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August 09 L’OASI NATURALISTICO- ARCHEOLOGICA “LA SALATA” VIESTEIII Appuntamento della kermesse delle Edizioni del Rosone: "IL GARGANO TRA NATURA E CULTURA"
VISITA GUIDATA ALL’OASI NATURALISTICO- ARCHEOLOGICA“LA SALATA” DI VIESTE, FAMOSA IN TUTTO IL MONDO, MA NON QUI DA NOI
Proseguono gli incontri organizzati nell'ambito della manifestazione del Rosone "Il Gargano tra natura e cultura". Ieri 8 agosto 2008, un gruppo di escursionisti guidato da Carmen Ranalli dell'agenzia Sinergie, ha partecipato alla visita guidata all'oasi naturalistico-archeologica “La Salata”, un antichissimo sito archeologico recuperato nel 1997dai volontari del WWF di Vieste.
Costituito da oltre 300 tombe scavate interamente nella roccia, in grotte naturali, il complesso cimiteriale paleocristiano del III-IV sec. d.C., è costituito da tombe terragne, parietali, ad arcosolio e da un unico e raro esempio di tomba a baldacchino. Ma la sua bellezza non è solo di natura archeologica. La necropoli, che si estende su un'area di 6000 mq, è immersa in un suggestivo scenario naturale fatto di macchia mediterranea e due sorgenti carsiche, all'interno delle quali vivono indisturbate tartarughe, anguille e rane.
Qualche anno fa il programma GEO&GEO le dedicò una puntata, approfondendo il fenomeno del carsismo presente nel sito; l’anno scorso anche “Linea Blu” si occupò dell’Oasi di Vieste. La celebre guida “Lonely Planet”, nell’edizione 2008, ha inserito “La Salata” tra i posti più affascinanti da visitare.
Il sito attualmente è affidato al Santuario S. Maria di Merino ed è uno dei pochi del Gargano organizzato per le visite guidate, grazie alle guide volontarie dell’Agenzia “Sinergie”, agenzia di Guide Ufficiali del Parco Nazionale del Gargano.
«Durante il periodo scolastico – ci spiega la responsabile del settore Comunicazione e Visite guidate, Dott.ssa Francesca Toto – sono molte le scuole e le Università che vengono a visitare “La Salata”. Per le scuole organizziamo attività di educazione ambientale molto specifiche e mirate non solo alla conoscenza ambientale ma anche e soprattutto all’educare i ragazzi a vivere e lavorare in gruppo».
La visita non necessita di prenotazione, ha una durata di 40 min. circa e non presenta alcuna difficoltà; ad accompagnarvi sarà una guida di “Sinergie” che troverete direttamente all'ingresso dell'Oasi nei seguenti giorni ed orari:
GIUGNO: Lunedì, Mercoledì, Venerdì ore 17,30 e 18,15.
LUGLIO E AGOSTO: Dal Lunedì al Venerdì ore 17,30 e 18, 15.
SETTEMBRE: Lunedì, Mercoledì, Venerdì ore 16,00 e 16,45.
DA OTTOBRE A MAGGIO: visite solo su richiesta e per minimo 8 persone
COME ARRIVARCI
La Necropoli è situata sulla litoranea Vieste- Peschici (S.P. n° 52) al km 7,3 accanto all'Hotel - Villaggio Il Gabbiano". Appena giunti nei pressi del villaggio Baia dei Lombardi, parcheggiare e proseguire a piedi lungo la stradina che conduce all'Hotel Gabbiano Beach.
L'ingresso dell'Oasi è adiacente al cancello dell'Hotel Gabbiano.
Per la visita è previsto un contributo per la manutenzione dell'Oasi di euro 4,00 a persona con gratuità per ragazzi fino a 12 anni.
Per informazioni: Agenzia SINERGIE 0884-706635; 338-8406215.
ALBUM FOTOGRAFICO REALIZZATO DA TERRY RAUZINO DURANTE LA VISITA GUIDATA ALL'OASI "LA SALATA":
ITINERARIO DELL'ARCHEOLOGO Le necropoli di Vieste sono complessi cimiteriali ubicati lontano dai centri abitati in ipogei (grotte), databili al III-IV secolo del periodo paleocristiano. I loculi, scavati nella roccia, non hanno un ordine prestabilito: sono sparse sia sul pavimento (tombe terragne) che sulle pareti (tombe parietali) o tipizzati da arcosoli, che sovrastano uno o più loculi.
Gli ipogei erano preceduti da dromos, stretti corridoi di accesso, non sempre ricavati nella roccia, ma spesso costruiti con pali e rami intrecciati, che avevano forse lo scopo di impedire ai curiosi di guardarvi con facilità o di penetrarvi all'improvviso.
E' probabile che gli stessi ipogei fossero utilizzati dagli uomini nella preistoria come dimore o come ricovero per gli animali.
Le necropoli della Salata e della Salatella sono ubicate entrambe su un'area estesa circa 6000 mq., a nord-ovest, sul costone, nei pressi del complesso turistico del Gabbiano Beach. Nella parte alta sono situate quelle della Salatella e comprendono due ipogei intercomunicanti. Il primo a sinistra, suddiviso in due ambienti e quello a destra, caratterizzato da una tomba a baldacchino. Poco distante e quasi alla stessa, altezza vi è un altro ipogeo molto più piccolo e con pochi loculi. Lungo il sentiero che porta al mare si incontra ancora una piccola grotta, in cui si intravede solo un arcosolio e a circa 1O metri un complesso maggiore, formato da due ambienti intercomunicanti, a cui si accedeva per mezzo di un uscio posto nella parte opposta. Il primo è parzialmente crollato e l'altro molto più in basso presenta un pilastro al centro con numerose tombe.
LA SALATA
Il complesso cimiteriale maggiore e più spettacolare è quello della Salata, posto di fronte al mare e, reso più appartato da un ruscello proveniente da una grotta naturale, sulle cui pareti sono scavate alcune tombe. Si sviluppa su un grottone con una falesia alta circa 30 metri. In quella centrale i loculi, di diverse dimensioni, sono sparsi ovunque, anche negli anfratti più recessi e a notevoli altezze. Quelli piccoli dovevano accogliere le ceneri dei deceduti cremati. Sulla parete sinistra si notano alcuni arcosoli contornati da tombe in bell'ordine, mentre su quella di destra sono ubicati due complessi sovrapposti. In ognuno di essi si notano in modo ordinato arcosoli, tombe terragne e parietali. A quello superiore si accede per mezzo di una stretta scalinata ricavata nella roccia stessa. Le sepolture cristiane, a differenza di quelle daunie con ricco corredo e cadavere posto in posizione fetale, si presentavano povere (solo lucerne votive con simboli cristiani) e con cadavere in posizione distesa. Le tombe, tutte studiate durante le passate campagne archeologi che, erano sigillate con lastre di terracotta, a modo delle catacombe romane. Gli archeologi hanno definito questa necropoli come la più maestosa e suggestiva, nel suo genere, dell'intero bacino Mediterraneo. E' la più antica testimonianza dell'arrivo del Cristianesimo sul Gargano. Durante la diffusione del Cristianesimo non si hanno notizie di persecuzioni né a Vieste né sull'intero Gargano: si deve ipotizzare che la nuova religione venne tollerata dai fautori del paganesimo. La nuova religione, infatti, penetra anche se non rapidamente, in tutti i paesi della fascia costiera e nei centri di maggior traffico commerciale, sparsi sulle maggiori vie di comunicazione e in quelle che conducono a Roma. Il paganesimo prosperò fino a tutto il V secolo. "La Salata" oltre ad avere l'importanza archeologica descritta, presenta notevoli caratteristiche anche sotto l'aspetto geologico, botanico e faunistico. AlI'intero dell'area, infatti, scorrono due ruscelli di origine carsica.
Essi, in realtà, rappresentano la parte terminale di un lungo percorso sotterraneo delle acque meteoriche che dopo essere state inghiottite in superficie, attraversano un territorio ipogeo caratterizzato soprattutto da formazioni calcaree con resti fossili di nummuliti, fino a defluire a mare. Lungo la costa del Gargano da Lesina a Mattinata si contano oltre 200 sorgenti di questo tipo. Alcune affioranti altre sottomarine. La sorgente che affiora da una grotta de "La Salata" presenta acque purissime anche se con un rilevante grado di salinità. In queste acque si sono preservate, miracolosamente, alcune specie faunistiche, qui relegate dall'antico sistema di zone umide costiere, oggi quasi del tutto scomparso. E' presente la rana, la tartaruga d'acqua e la biscia d'acqua. Anche l'ittiofauna è validamente rappresentata da anguille e cefali che qui vengono a deporre le uova. Tra le specie ornitiche maggiormente osservate si deve menzionare il barbagianni, il colombaccio, la ghiandaia marina, la ballerina bianca, oltre a diverse specie di uccelli di macchia. Tra i pipistrelli è presente la nottola. La vegetazione è quella tipica della macchia mediterranea, ricca e profumata, e nella zona palustre oltre a cardi giganteschi troviamo una rarissima colonia di crescione d'acqua.
L'ITINERARIO ARCHEOLOGICO SULL'IPOGEO "LA SALATA " E' TRATTO DA:
http://www.vieste.it/itinerario_archeologo.htm http://www.vieste.it/itinerario_archeologo2.htm
August 05 ll ruolo delle comunità e della società civile nella salvaguardia e nella valorizzazione sostenibile del patrimonio immateriale per la trasmissione e valorizzazione sostenibile dei beni immateriali
Carpino - «ll ruolo delle comunità e della società civile nella salvaguardia e nella valorizzazione sostenibile del patrimonio immateriale per la trasmissione e valorizzazione sostenibile dei beni immateriali»: è questo l’interessante e impegnativo tema della tavola rotonda che si svolgerà il 4 agosto prossimo a Carpino, organizzata dall’Associazione culturale “Carpino folk festival” e dal Comitato nazionale per la promozione del patrimonio immateriale.
