucco s’intravede Peschici in rosa, illuminata dal riflesso di fuoco. Queste maglie così dolci, così tortuose, mosse dal vento, sinuose, sono puntellate dai pali infissi nella roccia: una ferita che squarcia il quadro, un’arma obliqua in mezzo a cui si gettano i bagnanti, i turisti in pericolo, per salvarsi nelle acque accoglienti e sicure del mare.

Il triangolo in basso è tutto occupato, oltre che dai pescatori, dai volti dei naufraghi contratti in spasmodica, ansiosa corsa verso la salvezza (vi sono 60 personaggi, alcuni appena stilizzati). Lo spazio dell’acqua è saturo. Un’auto viene spinta giù, per non finire nel rogo. Al centro del quadro s’intravedono forme indistinte che si intersecano fra di loro per rappresentare il caos della visione di quel drammatico momento: persone che si abbracciano, persone che si spingono, persone in acqua, persone che sorreggono i bambini, li spingono e portano in salvo verso le barche dei pescatori, braccia tese ad accoglierli. Dal promontorio di Peschici s’irradiano linee astratte, ondate che si materializzano nelle barche dei pescatori che giungono a salvare i naufraghi, fanno il pieno e poi tornano indietro. I pescatori diventano metafora di salvezza: la rete del trabucco e le loro reti da pesca si incurvano fino a diventare grandi ali. Ali salvifiche di angeli.

Il centro del quadro è dominato dalla rete che si proietta in alto, verso Peschici, e diventa quasi un triangolo, una visione astratta. Com’è giusto che sia nell’arte contemporanea.

Questo bozzetto di Lidia Croce potrebbe diventare una grande tela a olio, olio su tela. Immaginate una grandezza quasi naturale 2x5: 10 metri quadri, come la Francigena, altra sua opera. Oppure una scultura in bronzo a tutto tondo in cui tutte queste figurazioni diventino fluide, fondendosi l’una nell’altra in un discorso unitario. Nello studio preparatorio, per forza di cose, tutto è più piatto, il tutto è rappresentato in un unico momento lineare.

Cosa c’è di particolare in questo quadro? Le linee, proprio le linee! Tutte le infinite possibilità delle linee geometriche. C’è quella obliqua dei pali del trabucco che affondano dentro l’acqua, c’è la retta astratta che diventa una grande vela, c’è quella a semicerchio, c’è quella fluidissima con tutte le forme possibili. Ci sono le linee che separano i vari quadri. Il triangolo dei pescatori. E’ la varietà delle linee la peculiarità di Lidia Croce che ci ipnotizza di più in questo bozzetto “dedicato ai pescatori di Peschici”.

Teresa Rauzino


L’ANALISI CRITICA DI PIERGIACOMO PETRIOLI (Storico dell’arte e docente all’Università di Firenze): “Il gioco e la vitalità dell’esistenza nell’Ecologo di Lidia Croce”

Può forse la chimica farsi arte? Nell'Ecologo, pittura-progetto per una scultura monumentale dell'artista Lidia Croce, l'apparente antinomia tra formula scientifica ed estetica forma, risulta del tutto risolta, grazie a una invenzione poetica originale che, ripercorrendo le auree tracce rinascimentali dell'identificazione arte-scienza, mostra come (supposte aride) formule chimiche possano trasformarsi in gioiosi elementi decorativi, oggetti di fantasia colorata.

Il dipinto è costruito su toni d'azzurro e bianco: Da un racemo di spighe, struttura portante della scultura e pure del quadro, si dipartono figure di volti, uccelli, linee-corpi densi di vitale energia; attorno le formule chimiche degli elementi divengono presenze artistiche, in un libero gioco formale, costruzioni simboliche, è vero, ma pure componenti estetici del quadro (e/o scultura).

Il gioco, la vitalità dell'esistenza, il connubio imprescindibile fra (ancora un elemento rinascimentale!) il microcosmo dell'uomo e il macrocosmo dell'universo, costituiscono il fondamento di questo lavoro della Croce. Quasi un revival neoplatonico, infatti, la figura appare della stessa sostanza delle spighe; oppure esse assumono umane sembianze: l'albero si fa uomo e l'uomo si fa albero, anzi è l'albero stesso; gli elementi del mondo sono - e le formule alla base del dipinto lo spiegano con l'autorità della scienza - i medesimi delle figure, in una dinamica e ininterrotta simbiosi uomo/natura, ch'è il segreto stesso della Vita.

Il messaggio ecologico alfine si mostra in tale opera con tutta la chiarezza e la forza del linguaggio comune delle immagini, epitome bella e universale di quanto appunto la filosofia, la scienza, la religione cercano di far comprendere, ovvero che l'Universo è Uno e, francescanamente parlando, l'acqua, gli alberi, gli animali sono parte di noi, l'ambiente è la nostra "oikos", la casa in cui viviamo e che sia dunque chiara, pulita e bella come il dipinto dell'artista Lidia Croce.

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October 06

Carpino visto da Francesco Rosso in "Gargano Magico" (1964)

Le nenie di Carpino

in “Gargano magico”

di Francesco Rosso

 

a cura di Teresa Maria Rauzino

 

Un selvaggio, bellissimo Gargano emerge dalle note di viaggio di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento: giornalisti, letterati, storici dell’arte. Il gusto della scoperta antropologica si unisce alla descrizione delle bellezze naturali che stupiscono anche «scafati» osservatori
come Francesco Rosso, «firma» di prima grandezza del quotidiano “La Stampa”.

 I suoi reportage sono vere e proprie inchieste sociali. Nel volume “Gargano magico” (Teca, Torino 1964), Rosso descrive la realtà complessa dello Sperone d’Italia. Un Gargano dalla bellezza intatta,che si sta lentamente spopolando a causa dell’emigrazione.

Il paese più povero del Gargano è Carpino: mezzo nascosto nella stretta valle tagliata nelle pietrose profondità garganiche, è il risultato di una gara anarchica, un gioco urbanistico che alla fine ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Un miracolo di cui sono stati artefici contadini e muratori analfabeti. Una civiltà del gusto imparata dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, fra montagna, pianura, lago e mare. Rosso sfata un luogo comune su questa comunità, un’ombra nera proiettata su di essa dal romanzo di Roger Vailland “La Loi”, vincitore di un premio Goncourt (e dal quale il regista Jules Dassin trasse anche un film, La legge, interpretato tra gli altri da Yves Montand, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni). «Il romanzo dello scrittore francese - scrive Rosso - ruota attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto la legge. E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici, perché nella sua storia non ci sono tradizioni fosche».

La chiusa di Francesco Rosso racchiude il «senso della vita» di un paese del Sud senza risorse: Carpino è un paese bellissimo e malinconico. L’esistenza non è gioconda, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole. Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito, in un paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo.

Riflessioni profonde, che disvelano il senso esistenziale delle suggestive ninne-nanne del vetusto cantore Antonio Piccininno. Scoprono alle radici l’identità e la vera essenza del ricco patrimonio musicale del Gargano, portato oggi all’attenzione nazionale dal Carpino Folk Festival.

 

Ecco il testo integrale di Francesco Rosso:

 

«Quando, finita la sconvolta discesa di Cagnano, si aggredisce il rettilineo lanciato attraverso la vasta pianura, l'occhio è attento solo all'asfalto che sfila sotto le ruote e, ingannato dall'uniforme piattezza che nasconde persino il lago, trascura Carpino, alto sul pinnacolo di una collina, mezzo nascosto dal movimentato scenario della stretta valle tagliata come una ferita nelle pietrose profondità garganiche.

Carpino è la risultante di una gara tra fantasie anarchiche, un gioco urbanistico realizzato senza regole che alla fine, benché ciò non rientrasse nelle previsioni, ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Veduto dalla strada statale, sembra una bizzarra costruzione cubista eretta da bambini fantasiosi con dadi variamente colorati. Si potrebbe pensare ad un villaggio di nani, costruito sulla loro misura; eppure gli uomini che lavorano nei campi sono di taglia atletica, nerboruti, bisognosi di spazio anche quando crollano per il riposo.

Infatti, di mano in mano che si sale il colle in cima al quale è arroccato il paese, le prospettive di Carpino si definiscono. Il cilindro giallo che si vedeva in lontananza è il breve torrione di un castello ora trasformato in caravanserraglio per non so quanti nuclei familiari, i cubi azzurri, gialli, bianchi sono case tutte quadrate e uguali, con terrazze, balconi, altane a livelli diseguali che si rincorrono in aeree scalinate verso il cielo.