Una giornata, spiegano gli organizzatori dell’attesa manifestazione, di riflessione sul patrimonio culturale immateriale, per un impegno concreto e quotidiano delle Comunità e della società civile nella tutela dei diritti culturali e nella protezione, trasmissione e valorizzazione sostenibile dei beni immateriali. Il Carpino Folk Festival, i Cantori che lo hanno ispirato e l’intera cultura legata all’etno-folk garganico meritano di rientrare nel patrimonio immateriale. Il programma prevede come relatori: Rocco Manzo (sindaco di Carpino), Michele Ortore (presidente dell’Associazione culturale Carpino folk festival), Stefania Massari (soprintendente, direttore dell’Istituto Centrale per la Demo-etno-antropologia, Museo delle Arti e Tradizioni popolari, Roma), Ruggero Martines (Soprintendente, direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia), Emilia De Simoni (Istituto Centrale per la Demo-etno-antropologia, Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, Roma), Tana de Zulueta, (già presidente della Commissione Cultura dell’Assemblea Parlamentare Euromediterranea, membro del Comitato per la Promozione e Protezione dei Diritti umani), Patrizia Resta (Università di Foggia, Cattedra di Antropologia), Antonietta Caccia, (presidente dell’Associazione Circolo della Zampogna), Giuseppe Michele Gala (Presidente dell’Associazione Taranta, membro del Comitato per la valorizzazione delle Tradizioni, Direttore didattico dei laboratori del Carpino folk festival), Giuseppe Torre (coordinatore del Comitato per la Promozione del patrimonio immateriale). Fin qui gli interventi programmati per la mattina. Nel pomeriggio, si discuterà di «Come coinvolgere le comunità nel processo di salvaguardia e gestione attiva del patrimonio immateriale»; «Come valorizzare in modo sostenibile il patrimonio immateriale»; «Quali beni tutelare e come». Dopo il dibattito, è prevista la presentazione dei risultati dei tre gruppi di lavoro, con la messa a punto dell’agenda delle prossime azioni del movimento per la protezione e valorizzazione del patrimonio immateriale. La partecipazione ai gruppi di lavoro è aperta a tutti, singoli ed associazioni, anche attraverso i Forum del “Comitato per la promozione del patrimonio immateriale”, dell’”Associazione Carpino folkfestival ” e della web community “Pizzicata”. Moderatore dell’appuntamento sarà Barbara Terenzi, consigliere scientifico della Fondazione “Basso sezione internazionale e Coordinatore del Comitato per la Promozione e protezione dei diritti umani.
Foggia, ‘tuteliamo la storia di Capitanata’ Il presidente della Provincia Pepe (05/08/2008)
July 22 Il Gargano tra natura e culturaIl Gargano tra natura e cultura 23 luglio-20 Agosto 2008 Rodi Garganico
Dal 23 luglio al 20 agosto si svolgerà una «kermesse della cultura» anche a Rodi Garganico. Le location sono varie: il Convento dello Spirito Santo; l’Auditorium "Filippo Fiorentino"(presso I.S.I.S.S. "Mauro Del Giudice", via Altomare 10); il Centro Visite (in via Varano); l’Hotel 2Villa Americana, a Rodi Garganico, ma anche la necropoli paleocristiana “La Salata”, nei pressi di Vieste. Il tema, sempre lo stesso: «Il Gargano tra natura e cultura». Una full immersion nelle atmosfere del Gargano che predispongono al meglio a seguire appuntamenti con la letteratura, l'arte, la storia. Quella della cultura sul Gargano é una felice intuizione, incoraggiata dal successo delle edizioni precedenti e che vede come organizzatori le “Edizioni del Rosone”, il Centro Rodiano di Cultura “Uriatinon”, l’assessorato alla cultura del Comune di Rodi Garganico. La manifestazione di quest'anno ha ottenuto anche il patrocinio dell'Amministrazione provinciale di Foggia, dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico. Un appuntamento, quello rodiano, atteso dai residenti ma anche dai numerosi turisti che amano arricchire il loro soggiorno con un «bagno» di cultura. Un momento di incontro tra critici, autori e lettori che anche quest'anno si propone come «manifestazione», avendo allungato il periodo del suo svolgimento ben oltre la consueta “Settimana della cultura”, con una coda fino ad agosto. Ecco gli appuntamenti dell'edizione 2008:
PROGRAMMA IL GARGANO TRA NATURA E CULTURA
MERCOLEDÌ 23 LUGLIO ore 19,30 - Convento dello Spirito Santo, Rodi G.co Inaugurazione della Manifestazione 2008 “Il Gargano tra natura e cultura” ore 20.00 Piero Giannini presenta “ Chiesa e religiosità popolare a Peschici” a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci.
GIOVEDÌ 25 LUGLIO ore 20.30 - Auditorium F.Fiorentino, ISISS “M. Del Giudice”, Rodi G.co Antonio de Grandis presenta. il volume “Alfredo Petrucci. Le lettere, il Gargano, lo scrittore” di Francesco Giuliani con introduzione dì Benito Mundi
LUNEDÌ 4 AGOSTO ore 20.30 - Centro visita, Rodi Garganico Santa Picazio presenta il volume “Schiapparo. Racconti della spiaggia senza nome” di Emilio Panizio. VENERDÌ 8 AGOSTO ore 17.00 - Ritrovo edicola passaggio a livello, lungomare Rodi G.co Escursione guidala: Necropoli paleocristiana La Salata .
MARTEDÌ 12 AGOSTO ore 21.15 - Hotel "Villa Americana", Rodi G.co Presentazione del volume “La fantasiosa” di Maria Antonia Ferrante
MERCOLEDÌ 20 AGOSTO ore 19.30 Auditorium F Fiorentino, ISISS “M. Del Giudice” , Rodi G.co
Tavola rotonda:“Sistema Turistico del Gargano e prospettive di sviluppo”.
Interverranno:
Antonio de Grandis (Dirigente Istituto Superiore “Mauro del Giudice”)
Antonio Pepe (Presidente Amministrazione Provinciale)
Carmine D’Anelli (Sindaco Comune di Rodi Garganico)
Nicola Vascello (Assessore al Turismo Provincia di Foggia) Antonio Gelormini (Manager Turismo) Michele Saccia (Presidente del Consorzio degli Operatori Turistici del Gargano) Altri interventi programmati. Conduce Pietro Saggese (Presidente Centro di Cultura “Uriatinon” June 26 Artisti innamorati del GarganoLA LUCE MERIDIANA DI ROMANO CONVERSANO
di Teresa Rauzino
La realtà non è mai tutta bianca o tutta nera. E' ricca di colori. Di sfumature azzurrate di Oceano e di Mare. Mare Mediterraneo in luce meridiana. Questo, forse, il 'punto di vista' del segno e del colore di Romano Conversano. E' l'Italia del Sud ad attrarlo. Un ricordo atavico, una necessità del sangue, di un DNA istriano fatto di bora e di vento, di altane a picco sul mare. Contro le nebbie padane. Vi scende di corsa, tormentato dall'idea che l'improvvisa illuminazione gli possa sfuggire. Come acqua tra le dita aperte. Come acqua nelle cretacee rocce carsiche. In un mattino d'estate, Peschici gli presenta, in piena luce, il suo fulgente bianco candeggiato, il suo lustro di rocce, il suo cielo satinato. Immersi nel mare di puro smeraldo. Immersi nella loro calda solarità. Rocce, mare e cielo appaiono ai suoi occhi. Non hanno bisogno di essere amati. Lo sono da tempo immemorabile ... e diventano luogo della memoria, varco inevitabile del tunnel oscuro della vita. E' il lontano 1957. Il mare, gli scogli, la pineta, la vegetazione aggrovigliata e lucente gli appaiono il luogo congeniale dove fermarsi, dove poter costruire, quadro dopo quadro, il suo racconto vitale. Lo scrittore Dino Buzzati resterà ammaliato dalle vibranti 'marine' di Conversano. Dal chiarore accecante delle case mediterranee nella controra. Dai trabucchi. Dal mare di cobalto di Peschici. Sono talmente vivi da infondere il senso del vuoto, delle profondità abissali: 'Scaglie di colore, verdi e azzurri dominanti, fuse e sovrapposte a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione'. 'Ma è soltanto la luce a far questo o è piuttosto una irrequieta sensibilità del pittore che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?'. E' la domanda che Buzzati si pone. La sua ipotesi evoca ulteriori suggestioni: 'Non si muovono solo le acque laggiù, ma si muovono anche le scogliere, tremolano le bianche case nel sole meridiano e non riescono all'immobilità neppure gli alberi, i prati, la pelle delle giovani donne, non parliamo poi degli occhi!'. Una vibratilità tipica di certe intelligenze inquiete, mai paghe, prese dall'ansia febbrile di conoscenza. Romano Conversano trasmette immediata forza vitale a chi scopre vicino alla sua sensibilità. Senza preconcetti. Il contatto è vero, mai virtuale, profondamente sincero. Percepisce istintivamente, da un punto di vista inusuale, ansie rimosse, malinconie 'al femminile'. Vissute giorno dopo giorno, storia dopo storia, amore dopo amore, dalle enigmatiche 'donne del mare' stagliate su larghi orizzonti. O immerse in fondali oscuri di bosco. Le ritroviamo proprio qui, nella 'terra di frontiera' adriatica. Attestano, con i loro sguardi sofferti, gli incompresi stati d'animo delle donne di oggi e di sempre. Sdraiate sulla 'sabbia fine' di Peschici, attestano il sottile, antico fascino slavo e mediterraneo. E tutti noi, come il poeta Mario Luzi, restiamo profondamente colpiti da quegli occhi profondissimi di Nereidi. Dal loro penetrante sguardo indagatore. Rivelante, a ciascuno di noi, il suo cuore vero.
June 17 Carpino folk festival 2008
Suoni di passi Laboratori didattici del Carpino Folk Festival
Arrivato alla tredicesima edizione, il festival della musica popolare e delle sue contaminazione, promosso dall'Assessorato al Mediterraneo e dell'Assessorato al Turismo della Regione Puglia, dalla Provincia di Foggia, dal Comune di Carpino, dalla Comunità Montana del Gargano, dal Parco Nazionale del Gargano ed organizzato dall'Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con l'Azienda di Promozione Turistica di Foggia e il GalGargano
PRESENTA
“Suoni di passi” - Laboratori didattici 08
Laboratori: Tradizione, musica popolare, capacità d’improvvisazione, una rosa, 5 corde e una chitarra. Il resto vien da sé. Che sia una serenata sotto casa della propria amata o semplicemente un sonetto a sdegno e di "stramurte" con evidenti traslati erotico-allusivi. È la chitarra battente, antico strumento popolare del Gargano, che torna come ogni anno con il suo ritmo e le sue particolarissime armonie a riproporre la storia, con suoni che rispolverano antichi usi e costumi.
La Chitarra Battente tra filosofia, antropologia e musica. Ma non solo. Coltivano la passione per questo strumento particolare da anni. Da quando erano bambini. Spettatori dei "nonni". Da quando assistevano alle feste di famiglia. La sua musica racconta di atmosfere e vissuti passati. Di quando bastavano una chitarra e quattro amici per rendere un semplice momento, un evento da ricordare. Le dita della mano destra dei suonatori sfregano e colpiscono, rimbombando, il piano armonico creando un effetto armonicopercussivo. Si produce così un suono battente, da cui deriva il nome dello strumento. Ai suonatori di chitarra battente si accompagna la voce del "cantori". E poi i balli. Le tarantelle. Il tutto sulle note di antichi sonetti dedicati all’amore e alla passione. La passione per la musica popolare.
Chi si interessa di musica popolare, sa che la zampogna, assieme alla “chitarra battente”, costituisce lo strumento tipico per eccellenza. Quando oggi si ascolta una zampogna viene normale e naturale associarla all'idea del Natale, alle relative vetrine lucicanti oppure all'ipocrita "quanto siamo buoni". Ma c'è dell'altro dietro una zampogna che da millenni accompagna la vita dell'uomo.
Il termine "zampogna" deriva dal latino arcaico sumponia, che riprendeva la parola greca symphònia ed evidenziava il carattere polifonico dello strumento. La zampogna, detta anche cornamusa, piva, o in area lucana chiamata i suoni, la sampogne, la zampogne, è un aerofono e fa parte della categoria degli strumenti ad ancia incapsulata.
Questo sacco con le canne, questa capra che suona, come dicono in Calabria, nonostante la sua utilizzazione anche nella musica colta, fu ed è ancora lo strumento principe nella musica popolare di tutta Europa e dell'Italia del Sud. Dalla sicilia e in tutte le zone del sud, tranne che in Puglia, fino a Tivoli e poi misteriosamente scompare. Il suo funzionamento consiste in un sacco di pelle (è una pelle intera di capra o pecora ricavata con una tecnica particolare di scuoiamento) a tenuta ermetica e gonfiato dal suonatore attraverso una canna di legno (insufflatore) munita di una valvola di non ritorno, che fa sì che l'aria sia convogliata nelle canne dello strumento (di legno e molto raramente di canna) dalla pressione del braccio che comprime il sacco.
E poi chitarre francesi, castagnole, tamburelli, flauti e arpe per i laboratori didattici del Carpino Folk Festival 2008 sotto l'ideazione e la direzione artistica del settore didattico-scientifico di Pino Gala.
Da www.carpinofolkfestival.com puoi scaricare Locandina e Modulo di Partecipazione (Ufficio Stampa - Antonio Basile - Associazione Culturale Carpino Folk Festival)
LA TARANTELLA FRA CHITARRE, ARPE E ZAMPOGNE Le tarantelle del Gargano e la tarantella figurata in Lucania Antropologia della danza e della musica: prof. Pino Gala Ogni anno confrontiamo il repertorio etnocoreutico del Gargano con quello di altre zone del centro-sud. Quest’anno la didattica comparativa esporrà le forme più antiche della tarantella di Carpino e di paesi garganici con le tarantelle “figurate” o “comandate” presenti in Lucania. Si tratta di tarantelle che hanno subìto l’influenza della contraddanza francese settecentesca e della quadriglia del periodo napoleonico e romantico, e sono state francesizzate ed elaborate attorno a nuclei coreutici e cinetici che saranno evidenziati.
Il percorso del Laboratorio, dunque, sarà anche un’occasione per ripercorrere le varie fasi evolutive della danza tradizionale del sud: dalle tarantelle sei-settecentesche a quelle tardosettecentesche e ottocentesche. Anche gli strumenti musicali delle tradizioni garganiche e lucane segnalano questa trasformazione, dai flauti e zampogne si è passati alle chitarre battenti e francesi, per giungere nella seconda metà dell’800 al dilagare dell’organetto diatonico.
Come sempre, il Laboratorio di danza si avvale dell’esperienza trentennale di ricercatori, che alterneranno alle lezioni pratiche anche momenti teorici per contestualizzare le danze apprese e spiegare i sistemi di trasmissione e trasformazione delle danze popolari nell’ex Regno di Napoli. Il tutto corredato da materiali didattici (pubblicazioni discografiche e bibliografiche) e da una ricca documentazione video e audio. Repertorio: tarantella di Carpino, S. Giovanni Rotondo e Ischitella, valzer fiorato, tarantella del Potentino, passé della valle del Sele. Tecnica del ballo: Pino Gala e Tamara Biagi Durata totale: 18 ore dal 02 al 05 agosto
La tarantella Battente Il percorso didattico continua con la proposizione dei corsi sulle tecniche e gli stili esecutivi della Chitarra Battente e del Tamburello per l'accompagnamento dei canti e delle tarantelle del Gargano e di gran parte del sud Italia. A Carpino grazie soprattutto ad Andrea Sacco è stato possibile tramandare le tecniche e gli stili esecutivi dello strumento principe della musica popolare garganica, la chitarra battente. Chi ha imparato alla maniera tradizionale a suonare la chitarra battente e a cantare le tarantelle di Carpino, ossia affiancando il più grande suonatore e cantatore del Gargano, trasmetterà le tecniche e gli stili esecutivi della chitarra battente per l'accompagnamento dei canti e delle tarantelle del gargano. Repertorio: Montanara, Rodianella e Viestesana. Tecnica di suono : Giuseppe Di Mauro (Suonatore dei Cantori di Carpino) Durata totale: 12 ore dal 01 al 04 agosto L'esecuzione dell'altro strumento magico di tutte le tradizioni del Sud Italia, il tamburello, ci verrà tramandato da chi, oltre agli studi accademici, ha potuto apprendere lo stile musicale direttamente dai depositari della tradizione. I partecipanti potranno così acquisire una conoscenza di base di gran parte dei ritmi e delle tecniche tradizionali del sud Italia (Tarantella del Gargano, Pizziche Salentine, Tarantella di Montemarano, Tarantelle della zona del Pollino e del sud della Calabria) nonché, compatibilmente con il tempo dedicato allo strumento, la capacità di eseguire alcuni di questi brani. Repertorio: garganico, salentino, montemaranese, della zona del Pollino e del sud della Calabria Tecnica di suono : Antonio Manzo (Suonatore dei Cantori di Carpino) Durata totale: 12 ore dal 01 al 04 agosto Per informazioni : Associazione Culturale Carpino Folk Festival Via Mazzini, 88 – 71010 Carpino (FG) Tel. 0884 326145 dalle 14:30 alle 19:00 Tamburello: Antonio Manzo 346/2458058 Chitarra battente e Danza: Alessandro Sinigagliese 333/1793708 – 347/9012313
Per l’iscrizione compilare e spedire a: laboratorididattici@carpinofolkfestival.com il Modulo di Partecipazione.
Non è necessario superare i confini dell’Italia per godere della vista di luoghi dal sapore incontaminato e dalla natura quasi selvaggia.
ANTONIO BASILE Uff. Stampa Ass. Culturale “Carpino Folk Festival” June 16 una mostra e tantissimi grandi eventi dedicati a Paz
Presto una mostra e tantissimi grandi eventi dedicati al celebre artista nel ventennale della morte
PAZIENZA l'uomo di San Menaio
TERESA MARIA RAUZINO
“Andrea Pazienza è nato a San Menaio, Foggia, ed è praticamente pugliese, pur vivendo tra Bologna e New York”.