Le strette viuzze sembrano fenditure d'ombra nella gaiezza policroma delle abitazioni e ci si arrampica con le capre camminando sotto cascate di gerani che traboccano dalle terrazze, dai davanzali di aeree finestre raggentilite da cornici di lineare eleganza, da panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto. Quale immaginoso architetto ha elaborato le improvvise scenografie delle ardite scalinate, le quinte policrome di case disposte con capricciosa asimmetria per limitare la vastità del paesaggio spalancato sulla valle, chiudere nel cerchio di raccolta intimità il villaggio battuto dai venti garganici?

Contadini analfabeti, e muratori altrettanto analfabeti furono gli ignari artefici del miracolo urbanistico; le cornici essenziali che chiudono le finestre, le porte ad arco sulle facciate disadorne, l'aggetto dei terrazzi su povere case, rivelano una civiltà del gusto certo non imparata a scuola, ma

dall'armonia del paesaggio in cui questa gente vive, svariante fra montagna, pianura, lago e mare. E sono ancora contadini analfabeti ad ornare con festose ghirlande di gialle pannocchie, di peperoni scarlatti, disposte con inconscio gusto della decorazione, le facciate delle case esposte al sole, a chiudere con dorati fondali di granturco i vani terminali di stradette aperte sulla vallata.

Carpino gode immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l'intero Gargano. Il signor Roger Vailland, quando, venne in vacanza da queste parti, raccolse come autentiche ed attualissime antiche vicende sepolte da secoli. Gli uomini che siedono al rezzo sulla quadrata piazzetta dominata dalla chiesa, limitata e definita come un palcoscenico su cui la domenica sì recita la piccola sagra delle modeste vanità locali, sono diversissimi da quelli che lo scrittore francese ha abbozzato nel romanzo « La legge », divulgato poi dal film omonimo.

Nelle ore che precedono il tramonto, quando l'aria estenuata dalla calura sfiora con le prime folate fresche i tetti delle case, i carpinesi si riuniscono in piazza, quelli che non lavorano, s'intende, perché gli altri tornano dai campi a notte piena. Il campionario è completo, tutte le classi sociali del paese sono rappresentate. C'è il ricco possidente, ma senza la iattanza del feudatario; c'è il  professionista, ma senza la boria del colto fra gli analfabeti; c'è il maresciallo dei carabinieri, ma non la intimidatrice autorevolezza dell'autorità costituita; c'è il manovale povero e analfabeta, ma senza la falsa umiltà del debole angariato.                    

Formano una comunità ben definita, non afflitta da stridenti ingiustizie sociali. Anche il ricco, quando vi indicano          le sue proprietà, risulta un ben povero nababbo; i suoi poderi sono distese di pietra su cui si affannano le capre in cerca di pascolo. Però, il signor Vailland era determinato a scrivere un romanzo ad effetto sull'Italia Meridionale, e poiché altri filoni erano già troppo sfruttati, si rivolse al Gargano, ancora poco noto alle platee avide di sensazioni forti.

Un vecchio feudatario sensuale, cinico, sterminatore di vergini, spietato sfruttatore di plebi sottomesse gli andava bene per un romanzo a tinte fosche impostato sulle differenze sociali nell'Italia Meridionale. Non si può negare che condizioni simili esistano nel Sud non nel Gargano, dove il ricco autentico non esiste. Sovente la ricchezza è più stracciona della povertà, per cui è difficile distinguere l'aristocratico dal manovale. Eppure, nel romanzo dello scrittore francese non c'è un personaggio pulito; prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto « La legge ».

            E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull'Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici proprio perché nella sua storia non ci sono tradizione fosche. La gente è pacifica, di indole mite, forse un po' pigra, aliena dalla violenza e dal delitto. Sono uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d'india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini a mettere le mani su piccole cose che non gli appartengono; capre, giumente, muli sorpresi liberi nel pascolo. Dopo averli conosciuti, si comprende che sarebbero generosi, ospitali, se lo potessero. Non potendo offrire altro, diventano amici di chi li avvicina, persino fastidiosi nelle manifestazioni di eccessiva cordialità non sempre disinteressata.

Bellissimo e scenografico, Carpino è forse il villaggio più povero del Gargano, con poca terra da coltivare, assai lontano, nella pianura sconfinante col lago di Varano, con greggi di capre sparse a brucare la scarsa erba sui petrosi pascoli della montagna. Se gli uomini fossero nati inclini alla violenza, nessuno se ne sarebbe stupito; l'ambiente e le condizioni in cui vivono li avrebbero giustificati.

Invece, come tutti i garganici, sono duri solo in apparenza, subito sciolti con coloro che cercano di comprenderli.

Giocano ancora alla « Legge »? Sì, giocano ancora, ma non nei modi con cui li ha descritti Roger Vailland. Si riuniscono in cinque o sei nell'osteria, ordinano alcune bottiglie di vino, o di birra, ed incominciano a puntare con le dita, chiusi in un cerchio di complicità impenetrabile. Si direbbe

che congiurino, e giocano soltanto una specie di morra per eleggere il capo, colui che detterà legge. Egli ha il diritto insindacabile di far bere il vino, o la birra a chi vuole lui, mentre tutti gli altri pagano.

Una sola seduta mi convinse che « la legge » è un gioco noioso per chi, come me, non sa penetrare nell'atmosfera di mistero che i giocatori creano, senza comprendere che quel gioco può essere, per alcuni, l'occasione di bevute gargantuesche quasi gratuite. Inoltre, c'è il piacere della beffa, il sorriso agro degli esclusi, la gioia di risate irrefrenabili quando qualcuno si ribella alla « legge ». E’ un gioco molto diffuso nel Meridione, chiamato talvolta passatella, talvolta tocco, talvolta legge.

Un tempo, chi era eletto capo della piccola assemblea di bevitori, aveva il diritto di offrire il bicchiere a chi voleva, ma anche di processarlo dicendogli tutto ciò che pensava di lui, di sua moglie, dei suoi figli, delle sue sorelle, salvato dall'immunità che gli derivava dalla sua condizione di capo. Accuse di furto, adulterio, violenza carnale, pecoraggine erano pronunciate a mezza voce nel fumoso stanzone dell'osteria: cadevano come macigni sull'accusato cui il vino ricevuto dono si trasformava in fiele. Ma nessuno osava ribellarsi, quella era la legge.

Ciò accadeva un secolo addietro, anche i più anziani ne ricordano le movimentate notti invernali trascorse nel gioco della « legge », trasformatosi ora in modesto antagonismo bibitorio. Sempre più raramente, distratti da altri intere (il cinema, la televisione, una certa facilità di amoreggi con le ragazze), si seggono attorno al tavolo, eleggono il capo e attendono la designazione col pomo d'adamo che gli guizza sotto la pelle del collo, tutti in succhio nella speranza di bere quasi gratuitamente alcuni bicchieri di vino.

La sera quando gli uomini tornano dal lavoro nei campi, il palcoscenico della piazzetta si anima d'improvviso. Seduti sui bassi scranni, gli anziani che hanno trascorso le ore in silenzio, cacciando con pigre mani la molestia aggressiva delle mosche, si risvegliano dal letargo per commentare la vita di tutti coloro che sfilano sotto i loro occhi distratti, uomini di pelle scura, conciata e arrostita dal sole, gli sguardi allucinati dal lungo riverbero luminoso, la schiena stroncata dalla fatica della mietitura.

Nelle ore torride della canicola Carpino sembra un paese ubbriaco di luce, un paese stordito dalla vampa, reazioni con le viuzze deserte e la piazza devastata dal spietato. Sono le ore che preferisco in questo fantasioso villaggio, mi eccita il pensiero di camminare sul sonno della gente abbandonata alla siesta, fra le galline che chiocciolano razzolando fra la spazzatura della strada, fra gli asini legati al muro e con le frange inerti a sfiorare il suolo.

Tutto è immobile nella luce arroventata, il silenzio è profondissimo, il ronzìo delle mosche instancabili rimbomba con fragore. Da un'altana, dal terrazzo di uno scoglio, l'occhio ha tutto l'orizzonte per sé, domina la dilagante pianura gonfia di umori caldi. Dal torrioncino di pietra gialla del castello, su cui sventola l'afflitto pavese di povera biancheria intima stesa ad asciugare, il lago di Varano appare come sommerso dalla cateratta di luce che crolla dal cielo sterile.

L'acqua si stempera in tonalità grigio-azzurre, diversificandosi dall'Adriatico non per il sottile istmo di sabbia gialla ma per il variare dei colori; verde fondo il mare, grigio spento il lago.