Così PAZ (all’anagrafe nato a San Benedetto del Tronto da genitori sanseveresi) in una famosa “striscia” reinventa la sua biografia, sottolineando il suo amore viscerale per il Gargano, un Gargano trasfigurato che assurge a protagonista di alcune delle più belle storie. Le location preferite da Pazienza sono quelle che gli erano rimaste nel cuore e nella mente durante le lunghe estati passate sul Gargano: San Menaio (Saint’ Mnà), il trabucco di Montepucci, Peschici, gli scorci con le Tremiti in lontananza, la Foresta Umbra. Ne “Il Partigiano”, quando i carri armati comunisti invadono San Severo, è sul Gargano che un solitario Pazienza si dà alla macchia per condurre la sua originalissima Resistenza. Le “Figure storiche” sono delle rivisitazioni picaresche dei suoi ricordi d’infanzia. “Una estate” coglie le atmosfere e i sapori della bella stagione, i riti della villeggiatura, l’indolenza della “controra”. Le stesse atmosfere, in chiave ironica, impregnano la tavola “Tipi da spiaggia” oltre alla satira corrosiva del “perché delle anatre”. Andrea Pazienza, soprattutto a San Menaio ha lasciato tanti amici che, a vent’anni dalla sua scomparsa, non lo hanno mai dimenticato. Ora stanno preparando una mostra che sarà titolata “Un’estate – Saint Mnà, spiagge contigue e le altre bellezze del Gargano”: si preannuncia “l’evento impedibile” della prossima estate. In mostra le tavole e una vasta produzione inedita dell'artista. Sagome e ingrandimenti saranno istallati lungo tutto il percorso virtuale, mentre una saletta sarà riservata alla proiezione multimediale. Saranno esposte anche le foto di Andrea scattate dagli amici Vanni Natola, Luigi Damiani, Enrico Pazienza. Agli "scatti" di Isabella Damiani (la famosa Isa amata da Paz) sarà riservato uno "spazio speciale" presso la più prestigiosa ed elitaria residenza di San Menaio: Villa Santovito. Queste foto, unite a quelle di Gino Nardella, “forti quanto una carezza o quanto un pugno in pieno viso”, sono un “luogo capovolto della morte”. «Andrea – scrive Nardella - andava pazzo per lo struggimento spirituale che gli dava il Gargano, terra dura e pericolosa, bella e cattiva come il mare. Eccolo lì, quando ancora era il semisconosciuto studente Pazienza Andrea. Già genio, già PAZ. Di personaggi come lui se ne vede uno ogni cento, centocinquanta anni. Uno ogni sacco d’anni, appunto». Il regista Renato De Maria ha già consacrato Andrea Pazienza, attingendo agli innumerevoli spunti offerti dalle storie dei suoi personaggi più noti. Sullo sfondo della Bologna degli anni ’70, davanti agli occhi dello spettatore scorrono Zanardi, Colasanti e il mitico Pentothal , il depresso studente/artista alle prese con la fine di un grande amore con Lucilla. II film ha prediletto l’aspetto poetico del personaggio, parlando soprattutto ai giovani , che di Andrea non sapevano nulla. Lo hanno scoperto nella sua profonda attualità, pericolosamente vicino alle loro ansie, utopie e speranze.
L'articolo è stato pubblicato il 14 giugno 2008 dal "Corriere del mezzogiorno-Corriere della sera"
PROGRAMMA DETTAGLIATO DEGLI EVENTI SABATO 26 LUGLIO notte Pazza cabaret con Olcese e Margiotta NOTTE MERCOLEDI’ 04 AGOSTO
SABATO 6 LUGLIO La data e il luogo precisi per il concerto di Vinicio Capossela sono ancora da stabilire.
19 luglio- 24 agosto 2008 Vico del Gargano (FG), Palazzo Della Bella San Menaio, Villa Santovito
Info: giov.nicolai@tiscali.it direttore@fuoriporta.info
June 15 Lo scempio del Centro StoricoLo scempio del Centro Storico di Vico del Gargano
NUOVI MISFATTI, ANTICHI DIFETTI…IL NUOVO DOV’E’?
Mentre i lavori di pavimentazione di Corso Umberto e via Di Vagno proseguono nel peggiore dei modi con materiali assurdi e non solo orribilmente lavici, ma della peggiore qualità(foto n. 1). Materiali che comunque, tengo a ribadire, per tradizione non ci appartengono e, il corso principale, non meritava proprio tanto scempio! Un Progetto assurdo (con fondi P.I.S., per giunta) partorito dalla precedente Amministrazione e che l’attuale in carica non ha fatto nulla affinché si salvasse il salvabile. Ha, invece, addirittura peggiorato le cose, con una Variante in corso d’opera, in cui si è approvata la rimozione degli attuali cordoli dei marciapiedi in pietra calcarea(in loco da oltre 50 anni), sostituendoli con cordoli in materiale lavico della peggiore qualità esistente sul mercato(assurdamente irregolari) e contrastanti con la pavimentazione dei marciapiedi in elementi regolari (vedi foto n. 1).
Da notare che l’autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Culturali del 31/01/07 al punto due della lettera B recita testualmente: “Siano recuperati, reimpiegati e riposti, ove possibile, nel loro sito originario, i cordoli calcarei degli attuali marciapiedi”. Perché questa disposizione è stata disattesa? Altre disposizioni, successivamente, sono state “stranamente” ritrattate dalla Soprintendenza, questa invece è rimasta e tuttavia… Come se non bastasse…un condensato di arroganza, ignoranza, atavica apatia e menefreghismo, pericolosamente dilagante da queste parti, come un “killer”, procede imperterrito, facendo terra bruciata ovunque. Così, anche l’estinzione del Centro Storico continua, senza sosta. I vari allarmanti appelli, da noi lanciati ripetutamente, continuano a cadere nel vuoto. Tutto continua come prima, i misfatti e l’incuria pure, da ogni parte. Alcuni esempi, fra tanti, sono contenuti in queste foto recentissime e, purtroppo, ormai storiche. La seconda immagine mostra uno scorcio di muro dai colori non più riproducibili nel suo armonico splendore. Colori dalla preziosità di un autentico quadro d’autore.
Rothko, che nell’arte contemporanea, amava creare con i colori immagini estasianti, sarebbe rimasto egli stesso incantato da questa esplosione di colori che l’uomo e il tempo hanno saputo amalgamare.
Tale capolavoro, il mese scorso, si poteva ancora ammirare, fotografare e magari… preservare. Ora, è solo un ricordo! L’ennesima impunita violenza. Un’opera d’arte e secoli di memoria storica, svaniti nel nulla. In modo irreversibile, come la morte. Un ciclo di vita e di storia cancellato da un colpo di spugna, anzi, da un pessimo e orrendo strato di intonaco biancastro, anonimo (rasante) che una mano ignara ha steso e, un mancato controllo, ha consentito. Tutto quello che resta, ora, è una riproduzione fotografica(per fortuna) da consegnare a coloro che riusciranno e vorranno trovare ancora nel proprio “io” un po’ di poesia…e un po’ di quella identità storico-culturale che, inesorabilmente, si sta cancellando in via definitiva, senza possibilità di appello. La terza immagine mostra la decapitazione dell’ennesimo comignolo, con relativa metamorfosi in qualcosa di ultra moderno...obbrobrioso, estraneo. Il tutto nella totale indifferenza e, quello che ancora peggio, con l’ausilio e la complicità dei nostri tecnici in erba…ai quali, in tutta modestia, consiglierei un maggior approfondimento delle tematiche architettonico-ambientali.
Potrei andare avanti con tantissimi altri esempi di scempi perpetrati di recente, ma non voglio approfittare, più di tanto, della disponibilità e degli spazi che, gentilmente, mi vengono concessi. Parafrasando “L’Aquilone” di G. Pascoli: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…” Beh, qui purtroppo non c’è nulla di nuovo, ma solo l’antico(modo) di procedere per la strada sbagliata. “…e sento che sono intorno nate le viole…” Di questo passo, continueremo a vedere solo rovi, altro che viole! E’ proprio ora di darsi una mossa! E’ ora di cambiare il vecchio iniquo modo di procedere. E’ ora di rimboccarsi le maniche e mostrare, veramente, cosa si è in grado di fare di buono per invertire la rotta e cambiare la pericolosa china di questo paese, finché si è in tempo. Salvare e preservare, almeno, quel che resta del nostro Centro Storico è un dovere civile e una responsabilità da cui nessuno può esimersi. Certo, non è difficile rendersi conto che vi sono anche tante altre problematiche nel nostro paese, di non facile soluzione, ma questo non può servire da alibi. Cominciamo responsabilmente da qualche parte e non continuiamo a distruggere anche quello che, per fortuna, ancora abbiamo! Se è necessario, magari, cominciamo a mettere le persone giuste al posto giusto e che abbiano responsabilità e appropriata competenza. Nelle linee programmatiche di questa Amministrazione, a proposito di Centro Storico, si leggono le seguenti parole: “ La valorizzazione del centro storico prima di tutto come percezione culturale che ne hanno i cittadini è una questione di enorme importanza. Mettere un freno ad un processo degenerativo di modernizzazione e quindi di conseguente spersonalizzazione della parte storica del paese è quanto mai auspicabile. Occorre prendere coscienza di come la conseguenza più pesante della perdita di un’identità sia la conseguente perdita di valore. E’ necessario quindi essere gelosi del centro storico nel senso che la conservazione, la tutela, la conoscenza il più possibile rigorosa deve essere vista come unica possibilità di sviluppo. Quanto più si conserverà una tipicità ambientale, paesaggistica e architettonica, tanto più si potrà contare in un ritorno da un punto di vista turistico e culturale”. Parole ineccepibili, ma se restano solo parole, a cosa servono, se poi tutto prosegue come prima e più di prima? Coraggio dunque, si faccia seguire alle parole i fatti. Poniamo una volta per tutte, veramente, un freno a questo processo degenerativo di brutta modernizzazione di questo nostro bistrattato Centro Storico! Concretezza, competenza e ancora concretezza e determinazione impone la situazione! Solo i buoni propositi, non bastano.
Valentino Piccolo Direttore Gruppo Archeologico Garganico "Silvio Ferri"
Articolo tratto da "IL GARGANO NUOVO" GIUGNO " giugno 2008
June 13 Adottiamo i centri storici del gargano Nord!Indagine sui centri storici del Gargano Nord
TERESA RAUZINO
I centri storici italiani, con le loro meraviglie archeologiche, urbanistiche e architettoniche, con le loro opere d'arte che rappresentano il 50 percento del patrimonio censito dall'Unesco, rischiano la scomparsa. Ad esempio, i borghi antichi del Sud sono in gran parte abbandonati. I problemi di questi centri derivano dal flusso migratorio, notevole soprattutto nella nostra area territoriale: il Gargano Nord. Migliaia di persone hanno abbandonato le campagne per recarsi parte all'estero e parte nelle grandi città del Nord, lasciando abbandonati ettari ed ettari di terra. Nelle aree depresse e sottosviluppate il fenomeno dell'emigrazione ha generato strozzature nei sistemi produttivi più elementari, squilibrando ancora di più la distribuzione del reddito.
I centri storici garganici presentano caratteristiche proprie, in grado di differenziarli notevolmente da quelli di altre regioni. Alcuni abitati, infatti, presentano forme e nuclei antichi di singolare bellezza, in quanto influenzati dall'andamento delle coste: è il caso di Peschici, Vieste, Rodi.
Da non trascurare gli abitati come Vico e Monte Sant’Angelo, ove prevalgono caratteristiche ambientali particolari. Le trame viarie di questi paesi risalgono all'epoca romana, si presentano come una enorme scacchiera formata da strade, viottoli e linee di confine.
Quasi tutti i centri storici pugliesi sono di origine medievale e direttamente collegati alle vicende storiche di quel periodo, segnato dall'avvicendarsi di dominazioni bizantine, longobarde, normanne. Una costante dei centri urbani, che si è resa ancor più evidente negli ultimi anni con la speculazione edilizia dilagante, è il degrado paesaggistico dei circondari periferici: in pratica uno scenario arido e desolante fa spesso da "porta" ai centri garganici. Fino a qualche anno fa il promontorio era ricco di colori e forme. Infatti Monte Sant'Angelo era il paese dei terrazzamenti e dell'Arcangelo, Rodi il paese degli agrumi, Peschici il paese degli orti e degli ulivi. Boschi di pino e cerro si armonizzavano col caratteristico centro storico. Le strutture edilizie, inoltre, stabilivano un intimo rapporto di convivenza col paesaggio vegetale dei luoghi: oggi invece l'urbanizzazione contrappone un paesaggio urbano desolante e totalmente estraneo ai valori storico-ambientali del centro storico. La nuova espansione urbana ha infatti, con l'uso scorretto delle linee di colore e delle tecniche di costruzione, rotto gli equilibri esistenti.
Per questo motivo, lo studio dei centri storici, la loro restituzione grafica, costituiscono motivo di riflessione sulla opportunità della loro salvaguardia, insieme a quella del territorio circostante. Affinché s’intenda il centro antico "non come tutela passiva che lo Stato dovrebbe assumersi in nome dell'arte e della storia", è necessario che rappresenti una "vitale sopravvivenza, in relazione a una effettiva realtà pratica". E' importante che assuma una funzione essenziale di sede dell'artigianato o sfrutti la sua vocazione turistica, in modo da sopravvivere in autonomia. Occorre approfondire, relativamente ai centri di antica origine, le compatibilità con gli usi turistici: il 35,6 percento degli italiani, il 40,2 dei pugliesi e il 41,3 degli stranieri intervistati in una indagine del C.S.T. (Centro Italiano di Studi Superiori sul Turismo) ha dichiarato che preferirebbe abitare nel centro storico di una località turistica garganica, piuttosto che in un insediamento negli anonimi villaggi turistici periferici.
La rivitalizzazione in funzione turistica dei centri storici minori richiede il sinergico intervento di provvidenze regionali, autorità locali e imprenditori. Lo sviluppo del turismo non può continuare a incentrarsi su una pura e semplice “vocazione” astrattamente conclamata, e non sostenuta da interventi e scelte concrete. E’ ad esempio necessaria una “specifica politica dei servizi”: collegamenti del centro col mare, parcheggi riservati ai turisti, e così via. E’ necessario che anche gli operatori turistici prendano atto di questa tendenza della domanda.
La maggior parte degli impianti ricettivi è finora sorta in edifici architettonicamente poveri, raggruppati in aree periferiche a cui spesso però veniva attribuita più facilmente una appropriata destinazione d’uso. Contemporaneamente, i pochi impianti ricettivi esistenti nei centri storici sono andati “intristendo” col risultato di contribuire al degrado del centro sommerso da una miriade di anonimi esercizi pubblici (pizzerie, amburgherie, paninoteche...). Il fenomeno si è verificato nell’ingenuo proposito di aumentare l’attrazione del centro storico, soprattutto nei confronti dei turisti alloggiati negli insediamenti periferici o nell’area circostante. Sovente, però, si è determinata una opposta forza centrifuga, dovuta ad altri similari locali nati nelle aree periferiche di sviluppo turistico; i residenti si sono diretti verso quelle aree, piuttosto che i turisti verso il centro.
In molti centri storici del Gargano questo modello di sviluppo può e deve essere invertito, rivitalizzandoli anche attraverso l’adeguamento della ricettività da ubicare al loro interno, senza snaturarne le caratteristiche architettoniche, anzi sottolineandole e valorizzandole.
L’aspetto cosmopolita e internazionale del flusso turistico costituisce un fondamentale fattore di attrattiva, di moda, di animazione. L’obiettivo di una maggiore internazionalizzazione, che assume anche un importante ruolo trainante per la crescita della componente nazionale, è riuscito ad altre regioni meridionali (ad esempio Campania e Sicilia) e può quindi essere raggiunto anche qui, purché si seguano coerenti strategie e politiche orientate in tal senso, e le si alimenti con risorse appropriate. Bisogna quindi perseguire l’obiettivo di migliorare la ricettività alberghiera. Il rallentamento della crescita di questa ricettività trainante ha fatto sì che numerose stazioni turistiche che da tempo avevano iniziato la fase di decollo, non abbiano raggiunto la notorietà e il prestigio che tutti ritenevano già a portata di mano. I centri storici di Vieste, Peschici, Rodi sono rimasti nel limbo di una delicatissima fase di semimaturità che, se non verrà rimossa con un determinante apporto di capacità ricettiva, potrebbe dar luogo a veri e propri processi involutivi estremamente difficili da contenere. Il decollo di queste località si è arrestato a mezz’aria, per cui le stesse non possono ora fruire dei vantaggi della novità e dall’altro lato non sono ancora approdate sul solido terreno della maturità e della notorietà.
Se i centri storici "tornassero alla vita" parecchi turisti ne sarebbero attratti; il centro storico diventerebbe punto di riferimento e di incontro anche con gli abitanti del posto, con dei momenti di reciproca integrazione.
Indagine sulle condizioni abitative DEI CENTRI STORICI DEL GARGANO NORD
Qualche anno fa, gli studenti dell’ITCG “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico effettuarono un’indagine sui centri storici dei Comuni del Gargano nord. I risultati, pur con inevitabili limiti metodologici dovuti all’esiguità del campione, ci permettono di inquadrare la tipologia dei fabbricati e delle persone residenti. Risalta, in modo particolare a Ischitella ma anche a Vieste, Vico e Rodi, la presenza di edifici risalenti a periodi antecedenti al secolo XV e ad epoche più recenti, ma comunque secolari. Da questo punto di vista, Carpino e Peschici sono invece i paesi meno antichi. I residenti appartengono alle fasce di età comprese fra i trenta e i novant'anni. La presenza percentuale degli anziani è alta nei quartieri in cui più vecchi sono i fabbricati, quasi a significare che essi sono legati a quelle mura antiche e ne condividono un'agonia inosservata dai più giovani. La romantica tesi precedente si rafforza se si considerano i dati relativi alle professioni, che indicano una costante prevalenza dei pensionati rispetto alle persone in età lavorativa. Queste ultime sono rappresentate soprattutto da agricoltori, artigiani, muratori e braccianti, mentre sono sporadici i lavoratori più qualificati e i professionisti. Un altro dato emerso è la convivenza dei figli maggiorenni con i genitori, mentre coloro che costituiscono nuovi nuclei familiari preferiscono insediarsi nel nuovo abitato. Le motivazioni si trovano tra le risposte alle domande circa le condizioni abitative delle unità immobiliari. Queste, pur avendo subito ristrutturazioni complete ed avendo un indice di affollamento basso, non sempre sono dotate di servizi igienici efficienti. La soddisfazione per i servizi esterni disponibili nelle vicinanze dell'abitazione è buona; le carenze sono individuabili nelle dotazioni interne. In quasi tutti i paesi vi sono persone insoddisfatte per le condizioni di abitabilità. Riguardo alle prospettive future sull'utilizzo, gli intervistati, nella quasi totalità proprietari della loro abitazione, si dichiarano favorevoli alla locazione stagionale per usi turistici dei vani eccedenti alle loro esigenze, mentre sono decisamente contrari alla vendita.