Tra i campi gialli di stoppie, le cicale si eccitano stridendo con frenesia monotona, ubbriache di sole. Splendono i pomidoro come vampe nell'aria infuocata; sulle pale immense dei fichi d'india, un freddo metallico che non dà ristoro all'occhio abbacinato, gonfiano i frutti spinosi, grossi, polposi, dolcissimi.

Folgorato dal sole, Carpino attende il brivido delle prime ombre serali per ridestarsi; allora il

«Caffè Vittoria» e la piazza incominciano a popolarsi per i quotidiani, pigri pettegolezzi, cui il cantilenante dialetto toglie ogni asprezza.

Dopo tanto sole, non si ha più l'energia necessaria alla cattiveria autentica; gli antagonismi, le avversioni, si esauriscono in placata maldicenza, tutti hanno coscienza di essere simili agli altri nei difetti e nelle qualità, di condividere un destino poco benevolo che tutti eguaglia.

Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell'ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L'esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole.

Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all'esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all'uomo.

 

 

Il testo è tratto da “Gargano magico” di Francesco Rosso (Teca, Torino 1964, pp.45-50).

 

 

SCHEDA SU FRANCESCO ROSSSO

Francesco Rosso arrivò al giornalismo attraverso gli studi letterari, ma anzichè dedicarsi a quelle particolari forme di reportage genericamente definite “da voyageur”, cioè riferendo impressioni e sensazioni di derivazione intellettualistica, si era specializzato nelle inchieste sociali.

Inviato speciale del quotidiano torinese « La Stampa », aveva viaggiato in quasi tutti i continenti. Visitò paese per paese tutto il continente africano, dal litorale mediterraneo all'oceano immenso in cui si annullano Madagascar e Zanzibar, riferendo i fermenti delle popolazioni negre avviate alla difficile indipendenza o ancora afflitte dal colonialismo, come le Rodesie, il Sudafrica e Mozambico. Da Cuba, dove seguì gli sviluppi della rivoluzione castrista, egli visitò tutti i paesi del Centro e Sud America scossi da sanguinose rivolte, come la Colombia, o inquieti per i fermenti populisti come il Brasile e l'Argentina, il Cile, il Perù, il Paraguay. In Asia, attraverso l'India e il Pakistan, indagò sul problema delle masse enormi di uomini afflitti dalla fame. Nel Medio Oriente sempre agitato da rivoluzioni, assistette alla sommossa culminata nel regicidio di Bagdad, alle esplosioni dei contadini persiani, ai tumulti di Damasco, Gerusalemme, Ankara. La sua inclinazione a studiare l'uomo nel suo ambiente lo indusse, in “Gargano magico”, a indagare la realtà socio-culturale dello Sperone d’Italia.

 

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September 23

Alcuni scatti della giornata "rotariana"(interclub Manfredonia e Gargano) alla scoperta di Rodi con il trenino della Garganica

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L'arrivo a Rodi in treno da San Severo, con alcuni scorci del paesaggio garganico visti dal treno, foto di gruppo nel centro storico di Rodi, foto ricordo dei due presidenti, l'ingegner Saverio de Girolamo (Rotary Club Manfredonia) e la dottoressa Maria Rosa Zagaria (Rotary Club Gargano).
 
 
 
 
September 17

ALLA SCOPERTA DI RODI … CON IL TRENINO DELLA GARGANICA

ROTARY CLUB DI MANFREDONIA ALLA SCOPERTA DI RODI … CON IL TRENINO DELLA GARGANICA
 
 

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Domenica 14 settembre, una delegazione della sezione del Rotary Club di Manfredonia, guidata dal dr. Sabino Sinesi,  è giunta a Rodi Garganico con il “mitico” trenino delle Ferrovie del Gargano. Ad accogliere il gruppo la dr.ssa Maria Rosaria Zagaria, presidente della sezione del Rotary Club Gargano. Un arrivo salutato da una pioggia leggera, la prima dopo tre mesi di siccità. Il percorso “alla scoperta di Rodi” è iniziato con una visita al costruendo porto turistico, le cui caratteristiche sono state illustrate da un promoter della “Remax Acquachiara” che ha descritto il plastico del porto di Rodi postato nel gazebo della Cidonio SPA, rispondendo poi alle domande e curiosità dei rotariani. I posti barca saranno 360, su una superficie di 90mila metri quadri; circa 29mila mq lo specchio d’acqua del porto. La profondità del bacino di ormeggio andrà da un minimo di tre metri e mezzo a un massimo di 4 metri e mezzo, per consentire l’accesso alle imbarcazioni sia a vela che a motore di lunghezza compresa tra gli 8 e 25 metri (con qualche unità di 40 metri). Sulla piazzola di banchina è prevista la realizzazione di una area attrezzata dove saranno ubicati, oltre ad un eliporto, bar, ristoranti, locali commerciali, negozi, officine, servizi igienici, uffici; infine, la torre di controllo e, naturalmente, il distributore-carburanti. Una parte della superficie dell’area sarà destinata al rimessaggio e riparazione delle imbarcazioni.

Il porto turistico è ormai in avanzato stato di costruzione: l’inaugurazione è prevista nel mese di maggio 2009. Sarà titolato a «Maria SS.ma della Libera», nome della Patrona di Rodi Garganico, che conserva nel suo Dna la vocazione per il mare e per l’arte della marineria. La prima richiesta per la costruzione di un moderno porto a Rodi risale al 1908: l´amministrazione comunale cercò, fin da allora, di dotare la città di un porto a servizio dei traffici commerciali.

Dopo questa rapida ricognizione delle potenzialità del futuro porto, il gruppo dei rotariani ha proseguito la visita guidata, recandosi dal centro della cittadina garganica fino al santuario della Madonna della Libera, dove  la sottoscritta (guida turistica decisamente improvvisata!) ha tracciato un rapido excursus sulla storia della città. Più per leggenda che per fonti storiche, si fa risalire la fondazione di Rodi all’VIII secolo a.C, ad opera di un gruppo di marinai greci, i "Rodii Argivi". Certamente fu città romana. Gli abitanti sono molto devoti alla Madonna della Libera il cui Santuario ha un'origine suggestiva: si narra che nel 1453 una delle navi veneziane provenienti dall’Oriente, e che trasportava le sacre Icone salvate dalla distruzione turca, si “bloccò” al largo di Rodi. La nave, inspiegabilmente, non riusciva a riprendere la navigazione. Salito in paese per chiedere se ci fossero correnti contrarie alla navigazione, per ben due volte il capitano vide una delle icone della Madonna, prelevate a Costantinopoli e trasportate sulla sua nave, reggersi miracolosamente su un macigno. Solo dopo averla donata ai rodiani, poté riprendere il viaggio. Nel luogo in cui il quadro si era posato, adiacente alla preesistente cappella di Santa Lucia, fu edificato il primo nucleo del santuario mariano.

Venuta dal mare, la Madonna accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane dei traffici sul mare. Il santuario reca sul frontale la dicitura: «A devozione dei naviganti». Rodi Garganico, rinomata per la sua marineria, allacciò fiorenti traffici con la vicina Dalmazia, con il resto del Mediterraneo e perfino con l’Oriente. Esportava vini, arance, limoni ed olio. La storia della Madonna della Libera è da inserire nel contesto della storia marinara della città e del suo fiorente commercio agrumario. La costruzione del santuario fu portata a termine con le offerte dei rodiani, purtroppo nulle negli anni delle terribili “gelate”, che negli inverni del 1891 e del 1895 fecero svanire il sogno di ricchezza di molte famiglie. In queste occasioni, la Vergine della Libera veniva portata in processione dal suo Santuario fino al Belvedere, nella speranza che la neve non gelasse le delicate zagare in fiore.

Nel Santuario sono raccolte numerose tavolette votive, con scene di naufragi. Quando i trabaccoli carichi di agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia, i superstiti si recavano a sciogliere voti alla Madonna della Libera. Molti rodiani abbandonarono gli agrumeti,  distrutti da frequenti gelate, e lasciarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, concentrando le loro speranze di riscatto economico nelle Americhe, e precisamente nel New Yersey, a Hoboken, un’area suburbana di New York. Hoboken diventò la seconda patria di questa gente di mare che si portava dentro il ricordo della Madonna della Libera e continuò a festeggiarla oltremare ogni 2 luglio.