Alla domanda: “Cosa potrebbe fare il Comune per rivitalizzare il Centro storico” si sono avute le seguenti tipologie di risposte, in ordine di citazione:
Vieste: · più pulizia; restaurare le case; aprire un cinema;
Peschici: · aumentare i servizi, introdurre negozi e attività commerciali; niente, è già molto movimentato; · vietare l’accesso e il transito alle automobili.
Cagnano: · ristrutturare gli edifici e le vie dell’abitato; organizzare fiere, sagre e manifestazioni varie; aprire attività commerciali, per favorire l’afflusso dei turisti e degli abitanti del paese; curare segnaletica, illuminazione e igienicità;
Rodi : · aprire attività commerciali; curare l’igienicità e la pulizia delle strade; va bene quello che c’è; migliorare l’illuminazione; costringere i proprietari a restaurare le case.
Vico: · migliorare l’illuminazione; vivacizzarlo; migliorare la viabilità; più pulizia; dare incentivi ai proprietari per ristrutturare; migliorare l’abitabilità; creare nuove strutture; ristrutturarlo.
Carpino: · creare del verde pubblico; migliorare lo stato attuale; migliorare la viabilità; potenziare l’illuminazione; dare incentivi ai nuovi residenti; istituire un servizio di accalappiacani; maggiore pulizia; ristrutturarlo.
Ischitella: · organizzare mostre e sagre e varie iniziative turistiche; modernizzare il centro storico; restaurare l’esterno delle case; rendere migliore la viabilità.
Alla domanda “Vendereste la casa ubicata nel centro storico?” i garganici, tradizionalmente attaccati alla propria abitazione, si dimostrano restii a vendere, adducendo i seguenti motivi: · motivi affettivi, legati a ricordi d’infanzia e dalla consuetudine a vivere nella casa dei padri; · l’abitazione serve ai figli, vista anche la difficoltà a costruire nuove case (ricordiamo che bisogna ricorrere all’abusivismo, visto che i Comuni non sono dotati di piani regolatori); · amano la tranquillità del centro storico; · per la comodità; · sono restii a cambiare abitazione in tarda età; · la casa è un dono di famiglia che non si può vendere in quanto è stato lasciata quasi “in affidamento”; · è molto difficile trovare casa; · è stata comprata già per un uso stagionale; · perché costituisce fonte di guadagno (ha risposto così un ristoratore); · perché una casa nel centro storico acquista sempre più valore; · perché il posto è bello.
Alla domanda “Quale monumento del Centro storico vorreste salvare dal degrado? ” hanno risposto così, in ordine di citazione:
Peschici: · Chiesetta di san Michele Arcangelo; Recinto Baronale; Chiesa del Purgatorio.
Cagnano: · Palazzo Baronale; la propria casa; il Casale; case signorili.
Rodi: · Chiesa del Crocifisso; Castello; tutto il centro storico.
Vico: · Castello normanno-svevo-aragonese; Palazzo Della Bella; Fontana Vecchia.
Ischitella: · le chiese, in particolare quella del Purgatorio; le mura, la Portella; il centro storico tutto; i palazzi; la casa natale di Pietro Giannone. Carpino:
· il Castello e le sue torri; le chiese; abitazioni private antiche; le case abbandonate; le vie.
I risultati dell'indagine sono stati pubblicati nel volume dell'ITCG "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico dal titolo Adottiamo i centri storici del Gargano Nord, progetto didattico a cura di Teresa Rauzino e Carlo Manicone.
June 04 FESTA DI FINE ANNO ALL'ISISS "MAURO DEL GIUDICE" DI RODIin scena a Rodi Garganico
La Festa di fine anno scolastico, organizzata dal gruppo teatrale dell’Istituto Superiore “Mauro del Giudice”, ha visto quest’anno la rappresentazione di “Aggiungi un posto a tavola”, una commedia musicale in due atti, scritta tra il 1973 e il 1974 da Garinei e Giovannini, e liberamente ispirata al romanzo "After me the deluge" di David Forrest. La prima edizione di Aggiungi un posto a tavola con Jonny Dorelli, Paolo Panelli, Bice Valori, Daniela Goggi, Renato Turi, debuttò al teatro Sistina di Roma l'8 dicembre 1974, dopo settanta giorni di prove. Lo spettacolo fu premiato da un grande successo di pubblico: rimase in scena per ben sei mesi, tutta una stagione, un vero e proprio record! Nel corso di questi anni, i migliori attori del teatro italiano si sono cimentati, sempre con grande successo, nei vari ruoli. Ricordiamo brevemente, per chi non avesse mai assistito a questo spettacolo, la trama del musical. Siamo in un paesino di provincia. Clementina, figlia del sindaco del paese, è perdutamente innamorata del suo parroco, Don Silvestro. Questi, pur tentato, non può ricambiare l’amore della ragazza, per rispettare il vincolo del celibato ecclesiastico; tenta in tutti i modi di dissuaderla, senza riuscirci. Una notte, don Silvestro riceve una telefonata dal Padreterno, scontento di come si stanno comportando gli uomini sulla Terra. Con voce perentoria, gli comunica che, manderà un secondo diluvio universale. Il parroco, come Noè, dovrà costruire un'arca di legno, se vorrà mettere in salvo tutti gli abitanti e gli animali del paese Ma Silvestro ha difficoltà ad espletare il mandato: i suoi parrocchiani lo prendono per matto, ad eccezione di Clementina, che si dichiara disposta a seguirlo in capo al mondo. Il padre della ragazza, il sindaco Crispino, ostile al parroco, tenta di ostacolarlo in tutti i modi, creandogli un sacco di problemi, finché sarà convinto da un miracolo “in diretta”. La storia è impreziosita da figure come Consolazione, l’avvenente “bocca di rosa” che giunge in paese la notte prima del diluvio, destinata dal Signore alla procreazione, per distrarre gli uomini del paese dai loro doveri coniugali. A ristabilire l'ordine, riportando gli uomini nelle loro case, ci penserà il Signore: farà riacquistare a Toto, il “forrest gump” del villaggio, tutta la sua virilità per tenere “impegnata” l’insaziabile Consolazione. Gran finale a lieto fine: il diluvio sarà scongiurato da Don Silvestro, che convincerà Dio che è meglio lasciar perdere. Tutti festeggiano attorno ad una grande tavola, sulla quale scenderà una colomba bianca: il posto in più, per chi non lo avesse ancora capito, era riservato proprio allo Spirito Santo. Nella riduzione curata dall’Istituto “M. Del Giudice”, le belle musiche di Armando Trovajoli (tra cui “Concerto per prete e campane”, “Notte da non dormire”, “Consolazione”, “Aggiungi un posto a tavola”) sono risuonate nell’auditorium “Filippo Fiorentino”, e i giovanissimi attori – ballerini hanno interpretando i vari personaggi con grande impegno e generosità, comunicando vive emozioni. Nel cast ricordiamo, in particolare, i protagonisti: Paolo Di Pumpo (Don Silvestro); Andrea Mongelluzzi (il Sindaco); Federica Padula (Clementina); Claudia Di Fazio (Consolazione) Giuseppe de Gioia (Toto). Un plauso anche alla bravissima Stefania Petrosino, che oltre a far parte del gruppo di ballo, ha curato il bel video che, proiettato sul maxischermo dell’auditorium, ha decisamente qualificato l’originalità della rappresentazione. Una performance davvero perfetta: i costumi, la scenografia, le coreografie e le luci hanno creato le suggestioni volute dall’attenta regia curata dalle prof.sse Raffaela Specchiulli e Rita Lombardi. Tanti gli applausi degli studenti in platea che non avevano finora mai assistito a questo bel musical. La mattinata si è conclusa con il gruppo folk, coordinato dal prof. Costantino Vocale, che ha deliziato l’auditorio con i balli della tradizione carpinese. Arrivederci al prossimo anno scolastico!
Teresa Rauzino L'ALBUM FOTOGRAFICO E' su questo blog
June 03 ALLA SCOPERTA DEI MULINI AD ACQUA DI CAPITANATAQuando l’acqua dava il pane. “I mulini ad acqua dell’Alta Valle del Celone”
Agli occhi di noi garganici della costa, quella parte di subappenino dauno, confinante con la Campania e comprendente l’enclave franco-provenzale di Faeto e Celle San Vito, ci sembrava molto lontana dal nostro immaginario quotidiano. Per tale difficoltà virtuale, le escursioni primaverili del WWF di Vieste (dal 2008 anche sezione di Avventure nel Mondo), rigorosamente a piedi, avevano sempre escluso quel territorio. Nonostante il parlare originato da “La fete de lu cajun” e dall’impatto ambientale delle pale eoliche, per noi restava comunque lontano. Troppo lontano.
Fu quasi per caso, parlando con Vincenzo Finaldi – Comandante della Stazione Forestale di Vieste (originario di Faeto), che venne fuori l’argomento sui Mulini ad Acqua del Celone. Il suo racconto, nostalgico ed appassionato, era condito con ricordi bellissimi della sua infanzia. Le corse da Celle a Faeto, in 20 minuti, per arrivare in tempo all’appuntamento pomeridiano con Rin Tin Tin. Le bevute di acqua fresca nel Celone ed i ruderi dei vecchi mulini ad acqua. I mulini ad acqua? Chiesi meravigliato. Sì, una signora di Faeto, da tempo si sta occupando della tutela e della rivalutazione dei mulini ad acqua. Approntammo subito l’itinerario: Da Celle San Vito a Faeto a piedi, lungo l’antico sentiero che lui percorreva da ragazzo negli anni ’60, attraversando il Celone, alla scoperta di ciò che restava dei mulini.
Nel gennaio del 2007, in cinque amici, realizziamo un primo sopralluogo per studiare il percorso da proporre al gruppo. A Celle si presenta il primo ostacolo: il sentiero non è più percorribile in quanto invaso dalla vegetazione. Nessuno più lo frequenta. Si preferisce andare in automobile. Optiamo quindi per un circuito alternativo: Sorgente di San Vito “Fontem Aquilonem” nei pressi della Chiesa di San Vito e del Casale dei Maresca (che qui sono Marchesi mentre a Serracapriola sono Duchi), prima della vetta della “Bannera”. Questo itinerario come ce lo descriveva Finaldi doveva essere sotto l’aspetto paesaggistico: meraviglioso. E senza dubbio lo era. Oggi con le pale eoliche mi astengo da ogni giudizio. Lascio la risposta ai procacciatori di affari e finanziamenti: loro, pare, che abbiano risposte convincenti per tutti. Sta di fatto che restiamo delusi. I paesi di Celle e di Faeto, però, ed i loro abitanti ci restano nel cuore. Non li possiamo tradire. Decidiamo di cercare un’altra motivazione per portare il gruppo di amici a camminare da queste parti. Lo spunto viene da un incendio, quello del Rifugio di Monte Cornacchia. Organizziamo così un secondo sopralluogo con l’aiuto di Pietro Caforio, guida WWF di Serracapriola. Partiamo il 21.10.2007 alle ore 9,30 dal Lago Pescara, ed è subito neve! Noi gente di mare ci sentiamo subito invasi da una euforica contentezza, come bambini, nel vedere i primi fiocchi e così gli amici di Serra, anche se più abituati di noi. In cima a Monte Cornacchia però non è la stessa cosa. I fiocchi diventano bufera. Il vento freddo ci taglia il viso dalla parte destra e la ricopre con uno strato di neve ghiacciata appiccicata alla barba. La parte sinistra della faccia, invece, è libera ed un po’ tiepida. La neve ed il vento gelido arrivavano da est. Camminiamo raggruppati, ma non si riesce a vedere l’amico che ci precede se è distante oltre cinque metri. In breve tempo è tutto bianco e noi sembriamo non gli escursionisti della domenica ma provette guide alpine. I cappucci di pelo di Cinzia e Chiara sono tutti ricoperti di neve, bianchi come il cappello di lana di Michele rimediato all’ultimo momento. Paolo si confonde con Messner: dalla sua barba pendono tanti ghiaccioli. Pietro e Mimmo vanno avanti. Il rosso della giubba ci guida nella tormenta. Salvatore ed io chiudiamo il gruppo. In cima al rifugio, la mia Sony, dopo aver fatto epiche foto, ci abbandona per sindrome da raffredamento. Chi l’avrebbe mai detto che un sopralluogo si sarebbe trasformato in spedizione polare? Anche questo tentativo per portare il gruppo è fallito? Manco per sogno. E’ tutto eccezionale. L’escursione di primavera si può fare. In ciò che resta del Rifugio approntiamo il programma. Mattina: escursione a piedi dal Lago Pescara fino a Monte Cornacchia, pranzo a Piano delle Noci nel Bosco di Faeto, pomeriggio ai Mulini del Celone con Ausilia Pirozzoli, “la Signora dei Mulini” (Mimmo aveva recuperato non so dove il suo numero di telefono).
La Domenica delle Palme (16.3.2008), dopo una splendida scarpinata su Monte Cornacchia (siamo oltre 60), Ausilia ci viene incontro a Piano delle Noci, ormai punto d’arrivo delle nostre escursioni faetane. Noi, dei Mulini ad Acqua dell’Alta Valle del Celone (Celle S. Vito, Faeto e Castelluccio Valmaggiore) non sappiamo nulla. E’ Ausilia che ci introduce in questo nuovo “mondo antico”. Attraversare il Celone è stato come effettuare un viaggio a ritroso nel tempo: il tempo dei Mulini, “quando l’acqua dava il pane”. Tutti immaginavano di vedere, anche se nei ruderi, un sistema simile a quello del “Mulino Bianco” e, invece non è proprio così. Ausilia ci spiega che in zone con corsi d’acqua di scarsa portata, i mulini non sono a ruota “verticale” ma “orizzontale”. (In Sicilia ne ho visto uno funzionante nella Cava d’Ispica. Li chiamano Mulini a ruota araba). L’acqua che alimenta la ruota ed i suoi ingranaggi non è quella corrente del fiume Celone, ma quella captata dal Celone e regimentata in conserve a cielo aperto costruite dall’uomo. Una paratia azionata meccanicamente fa precipitare l’acqua sulle pale della ruota orizzontale che mette in funzione tutto il sistema. Il funzionamento, lo vediamo raccontato da Ausilia in ciò che resta del Mulino Piscero, una costruzione dall’architettura affascinate, degna di restauro e tutela. Qui, ci racconta Ausilia ha lavorato per molti anni suo nonno ed anche suo padre fino agli anni ’50 del secolo scorso. Anzi è proprio al Piscero che avvenne il passaggio generazionale, dagli antichi mulini ad acqua, condizionati dalla portata del Celone, a quelli moderni con motore a scoppio prima ed elettrico poi.
Dallo sguardo interrogativo di molti emergeva la necessità di voler vedere anche il marchingegno, intorno al quale si sono intessute migliaia storie quotidiane di migliaia di uomini per centinaia di generazioni. E tutto per produrre il pane quotidiano. Ausilia capisce la nostra esigenza e ci porta a visitare un vero santuario di architettura industriale: il mulino di famiglia. Apriamo un grande portone di legno e davanti ai nostri occhi, gli ultimi raggi di sole del tramonto, illuminano una complessa macchina di altri tempi: il Mulino di Carmine Pirozzoli. Costruito personalmente, vissuto e gestito fino al 1982 dopo oltre 60 anni di onorato lavoro. Qui Ausilia presa dalla commozione ci mostra un libro: “I Mulini ad acqua dell’Alta Valle del Celone” scritto da lei e dal fratello Nicola e dedicato al padre e a tutti gli uomini che intorno ai mulini hanno vissuto una storia importante. Ha le lacrime agli occhi Ausilia. Siamo commossi anche noi. E’ la domenica delle Palme e nella sua lingua ci augura “Bonne Paque”. E’ stato un incontro di poche ore, ma ci diamo subito appuntamento a Vieste per approfondire l’argomento “Mulini ad Acqua” in una conferenza.
La Società di Storia Patria per la Puglia – sezione Gargano ed il Comune di Vieste hanno organizzato l’evento per sabato 7 giugno, ore 19,30 presso il Castello di Vieste. Qui nel giorno di Sant’Antonio si svolge l’antica tradizione del Pane dei Poveri. Coordinati dal giornalista Loris Castriota Skanderbegh, si tratterà di Mulini (Ausilia e Nicola Pirozzoli) e di Pane (Rev. Pasquale Vescera), con una proiezione commentata. Siete tutti invitati.