Dopo questa “full immersion” nella storia del culto della sacra Icona, il rettore del santuario, don Michele Carrassi salutando i rotariani, si è soffermato sul significato della denominazione data al santuario della Madonna della Libera. Il gruppo ha ammirato quindi il sacro Quadro; dietro l’altare del santuario è presente, oltre al “Sacro sasso”, anche una perfetta copia dell’Icona, utilizzata durante le processioni per evitare il deterioramento dell’originale che, dopo l’ultimo restauro della Soprintendenza di Bari, custodito nella teca monumentale della cripta.

Dopo la visita al Santuario, il percorso è proseguito nelle suggestive viuzze del centro storico, dove sono collocate le principali emergenze architettoniche di Rodi Garganico.

L’itinerario ha toccato il primo convento francescano (oggi chiesa di San Pietro e Paolo, quasi sempre chiusa al pubblico); il Belvedere, dove si affaccia la cinta muraria con quel che resta del Castello dei Cavaniglia, fino alla torre d’angolo dello Spuntone.

Delle torri d’avvistamento presenti a Rodi Garganico, quella dello Spuntone è la struttura più recente, probabilmente costruita nel 1535 da Pietro di Toledo, viceré di Napoli, per difendere il centro abitato dagli attacchi dei Turchi. Da questa torre si potevano vedere quelle di Monte Pucci e di S. Menaio, mentre dal lato opposto si guardava a vista la Torre di Calarossa, nei pressi di Torre Mileto.

Scendendo dal Castello e risalendo i ripidi e stretti scalini dei vicoli del caratteristico quartiere marinaro del Vuccolo, di probabile origine longobarda (dove un tempo sorgeva la chiesetta di san Michele Arcangelo oggi non più esistente), i Rotariani si sono soffermati ad ammirare, oltre ai monumentali comignoli, la Chiesa del Crocifisso, un edificio chiuso al culto dopo il terremoto del 1995, e da circa un anno transennato per un ormai imminente restauro. 

La passeggiata è proseguita fino all’Hotel Piccolo Paradiso, nel cuore dell’oasi Agrumaria di Rodi, dove c’è stato un conviviale tra il gruppo di soci del Rotary Club Manfredonia e quello del Gargano.  Alle 16,30 di nuovo in carrozza, sul trenino della Garganica, alla volta di San Severo, per proseguire poi in auto fino a Manfredonia.

Una bella iniziativa, utile senz’altro alla promozione del territorio e alla conoscenza dei  beni culturali di questo angolo di Paradiso, da parte di chi vive nella parte opposta del Gargano. I Rotary Club del Gargano e di Capitanata, fra le varie iniziative, l’anno scorso hanno promosso a Peschici un convegno sugli incendi boschivi, donando un automezzo antincendio alle “Giacche Verdi” di Vico del Gargano. 

Il Rotary ha al suo attivo numerose iniziative a livello nazionale ed internazionale che i soci svolgono gratuitamente o autofinanziandosi. E’ partner, insieme all'Organizzazione Mondiale della Sanità, all'Unicef e al CDC, della “Global Polio Eradication Initiative” (Eradicazione Globale della Poliomielite). La Puglia, con tutti i suoi Club, è compresa nel Distretto 2120 insieme alla Basilicata.  L'Italia fa parte della Zona 12 (divisa in 10 Distretti con a capo altrettanti Governatori) che include anche Albania, Malta e San Marino.

Per quanto riguarda il “Treno del Gargano”, ricordiamo ai nostri lettori che esso verrà presto istituzionalizzato nei pacchetti di offerta turistica del Promontorio. Porterà i passeggeri interessati a nuovi percorsi “culturali” da Foggia a Rodi Garganico e  Peschici. Il treno, con carrozze moderne e climatizzate, sosterà nelle stazioni delle cittadine costiere mentre i turisti verranno accompagnati in visite guidate ai centri storici e ai principali monumenti del territorio. Tra i beni del patrimonio della civiltà marinara da ammirare, un trabucco, antico strumento di pesca che stava lentamente scomparendo sulle coste garganiche, ripristinato e rilanciato dall’associazione “I trabucchi del Gargano” presieduta da Pina Cutolo.

Per il viaggio inaugurale del “Treno del Gargano”, promosso da Marialuisa d’Ippolito,  capodelegazione FAI del capoluogo foggiano,  la partenza è fissata al 21 settembre, con il seguente programma: ore 9: partenza “Stazione di Foggia” - ore 10.30: arrivo “Stazione di Rodi Garganico”, visita guidata del centro storico, degustazione di prodotti tipici - ore 14: partenza per Peschici - ore 14.30: arrivo “Stazione di Peschici”, Concerto di musica folk del Gargano, visita guidata a centro storico e Trabucco - ore 18: partenza per Foggia - ore 21: arrivo “Stazione di Foggia”.

 

Teresa Rauzino

 

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September 11

News su abbazia di Kàlena

Subject: 8 settembre 2008. Due reportage dall'abbazia di Kàlena (Peschici-FG), nell'unico giorno in cui è aperta al pubblico per la festa di Santa Maria delle Grazie
 

PUGLIA IN/DIFESA ultimissime dalla stampa:


TERESA RAUZINO,
L'Abbazia prigioniera. Kàlena, un anno dopo

DOMENICO MARTINO: Càlena, un altro anno passato invano
 
 
 
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August 25

ESPROPRIAMO KALENA

Appello del Centro Studi “Martella” di Peschici al ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, per chiedere l’esproprio immediato dell’Abazia Benedettina di Kàlena (872 d.C.)

 

KALENA

UNA COLPEVOLE RIMOZIONE

 L’abbazia di Santa Maria di Kàlena, in agro di Peschici (Fg) è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico in suo “affido”. Ma è anche lo specchio di una colpevole dimenticanza della Soprintendenza ai beni culturali e architettonici della Puglia, Ente preposto alla tutela dell’ abbazia stessa. Infatti, nonostante dal 1997 l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sia molto forte su Kàlena, l’Ente di tutela non ha mai imposto (effettivamente e non soltanto sulla carta) ai proprietari le opportune misure di “conservazione” previste dalla normativa sui beni culturali.

Eppure il Ministero ha invitato da tempo la Soprintendenza a muoversi in questo senso. Il 23 aprile 2003 il soprintendente Giammarco Jacobitti rispondeva con questa nota rassicurante al Ministero che lo sollecitava ad applicare la normativa della legge 490/99 per l’abbazia di Kàlena: “Questo Ufficio, con nota n. 23673 del 23.09.2003, invitava i proprietari a contattare il funzionario tecnico di zona (allora era l’arch. Nunzio Tomaiuoli; ndr) per concordare la data del sopralluogo e le modalità di presentazione degli atti progettuali. A seguito di sopralluogo congiunto, i proprietari si sono impegnati a predisporre atti progettuali volti alla realizzazione delle seguenti opere:

a) risanamento delle creste murarie della chiesa e del recinto del complesso e successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio;
b) consolidamento e restauro della copertura lignea della campata absidale;
c) impermeabilizzazione degli estradossi delle navate laterali;
d) ricomposizione e bloccaggio degli elementi lapidei dell’ambito sommatale della vela campanaria e posa in opera di massetto protettivo in cocciopesto di colore grigio;
e) rifacimento dei canali di gronda e dei discendenti pluviali (in rame) sul prospetto laterale (lato cortile) della chiesa e dell’edificio adibito ad abitazione dei proprietari;
f) interventi di stilatura dei giunti dei conci lapidei lungo le sconnessioni della tessitura muraria;
g) bonifica dei vani della primitiva chiesa.

A riguardo, il soprintendente Jacobitti faceva presente al Ministero che i proprietari di Kàlena erano prossimi a trasmettere al suo Ufficio il progetto delle misure conservative del bene, concludendo con questa secca nota: “Qualora i suddetti Proprietari disattenderanno agli impegni assunti, questo Ufficio procederà immediatamente ai sensi degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99”.

Iacobitti quantificava il preventivo di spesa dell’intervento da realizzarsi a Kàlena: il costo del restauro dell’intero complesso poteva attestarsi presumibilmente intorno a un milione e mezzo di euro; riguardo poi alla sua funzionalità, la spesa (non inferiore a 750mila euro) poteva variare a seconda della tipologia funzionale che si intendeva conferirgli (museo, struttura di accoglienza, o altro).

Il 19 maggio 2003 il Ministero per i beni e le Attività culturali, Direzione Generale per i beni Architettonici ed il Paesaggio (Serv. III, Prot. N. 17790) rispondeva così al Soprintendente di Bari:
«E’ pervenuta a questa D.G. la nota prot. 7384 del 23 aprile 2003 con la quale la S.V., secondo quanto richiesto, riferisce nel merito dell’effettivo interesse e stato di conservazione dell’immobile nonché sugli interventi di restauro, e relativi costi, necessari a restituire funzionalità al bene medesimo. Non potendo questo Ministero, allo stato attuale, sopperire direttamente alle necessità di restauro e rifunzionalizzazione dell’immobile si ritiene di poter pienamente condividere quanto concordato tra la S.V. ed i proprietari del complesso.

«A tale proposito si rammenta che, secondo quanto stabilito dall’art. 41 del D.Lgs 490/99 comma 1: “Lo Stato ha facoltà di concorrere nella spesa sostenuta dal proprietario del bene culturale per l’esecuzione degli interventi di restauro per un ammontare non superiore alla metà della stessa”. Sarà dunque facoltà della S.V., valutata la qualità del restauro effettuato dal proprietario, concedere allo stesso un contributo pari anche al 50 percento della spesa sostenuta». La nota ministeriale era firmata dal responsabile del procedimento, architetto Maria Maddalena Scoccianti, e dal Direttore generale, architetto Roberto Cecchi.

In questi anni la Soprintendenza di Bari si è completamente dimenticata di Kàlena… Ha completamente rimosso la sua dichiarazione d’intenti di procedere all’applicazione degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99. Gli interventi di recupero ormai inderogabili per la sopravvivenza del monumento non sono mai stati imposti alla proprietà che andava obbligata dal 2003, come da normativa, all’esecuzione delle opere necessarie alla reintegrazione del bene culturale. In caso di inottemperanza, il Ministero era tenuto direttamente, d’ufficio, ad attuarlo, notificando le spese all’obbligato. Non lo ha mai fatto perché la Sovrintendenza non ha mai dato seguito alla sua nota del 2003.

I principi richiamati nella nota Jacobitti al Ministero sono stati riconfermati dall’attuale normativa, vigente dal 2004: il codice Urbani sui “beni culturali e sul paesaggio” mette sempre in primo piano la conservazione dell’integrità dei beni sottoposti a tutela, la loro valorizzazione ed il rispetto dell’interesse pubblico generale. L’articolo 95 del Codice Urbani prevede l’estrema ratio: se c’è un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica di monumento, esso può essere espropriato direttamente dal Ministero per causa di pubblica utilità. Lo stesso provvedimento può essere adottato dalla Regione Puglia.

Perché la Soprintendenza in tutti questi anni non ha mai dato un reale seguito all’invito ministeriale di portare avanti la questione del restauro di Kàlena? Perché ha ignorato la legge vigente, impedendo al Ministero di procedere nelle misure del restauro coatto e dell’esproprio? Perché non ha proceduto con celerità al progetto che avrebbe permesso di utilizzare i 500mila euro stanziati dal ministro Rutelli e azzerati nell’attuale finanziaria perché l’opera non è stata ancora cantierizzata?

Crediamo sia giunta l’ora che la normativa dell’esproprio venga finalmente applicata anche per Kàlena, visto che la Legge è stata disattesa da anni e il Consiglio Comunale di Peschici ha deliberato di procedere all’esproprio per pubblica utilità sin dal lontano 2005. Deliberato mai attuato. Con l’aggravante della perdita di un vecchio finanziamento (del Ministero dell'Economia) di 350mila euro.

Chiediamo al ministro Bondi di adoperarsi per l’esproprio immediato dell’abbazia di Peschici.

Kàlena non può aspettare oltre. Sta davvero crollando!

prof.ssa Teresa Maria Rauzino
presidente Centro Studi MARTELLA di Peschici
 
 


N.B: - Lo stesso testo, con qualche leggera variante, è stato inoltrato al presidente della regione Puglia Nichi Vendola

August 09

L’OASI NATURALISTICO- ARCHEOLOGICA “LA SALATA” VIESTE

III Appuntamento della kermesse delle Edizioni del Rosone:

"IL GARGANO TRA NATURA E CULTURA"

 

 

 

VISITA GUIDATA ALL’OASI NATURALISTICO- ARCHEOLOGICA“LA SALATA” DI VIESTE, FAMOSA IN TUTTO IL MONDO, MA NON QUI DA NOI 

 la salata

Proseguono gli incontri organizzati nell'ambito della manifestazione del Rosone "Il Gargano tra natura e cultura". Ieri 8 agosto 2008, un gruppo di escursionisti guidato da Carmen Ranalli dell'agenzia Sinergie,   ha partecipato alla  visita guidata all'oasi naturalistico-archeologica “La Salata”, un antichissimo sito archeologico recuperato nel 1997dai volontari del WWF di Vieste.

foto gruppo

Costituito da oltre 300 tombe scavate interamente nella roccia, in grotte naturali, il complesso cimiteriale paleocristiano del III-IV sec. d.C., è costituito da tombe terragne, parietali, ad arcosolio e da un unico e raro esempio di tomba a baldacchino. Ma la sua bellezza non è solo di natura archeologica. La necropoli, che si estende su un'area di 6000 mq, è immersa in un suggestivo scenario naturale fatto di macchia mediterranea e due sorgenti carsiche, all'interno delle quali vivono indisturbate tartarughe, anguille e rane.

Qualche anno fa il programma GEO&GEO le dedicò una puntata, approfondendo il fenomeno del carsismo presente nel sito; l’anno scorso anche “Linea Blu” si occupò dell’Oasi di Vieste. La celebre guida “Lonely Planet”, nell’edizione 2008, ha inserito “La Salata” tra i posti più affascinanti da visitare.

 

Il sito attualmente è affidato al Santuario S. Maria di Merino ed è uno dei pochi del Gargano organizzato per le visite guidate, grazie alle guide volontarie dell’Agenzia “Sinergie”, agenzia di Guide Ufficiali del Parco Nazionale del Gargano.

 

«Durante il periodo scolastico – ci spiega la responsabile del settore Comunicazione e Visite guidate, Dott.ssa Francesca Toto – sono molte le scuole e le Università che vengono a visitare “La Salata”. Per le scuole organizziamo attività di educazione ambientale molto specifiche e mirate non solo alla conoscenza ambientale ma anche e soprattutto all’educare i ragazzi a vivere e lavorare in gruppo».

 

La visita non necessita di prenotazione, ha una durata di 40 min. circa e non presenta alcuna difficoltà; ad accompagnarvi sarà una guida di “Sinergie” che troverete direttamente all'ingresso dell'Oasi nei seguenti giorni ed orari:

 

GIUGNO: Lunedì, Mercoledì, Venerdì ore 17,30 e 18,15.

 

LUGLIO E AGOSTO: Dal Lunedì al Venerdì ore 17,30 e 18, 15.

 

SETTEMBRE: Lunedì, Mercoledì, Venerdì ore 16,00 e 16,45.

 

DA OTTOBRE A MAGGIO: visite solo su richiesta e per minimo 8 persone

 

 

 

COME ARRIVARCI

 

La Necropoli è situata sulla litoranea Vieste- Peschici (S.P. n° 52) al km 7,3 accanto all'Hotel - Villaggio Il Gabbiano". Appena giunti nei pressi del villaggio Baia dei Lombardi, parcheggiare e proseguire a piedi lungo la stradina che conduce all'Hotel Gabbiano Beach.

 

L'ingresso dell'Oasi è adiacente al cancello dell'Hotel Gabbiano.

 

Per la visita è previsto un contributo per la manutenzione dell'Oasi di euro  4,00 a persona con gratuità per ragazzi fino a 12 anni.

 

 

 

Per informazioni: Agenzia SINERGIE  0884-706635; 338-8406215.

 ALBUM FOTOGRAFICO REALIZZATO DA TERRY RAUZINO DURANTE LA VISITA GUIDATA ALL'OASI "LA SALATA":

clicca sulla prima foto:

 

 terry alla salata

 

 

ITINERARIO DELL'ARCHEOLOGO

Le necropoli di Vieste sono complessi cimiteriali ubicati lontano dai centri abitati in ipogei (grotte), databili al III-IV secolo del periodo paleocristiano. I loculi, scavati nella roccia, non hanno un ordine prestabilito: sono sparse sia sul pavimento (tombe terragne) che sulle pareti (tombe parietali) o tipizzati da arcosoli, che sovrastano uno o più loculi.

 

Gli ipogei erano preceduti da dromos, stretti corridoi di accesso, non sempre ricavati nella roccia, ma spesso costruiti con pali e rami intrecciati, che avevano forse lo scopo di impedire ai curiosi di guardarvi con facilità o di penetrarvi all'improvviso.

 

E' probabile che gli stessi ipogei fossero utilizzati dagli uomini nella preistoria come dimore o come ricovero per gli animali.

 

Le necropoli della Salata e della Salatella sono ubicate entrambe su un'area estesa circa 6000 mq., a nord-ovest, sul costone, nei pressi del complesso turistico del Gabbiano Beach. Nella parte alta sono situate quelle della Salatella e comprendono due ipogei intercomunicanti. Il primo a sinistra, suddiviso in due ambienti e quello a destra, caratterizzato da una tomba a baldacchino. Poco distante e quasi alla stessa, altezza vi è un altro ipogeo molto più piccolo e con pochi loculi. Lungo il sentiero che porta al mare si incontra ancora una piccola grotta, in cui si intravede solo un arcosolio e a circa 1O metri un complesso maggiore, formato da due ambienti intercomunicanti, a cui si accedeva per mezzo di un uscio posto nella parte opposta. Il primo è parzialmente crollato e l'altro molto più in basso presenta un pilastro al centro con numerose tombe.

 

LA SALATA

 

Il complesso cimiteriale maggiore e più spettacolare è quello della Salata, posto di fronte al mare e, reso più appartato da un ruscello proveniente da una grotta naturale, sulle cui pareti sono scavate alcune tombe. Si sviluppa su un grottone con una falesia alta circa 30 metri. In quella centrale  i loculi, di diverse dimensioni, sono sparsi ovunque, anche negli anfratti più recessi e a notevoli altezze. Quelli piccoli dovevano accogliere le ceneri dei deceduti cremati. Sulla parete sinistra si notano alcuni arcosoli contornati da tombe in bell'ordine, mentre su quella di destra sono ubicati due complessi sovrapposti. In ognuno di essi si notano in modo ordinato arcosoli, tombe terragne e parietali. A quello superiore si accede per mezzo di una stretta scalinata ricavata nella roccia stessa. Le sepolture cristiane, a differenza di quelle daunie con ricco corredo e cadavere posto in posizione fetale, si presentavano povere (solo lucerne votive con simboli cristiani) e con cadavere in posizione distesa. Le tombe, tutte studiate durante le passate campagne archeologi che, erano sigillate con lastre di terracotta, a modo delle catacombe romane. Gli archeologi hanno definito questa necropoli come la più maestosa e suggestiva, nel suo genere, dell'intero bacino Mediterraneo. E' la più antica testimonianza dell'arrivo del Cristianesimo sul Gargano. Durante la diffusione del Cristianesimo non si hanno notizie di persecuzioni né a Vieste né sull'intero Gargano: si deve ipotizzare che la nuova religione venne tollerata dai fautori del paganesimo. La nuova religione, infatti, penetra anche se non rapidamente, in tutti i paesi della fascia costiera e nei centri di maggior traffico commerciale, sparsi sulle maggiori vie di comunicazione e in quelle che conducono a Roma. Il paganesimo prosperò fino a tutto il V secolo. "La Salata" oltre ad avere l'importanza archeologica descritta, presenta notevoli caratteristiche anche sotto l'aspetto geologico, botanico e faunistico. AlI'intero dell'area, infatti, scorrono due ruscelli di origine carsica.

 

Essi, in realtà, rappresentano la parte terminale di un lungo percorso sotterraneo delle acque meteoriche che dopo essere state inghiottite in superficie, attraversano un territorio ipogeo caratterizzato soprattutto da formazioni calcaree con resti fossili di nummuliti, fino a defluire a mare. Lungo la costa del Gargano da Lesina a Mattinata si contano oltre 200 sorgenti di questo tipo. Alcune affioranti altre sottomarine. La sorgente che affiora da una grotta de "La Salata" presenta acque purissime anche se con un rilevante grado di salinità. In queste acque si sono preservate, miracolosamente, alcune specie faunistiche, qui relegate dall'antico sistema di zone umide costiere, oggi quasi del tutto scomparso. E' presente la rana, la tartaruga d'acqua e la biscia d'acqua. Anche l'ittiofauna è validamente rappresentata da anguille e cefali che qui vengono a deporre le uova. Tra le specie ornitiche maggiormente osservate si deve menzionare il barbagianni, il colombaccio, la ghiandaia marina, la ballerina bianca, oltre a diverse specie di uccelli di macchia. Tra i pipistrelli è presente la nottola. La vegetazione è quella tipica della macchia mediterranea, ricca e profumata, e nella zona palustre oltre a cardi giganteschi troviamo una rarissima colonia di crescione d'acqua.

 

L'ITINERARIO ARCHEOLOGICO SULL'IPOGEO "LA  SALATA " E' TRATTO DA:

http://www.vieste.it/itinerario_archeologo.htm

http://www.vieste.it/itinerario_archeologo2.htm 

 

 
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MICROSTORIE GIUGNO 2009


Lucien Febre, storico delle «Annales», dettava questi “anomali” consigli agli aspiranti ricercatori:

«Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. (...). È tutto? No. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d'ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate la gelida vita della principessa addormentata...».


Di questo insegnamento cercheremo di far tesoro nel proporvi le nostre, speriamo interessanti, MICROSTORIE.





ED ECCO A VOI LE "MICROSTORIE" DI GIUGNO 2009:




LEONARDA CRISETTI: NICOLA D'APOLITO, IL CHIRURGO CHE INVENTO’ UNA NUOVA SUTURA



TERESA MARIA RAUZINO: ISCHITELLA, “PATRIA" DI PIETRO GIANNONE



CARLO TIBALDESCHI: LO STEMMA. ESPRESSIONE GRAFICA DEL NOME, E SUA TUTELA NEL MONDO



(Padre) MARIO VILLANI: A SAN MARCO IN LAMIS ... TRA GLI EX VOTO DI SAN MATTEO


Buona Lettura!

 

http://www.microstorie.net

 

May 26
Jan. 15
Matteowrote:
complimenti professoressadal
tuo alunno
della 2 B
 petrosino matteo
Oct. 9
Centro di studi normanno-svevi - Università degli Studi di Bari


Diciottesime "giornate normanno-sveve"

BARI-BARLETTA-DUBROVNIK 14-17 ottobre 2008

UN REGNO NELL'IMPERO
I caratteri originari del regno normanno nell'età sveva: persitenze e differenze (1194-1266)

con il patrocinio di
Presidenza e Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia, Comune di Barletta


con il contributo di
Regione Puglia; Comune di Barletta; Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia; Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari; Dipartimento di Scienze Storiche e Sociali dell'Università di Bari


con la collaborazione di
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Foggia; Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia dell'Università di Lecce; Istituto Internazionale di Studi Federiciani del CNR, Potenza; Comunità delle Università Mediterranee, Bari; Centro Studi sulla Storia dell’Ordine Teutonico nel Mediterraneo, Torre Alemanna-Cerignola (FG); Provincia di Bari; Comune di Bari; Comune di Bitetto (BA); Comune di Gravina in Puglia (BA); Comune di Modugno (BA); Camera di Commercio Italo Orientale, Bari; Mario Adda Editore, Bari; Edizioni dal Sud, Bari; Associazione culturale Historia, Bari; Società Cooperativa Universitas, Manfredonia (FG); Rotary Club di Fasano (BR)


Coloro che desiderano frequentare regolarmente i lavori delle «giornate» (a Bari e Barletta), e ritirare la cartella del congressista (con il volume XVII degli Atti del Convegno su Nascita di un regno. Poteri signorili, istituzioni feudali e strutture sociali nel Mezzogiorno normanno, 1130-1194) e l'attestato di partecipazione, possono iscriversi presso la segreteria del convegno prima dell'inizio delle sedute, versando la tassa d'iscrizione di € 35, ovvero di € 45 (con il volume XVII degli Atti e con il secondo volume dei “Quaderni del Centro”, Federico II nel Regno di Sicilia. Realtà locali e aspirazioni universali).



Coloro che, iscritti al convegno, desiderassero frequentarne i lavori anche nelle «giornate» di Dubrovnik, sono invitati a contattare direttamente la segreteria del Convegno.



Per le giornate del convegno è stato chiesto al Ministero dell’Istruzione l'esonero dal servizio per i docenti partecipanti. Ulteriori particolari potranno essere richiesti alla segreteria del Convegno.



PROGRAMMA DELLE XVIII giornate:

http://microstorie2.splinder.com/post/18233788






Concorso a "borse di studio" per giovani medievisti



Per favorire la partecipazione e la permanenza a Bari di giovani studiosi interessati al tema delle «giornate» 2008, vengono messe a concorso “10 borse di studio” consistenti esclusivamente in servizi (soggiorno e pranzi a Bari, Barletta e Dubrovnik, viaggio andata e ritorno Bari-Dubrovnik), per un importo di circa 650 euro l'una. Le domande (con l’indicazione dell’indirizzo e del recapito telefonico del candidato, e di un indirizzo e-mail per rapide comunicazioni) dovranno pervenire al direttore del Centro entro e non oltre le ore 12 del 15 settembre 2008 in carta libera e corredate dai seguenti documenti in carta libera:



a) Fotocopia del titolo di studio universitario.

b) Curriculum degli studi compiuti.

c) Copia delle pubblicazioni.

d) Una o più lettere di presentazione scientifica da parte di docenti universitari o studiosi qualificati.

e) Eventuali altri titoli.



I vincitori delle 10 “borse di studio” messe a concorso ne riceveranno tempestiva comunicazione e saranno esentati dal pagamento della tassa d'iscrizione. Nella comunicazione di accettazione della “borsa”, i borsisti dovranno obbligatoriamente dichiarare di essere in possesso di un documento valido per l’estero (passaporto o carta d’identità per l’estero).



Al termine delle «giornate» sarà rilasciato ai borsisti un certificato di partecipazione. La direzione del Centro si riserva di rifiutare l'attestato e i servizi ai borsisti che non abbiano frequentato assiduamente o abbiano abbandonato prima della conclusione i lavori delle «giornate».



Per ulteriori informazioni: Centro di Studi Normanno-Svevi, Palazzo Ateneo, piazza Umberto I, 70121 Bari; telefono direzione: 080-5714317
segreteria: 349-7514788 (Giuseppe); 329-3135158 (Silvana); 328-0169937 (Victor)
email: storiamedievalebari@libero.it
Sept. 1
 

 

 

 

Puntuale in rete il numero di agosto del Gargano nuovo, il periodico più “antico” del Promontorio.

 L’editoriale del direttore Francesco Mastropaolo “Gargano da riscoprire” fa da spalla al titolo d’apertura “C’era il bello, una volta…” firmato da Ninì Delli Santi, direttore della viestana OndaRadio. “La baia della Marina Piccola e i viestani usati come «campo da gioco anti-tradizionalista». Oggi in architettura va di moda l’annientamento e chi lo contesta passa per retrogrado. Uno spray nichilista che taglia ogni legame con la nostra natura” recita l’occhiello. A taglio basso “IL PARCO DEGLI SPRECHI” di Antonio V. Gelormini sulla recente inchiesta della magistratura, in cui sono indagati l’ex presidente e l’ex direttore del Parco Nazionale del Gargano, e il primo sequestro di beni nel settore ambientale.

In seconda pagina un bel reportage sul primo anno della prevenzione incendi, di Silverio Silvestri, e in terza l’ormai immancabile appuntamento coi “dialoghi” stravaganti e cervellotici cui ci sta abituando Piero Giannini. Di spalla la cronaca firmata da Leonarda Crisetti dedicata alla serata di presentazione del libro del Centro Studi “Martella” avvenuta il 23 luglio scorso a Rodi G.co nell’ambito della manifestazione “Tra natura e cultura”.

La Crisetti si ripete in 4.a con “Il gioco, uno strumento per crescere”, chiave di lettura del contesto culturale garganico in un progetto del Liceo socio-psico-pedagogico di Cagnano Varano. Maria Teresa d’Orazio firma in 5.a “SANTI E PAESI - San Nicandro e San Marciano tra storia e devozione”, mentre Laura Maggio, in 6.a, ci parla della “Daunia Vetus oggi” operando un bel ricordo della figura di Marina Mazzei attraverso la ripresa di uno studio da lei particolarmente seguito: “LE TOMBE DEL CETO EMERGENTE DI ASCOLI SATRIANO”.

Leonardo P. Aucello con “L’Arciconfraternita dei sette dolori (un libro per celebrare i 250 anni di vita della Parrocchia sammarchese dell’Addolorata) e Angela Picca con la puntuale rubrica “Oblò” dedicata ai pugliesi illustri nel regno di Napoli, una 5.a puntata dedicata a Giuseppe Capecelatro e il clero giacobino, chiudono il giornale. E, come sempre… buona lettura.

(link -
http://files.splinder.com/a8da54d5bdd18fc231431917ce438e2b.pdf


oppure sul sito puntodistellaella categoria PERIODICI DI CITTA' GARGANO)

da www.puntodistella.it

 
Aug. 16

Il trabucco di Montepucci: un set perfetto

 Nella storia del cinema, il trabucco di Montepucci viene visualizzato per la prima volta ne “Lo Sperone d’Italia”, un documentario dell’Istituto Luce girato nel 1943. Dopo le sequenze su scorci paesaggistici del Gargano interno, lo speaker annuncia: «Ci eravamo scordati che il Gargano è un paese essenzialmente costiero; il Lago di Varano, comunicante con il mare, conferisce un inatteso aspetto a questa regione». La visuale lacustre e marina si stempera nell’immagine dei pescatori intenti a preparare le reti, con una zoomata sui pesci sguazzanti sott’acqua. Una diversa luminosità del mare, acqua di un azzurro profondo permeata di sole, segnala la presenza del mare aperto. Appaiono barche e pescatori che stendono le reti sulla spiaggia.

«Lungo la costa, le reti a bilancia formano tanti appostamenti per i favolosi cefali dell’Adriatico. I pescatori non hanno bisogno di muoversi troppo per fare buona preda» continua lo speaker. Spunta il Trabucco di Monte Pucci: un pescatore osserva il fondale da un albero sporgente sulle reti a bilancia poste sulla scogliera. Appare Peschici, erta sulla Rupe. A 90 metri emerge il suo Castello, precipitante a picco sul mare. La voce narrante evoca ulteriori suggestioni: «I paesi della costa sono piantati in alto sopra la roccia, visti dal mare, hanno un’apparenza inaccessibile e pittoresca, come antichi castelli. Accanto ad ogni paese, fra le rocce, si aprono lidi dolcissimi. Dietro sono le pinete… Odori di mare e di resina si confondono nell’aria».

Nel 1958, il trabucco di Montepucci divenne lo scenario ideale per le riprese di alcune sequenze del film italo-francese “La Legge”, tratto dall’omonimo romanzo scritto nel 1957 da Roger Vailland e girato dal regista Jules Dassin. La vicenda è ambientata in un villaggio corso (nell’edizione francese e nel romanzo, in Puglia); qui molti maschi corteggiano Marietta, bella e provocante ragazza del luogo. Chi vincerà? La legge è quella che i forti e i furbi impongono ai deboli. Il film non è un capolavoro, ma fra gli attori vi sono mostri sacri del cinema e del teatro europeo come Gina Lollobrigida, Paolo Stoppa, Vittorio Caprioli, Melina Mercouri, Yves Montand, Lydia Alfonsi, Gianrico Tedeschi, Pierre Brasseur, Marcello Mastroianni.

I trabucchisti di Montepucci divennero i figuranti del film. Essi ricordano ancora quell’evento eccezionale, come si evince dalle interviste raccolte da Angela Campanile: «Agli attori, ed ai nostri pescatori piaceva il vino, e diversi decalitri venivano tracannati ogni sera alla cantina sita nel centro storico di Peschici. La bellezza mediterranea di Gina Lollobrigida aveva contagiato tutti». Grandi e piccoli, presi dalla curiosità, si recavano a piedi al trabucco di Montepucci, set del film, per assistere alle riprese cinematografiche.

A Montepucci è ambientato “Le soleil des Scorta”, pubblicato in Italia col titolo “Gli Scorta”, romanzo dello scrittore francese Laurent Gaudé, che ha vinto il Premio Goncourt 2004. Narratore e drammaturgo, Gaudé ha pubblicato numerose pièces di teatro e altri due romanzi: Cris e “La Mort du roi Tsongor” (Prix Goncourt des lycéens 2002, Prix des Libraires 2003). La saga degli “Scorta” ha origine nel 1875 in uno sperduto villaggio della Puglia, denominato Montepuccio, dove il calore del sole sembra spaccare la terra e ogni cosa è immobile nell’aria infuocata!

Nel romanzo, la stirpe degli Scorta ha origine dall’unione violenta tra Luciano Scorta e Immacolata che mette al mondo Rocco, bastardo, assassino e stupratore come suo padre, che terrorizza la regione prima di sposare una demente e avere tre figli. Angustiati dalla miseria e dalla follia, i tre cercheranno di fuggire negli Stati Uniti ma, scacciati da Ellis Island, torneranno al paese, dove apriranno una tabaccheria. “Mangiatori di sole”, in eterna lotta contro la maledizione della loro terra, una terra che non riescono ad abbandonare, tanto le sono simili. La critica francese è stata prodiga di elogi per il romanzo. «Con il suo senso della narrazione, Laurent Gaudé non ci fa rimpiangere Tomasi di Lampedusa... Grande arte (l’Humanité)». «Uno scrittore che ha un tono classico, un ritmo perfetto. Un vero talento, decisamente (Madame Figaro)».

Ma “La Gazzetta del Mezzogiorno” ha stroncato, senza remissione di peccato, il libro di Gaudè. Il critico letterario Michele Trecca nell’articolo ‘Pugliesi trogloditi nel romanzo francese sul “solito” Sud’ scrive: «E’ l’ennesima rappresentazione folkloristica del Meridione (sub specie garganica: la storia, infatti, è ambientata a Peschici chiamata nel romanzo Montepuccio. Una ridicola summa di luoghi comuni sparati a tutto volume (e cioè al massimo della retorica, senza alcun filtro ironico). C’è l’intero campionario della tradizione sudata. Lo svolgimento è davvero da principianti con grandi colpi di teatro buttati lì e poi dimenticati: più che altro, infatti, servono a Gaudé come spunto per le sue buffe massime antropologiche. E così, tra una risata e l’altra, in un Meridione a parte, escluso dai fatti del mondo, che non vive la storia ma la subisce, dopo gli asini di Luciano ti ritrovi di botto i clandestini albanesi del pronipote Donato e tra le righe del romanzo il rimpianto dell’angolino esotico che non c’è più, o forse sì... grazie al dono (avvelenato) di chi come Gaudé - per amore della moglie garganica - viene dalla Francia a restituirci tarantelle, odori e sapori del tempo che fu». Il vero interrogativo - conclude Trecca - è: «Ma in Francia che cavolo scrivono o leggono per dare tanto credito a roba del genere?»

Terry Rauzino

Aug. 10
Domani sera  7 agosto 2008, sala consiliare Municipio di Peschici
Il volume "Chiesa e religiosità popolare a Peschici" sarà presentato da monsignor D'Ambrosio
 
"Chiesa e religiosità popolare a Peschici" V volume della collana  "I luoghi della memoria " del Centro Studi Martella sarà presentato  giovedì 7 agosto ore 20,30 nella sala consiliare del Municipio di Peschici  dall'arcivescovo  Domenico D'Ambrosio e dalla presidente del Centro Studi Teresa Maria Rauzino. Interverranno l'assessore alla cultura, dr. Leonardo Di  Miscia, il sindaco Mimmo Vecera, la presidente di "Italia Nostra Gargano"  Menuccia Fontana e alcuni autori del libro, tra cui Enzo D'Amato, autore del  dossier-denuncia su Kàlena.
 In apertura sarà proiettato il CD "Kàlena, lo scrigno chiuso".
La cittadinanza è invitata.
Aug. 6
 


Blog collegato a: Storia medievale dai castelli ai monstra  ® Microstorie. La memoria dimenticata


 

a cura di TERESA MARIA RAUZINO

home page sito: http://www.microstorie.net NOVITA'MICROSTORIE LUGLIO 2008


Lucien Febre, storico delle «Annales», dettava questi “anomali” consigli agli aspiranti ricercatori:

«Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. (...). È tutto? No. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d'ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate la gelida vita della principessa addormentata...».

Di questo insegnamento cercheremo di far tesoro nel proporvi le nostre, speriamo interessanti, MICROSTORIE.



Questo mese ci sono due nuovi collaboratori a Microstorie:


MARIA TERESA D'ORAZIO:
Nativa di Sannicandro Garganico, la D'Orazio si occupa di tradizioni popolari e di microstoria, pubblicando i suoi saggi sul "Notiziario di Etnostoria garganica", la rivista del Centro Studi storici ed archeologici del Gargano. Vive attualmente a Roma.


PIERO GIANNINI:
Nativo di Molfetta (Ba) e peschiciano d'adozione, Piero Giannini ha esordito in campo letterario nel 1977. È di quell'anno la sua prima pubblicazione, alla quale sono seguiti tanti romanzi e una silloge poetica. Attento osservatore delle problematiche adolescenziali, le sue opere sono inserite nei cataloghi di «narrativa per la scuola» di vari editori italiani (ricordiamo in particolare «I figli del paradiso perduto», Editrice Theorema, Milano).
Un tempo "voce" dell'emittente televisiva («Rtg-Puglia»), è una delle firme più apprezzate delle testate giornalistiche regionali «Puglia» e «Lucania», dirette da Mario e Rossana Gismondi.
Da circa un anno è direttore editoriale di "punto di stella", periodico d'informazione del Gargano (www.puntodistella.it).

Ma lasciamo a lui il piacere di presentarsi ai nostri lettori, nello stile che gli è più congeniale:

«
Piero Giannini… il buon Sandro direbbe: chi era costui?!? Un Caravaggio tutto genio e sregolatezza, o un Cagliostro imbroglione e ciarlatano? A conoscerlo verrebbe da dire: geniale, sregolato, imbroglione, ciarlatano. Eppure innamorato di ciò che fa, sfrenato nella passione che lo anima, in qualunque settore dello scibile si cimenti. Spazia invero dal giornalismo attivo al romanzo sociale, dal noir alla poesia, dalla composizione di canzonette alla gestione di un sito. Disincantato, irrefrenabile, stolto quel tanto sufficiente da non apparire pazzo totale, cinico al momento giusto e sensibile alle problematiche umane. Vecchio quanto basta a pretendere il rispetto del prossimo e giovane tanto negli errori quanto nelle sconclusionate deduzioni, equo e iniquo nello stesso tempo, scafato e ingenuo come se le due dimensioni componessero le facce di una medesima medaglia.
Piero Giannini… il buon Sandro direbbe: ecco chi è costui!
».



ED ECC0 A VOI LE "MICROSTORIE" DEL MESE DI LUGLIO 2008.

Buona lettura a tutti!



 
MARIA TERESA D'ORAZIO:
IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO


PIERO GIANNINI: UN GIALLO DEL ‘500. CHE FINE HA FATTO ISABELLA MORRA?


LUCIA LOPRIORE: I TRATTATI DI ARCHITETTURA DI VINCENZO MARULLI, DUCA DI ASCOLI


TERESA MARIA RAUZINO: I PINTO Y MENDOZA, PRINCIPI DI ISCHITELLA

July 1
Le condizioni di Davide si sono aggravate lunedì sera. Per quel che è dato sapere, ha avuto una crisi cardiaca e respiratoria dovuta anche all’aperturta del dotto di Botallo, che è un problema che nei bambini prematuri si risolve facilmente con una terapia farmacologica, inefficace tuttavia nel caso di Davide. Il bambino è stato intubato e trasferito al Policlinico, senza che nessuno abbia chiesto il consenso o il semplice parere dei genitori. La legge italiana non prevede il consenso dei genitori per l’intubazione, ma la situazione particolare di Davide avrebbe dovuto suggerire ben altro comportamento. In occasione di una precedente crisi respiratoria, quando i genitori erano privati della potestà genitoriale, si chiese il parere dell’allora tutore, dottor Magaldi, e fu presa la decisione di non intubare.
Mentre scrivo, Davide viene sottoposto a dialisi, benché intubato. Eccezion fatta per l’onorevole Luca Volontè, dubito che chiunque possa vedere in tutto ciò qualcosa di diverso da un insensato, cinico, irresponsabile, crudele accanimento terapeutico. Mi spiace dover usare questa parola, accanimento. Mi spiace non per i medici, ma per i cani. I cani hanno una pietà, una delicatezza di sentimenti, una capacità di comprendere e rispettare il dolore che nessuno di questi fanatici della scienza e della tecnica possiede anche solo in minima parte.
Antonio Vigilante
 

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 Il post di Antonio Vigilante è alla pagina:

http://minimokarma.blogsome.com/2008/06/18/18-giugno-mercoledi/

 

LA PETIZIONE "Una firma per Davide" è stata sottoscritta da  2153 persone:

http://www.petitiononline.com/mod_perl/signed.cgi?davmar

 

 

June 19

E' on line il numero di giugno di "punto di stella", il mensile d'informazione del Gargano diretto da Piero Giannini.

Potete leggerlo e scaricarlo qui:  

http://www.puntodistella.it/public/file/giornale/anno_2_giugno_2008.pdf

June 13