FRANCO RUGGIERI
(Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione Gargano)
May 16 Giro d'Italia ancora a PeschiciMay 09 Un paese (Sannicandro Garganico) si converte all’ebraismoLA SINGOLARE STORIA DI DONATO MANDUZIO E DEGLI EBREI GARGANICIAutore: Antonio Vigilante ![]() Il volume di Elena Cassin su Manduzio Ho voglia, nella giornata della memoria, di raccontarvi una storia non tragica, anzi a lieto fine; una storia nostra, garganica, anche se non abbiamo molta voglia di riconoscerla come tale, perché provoca in noi qualche imbarazzo. E’ una storia quasi incredibile, che percorre al contrario, ed in piccolo, il cammino che ha portato all’Olocausto. La notte fra il 10 e l’11 agosto del 1930 un uomo dorme nella sua casa: una stanza imbiancata a calce con un soppalco in legno. Una casa povera di un paese povero. Il paese si chiama Sannicandro, e si trova nella parte settentrionale del Gargano. L’uomo invece si chiama Donato Manduzio, ha quarantacinque anni, è sposato con una donna di poco più giovane di lui ed è conosciuto ed apprezzato nel paese per certe sue doti di guaritore, oltre che per l’abilità nell’organizzare teatrini popolari. ![]() Donato Manduzio Dunque Donato dorme, ma una voce lo sveglia. La voce dice: “Ecco, vi porto una luce”. E nel buio Donato vede un uomo con in mano una lanterna spenta. Per accendere quella lanterna, spiega quell’uomo a Donato, occorre del fuoco, ed è proprio lui, Donato, che lo possiede. Donato Manduzio capirà il senso di quella visione solo il giorno dopo, quando un suo conoscente gli porterà una copia della Bibbia ricevuta da un protestante. La lettura della Bibbia lo sconvolge: distrugge le statue e le immagini di Cristo, della Madonna e dell’Arcangelo Michele che ha in casa, considerandole segni di idolatria; il suo Dio da ora in poi sarà il Dio dell’Antico Testamento. Manduzio, cioè, segue la religione ebraica, ma non lo sa ancora. Degli ebrei non ha mai sentito parlare, non sa nemmeno che esistano ancora. Immagina che il popolo dell’Antico Testamento sia scomparso. Grande è la sua meraviglia quando scopre che invece gli ebrei esistono ancora, e che anzi sono anche in Italia. Subito, insieme ai compaesani che condividono la sua conversione (poco più di una ventina), prende contatto con la comunità ebraica di Roma per ottenere il riconoscimento ufficiale dell’appartenenza al popolo ebraico. La cosa non è facile. Gli ebrei non fanno proselitismo, ed il processo di conversione è lungo ed accurato, ma Donato ed i suoi sono determinati, non vogliono per nulla al mondo rinunciare alla verità, una volta che sono riusciti a scovarla. ![]() Il neo convertito Antonio Bonfitto e il suo asino con la stella di Davide E così il 22 ottobre, alla presenza del rappresentante del rabbino di Roma, viene inaugurata la sinagoga di Sannicandro garganico: una abitazione povera come le altre, con l’essenziale per il culto ebraico. Arrivano, nel settembre del 1938, le prime leggi razziali, che porteranno a gravi forme di discriminazione nei confronti egli ebrei. Da Roma, il rabbino capo cerca di risparmiare agli entusiasti di Sannicandro la persecuzione: “Voi - scrive a Manduzio - non siete ebrei, perché non siete nati ebrei, e d’altra parte la vostra conversione non è stata mai legalizzata”*. Ma Manduzio risponde sdegnato. E’ ebreo, e tale vuole essere riconosciuto a tutti gli effetti, costi quel che costi. La vita della comunità prosegue tra l’ostilità delle autorità fasciste, scandita dalle principali festività ebraica ma anche da frequenti discordie interne, fino a quando gli Alleati entrano anche a Sannicandro. Tra loro, dei soldati ebrei della VIII armata britannica, che apprendono con non poco stupore dell’esistenza di quello stranissimo gruppo di ebrei garganici. Dai frequenti contatti con questi soldati nasce la prima idea di emigrare in Israele. Il 4 agosto del 1946 finalmente gli ebrei di Sannicandro ricevono la circoncisione. Davide Manduzio muore poco tempo dopo, compiuta la missione di completare la conversione dei suoi all’ebraismo. L’11 novembre del 1949 gran parte degli ebrei di Sannicancro partono per la Terrasanta. Alla migrazione, fenomeno di ieri e di oggi nella terra garganica, questi uomini riuscirono a dare un significato particolarmente profondo. Non era un andare verso una terra sconosciuta, ma il ritorno a casa. Quale è la morale di questa storia? Mi fa venire in mente una storia che racconta Moni Ovadia nel suo ultimo spettacolo. Un ebreo novantenne di origine ucraina - un uomo che nella vita ne ha viste di tutti i colori - incontra nella metropolitana, a New York, un uomo di colore con l’abito e l’acconciatura tradizionale ebraici. Non crede ai suoi occhi, e non resiste alla tentazione di parlargli. Gli si avvicina e gli chiede: “Scusi, non riesco a fare a meno di farle una domanda. Ma a lei, essere nero non bastava?” A questo punto il pubblico ride ed applaude. La storia finisce lì. Nessuno sa quale sia la risposta del nero ebreo. A nessuno interessa. Eppure io so che in quella risposta c’è la morale della storia singolare di Donato Manduzio e dei suoi. * Elena Cassin, San Nicandro. Un paese si converte all’ebraismo, Corbaccio, Milano 1995, p. 47. ©2008 Antonio Vigilante. Questo saggio è tratto dal blog MUNTU, LABORATORIO DIDATTICO. Le foto utilizzate per illustrare questo articolo sono tratte dal volume di Elena Cassin. May 04 SAGRA DELLE ARANCE 2008
April 26 Gli studenti dell'ITCG Mauro del Giudice alla scoperta del loro territorioUn convento francescano è immerso nell’oasi agrumaria di Rodi
![]() Rodi può vantarsi di avere uno tra i più antichi conventi di tutta la provincia monastica dell’Angelo (che comprendeva la Capitanata e il Molise), infatti l’anno di fondazione è il 1538. A dare il consenso fu l’arcivescovo sipontino Giovanni Maria del Monte, diventato nel 1550 papa con il nome di Giulio III. La domanda per la fondazione fu fatta dal popolo rodiano, il quale aiutò i frati con le offerte. Furono sempre i fedeli a finanziare la costruzione, strutturata secondo l’antica forma dei Conventi cappuccini, con Officine e Celle al pianterreno. Anche il Comune di Rodi contribuì alla costruzione, devolvendo i proventi ricavati dalla tassazione della vendita del pesce. Il convento rimase così fino al 1600, quando il barone Cesare San Felice, feudatario della città, rinnovò ed allargò la struttura, tanto che ora ha ben 14 celle, tutte disposte al secondo piano. Il cenobio era situato a un miglio dal paese e portava il nome dello Spirito Santo. ![]() Infatti, oltre a un bell'affresco all'interno della chiesa, all’esterno si poteva ammirare il Santo Sigillo dedicato allo Spirito Santo. A quei tempi, il C0nvento era abitato da otto frati, i quali trovavano il necessario per vivere, sempre attraverso le elemosine dei fedeli. La Chiesa fu consacrata l’8 settembre 1678 dall’arcivescovo di Siponto, che a quel tempo era Vincenzo Maria Orsini (divenuto poi papa con il nome di Benedetto XIII). Venne chiusa nel 1811, durante il decennio francese, ma fu riaperta nel 1818, dopo il congresso di Vienna. Fu chiusa definitivamente il 1 gennaio 1867, con la devoluzione dei beni ecclesiatici da parte del Regno d’Italia. Negli anni successivi, fu praticamente abbandonato ad un destino di progressivo degrado. Il restauro, compiuto dalla Soprintendenza alle Belle Arti di Bari, e risalente al 1979, è rimasto incompiuto. Secondo me, questa è una festa che dovrebbe essere rinnovata in tutti i suoi aspetti, partendo però dal restauro del Convento, mai finito. Si dovrebbe organizzare qualche cerimonia per essere celebrata da tutto il paese e non solo da noi ragazzi. Nazario Saccia “Guardando Rodi dall’estremità della banchina si nota, tra il verde cupo degli alberi, una bianca costruzione: è il convento di Rodi. Questo convento è tra i più antichi della provincia di Foggia, infatti fu fondato nel 1538 dall’arcivescovo Giovanni Maria del Monte. L’iniziativa per la fondazione fu presa dai rodiani più devoti. L’edificio sorge a circa un chilometro dal centro di Rodi in posizione elevata e domina il meraviglioso spettacolo della natura che il nostro paese offre nel verde degli alberi e nell’azzurro del mare. ![]() Dal 1550 al 1600 subì delle trasformazioni: fu costruito il secondo piano con 14 celle che si aggiunsero al refettorio ed alle officine al pian terreno. La chiesa fu titolata allo Spirito Santo. ![]() Non aveva “pesi di messe, debiti di sorta, entrate perpetue e temporali”. Nella prima metà del Settecento, nel convento dimoravano 8 frati, i quali pregavano, lavoravano e chiedevano l’elemosina quotidianamente, secondo il rito cappuccino, bussando alle case dei benefattori. Il convento fu chiuso definitivamente nel 1867, ci sono stati recentemente dei restauri dopo un lungo periodo di abbandono da parte dei monaci. Il convento era un riferimento importante per la comunità del nostro paese e ogni anno, l’ultimo sabato di Aprile, si celebrava una bella festa. Era una grande sagra popolare che riuniva, nelle campagne intorno al convento, tutte le famiglie rodiane come in una vera e propria Pasquetta, si trascorreva tutta la giornata di primavera all’aperto: tante erano le bancarelle, una vera gioia per i bambini. La festa iniziava con la celebrazione della messa, seguita dalla benedizione della chiesa, del mare e dei vicini oliveti e agrumeti. Dopodiché la gente poteva ammirare l’interno del convento. Scrive Pietro Agostinelli in “Rodi…sull’onda dei ricordi”: «Quando la chiesa era in stato di abbandono, noi ragazzini usavamo quel luogo per le nostre esplorazioni: scendevamo sotto la chiesa per vedere le tombe dei frati. Terminata la visita, verso mezzogiorno le famiglie si riunivano per consumare il pranzo nelle campagne circostanti, all’ombra degli alberi. Tutta la zona si riempiva di voci, canti, balli e canzoni, mentre nell’aria si diffondeva il profumo dei “turcinedde” arrosto». Negli ultimi anni, si è continuato a celebrare la festa del Convento, ma in tono minore. Non è più stata come prima, o meglio, è stata più una festa sentita dai giovani, ma si è perso il senso di questa sagra. Ora i giovani pensano solo a divertirsi e di famiglie se ne vedono pochissime, le bancarelle non si vedono più e la Messa non sempre si celebra. Noi giovani, dopo una lunga organizzazione, ci rechiamo sul convento e ci restiamo tutto il giorno, arrostendo e bevendo. Ma in questa festa, oggi manca il valore religioso. Si dice che quest’anno si cambierà, e tutto tornerà come in quei lontani anni che ho descritto. Spero che queste parole non siano solo semplici promesse, ma qualcosa di innovativo rispetto agli ultimi anni. Francesco Papagno Io vivo a Rodi Garganico, una cittadina molto bella. Questo paesino è posto sul monte Gargano, chiamato oggi promontorio del Gargano, sulle rive del mare Adriatico. Secondo alcuni storici, Rodi prese il suo nome dagli abitanti di Rodi Egeo, invece secondo altri il nome Rodi deriva da “rore” (rugiada). Nella prima metà del 1500 il paese contava 1.500 “anime”, il suo territorio era pieno di vigne e agrumeti che resero gli abitanti ricchi per l'esportazione con Venezia. Anche gli Schiavoni, cioè le popolazioni della Dalmazia, venivano qui e caricavano vini, arance, limoni. Nel 1767 Rodi contava 3.608 abitanti. Aveva un convento francescano posto a 4 miglia dalla città di Vico e ad un miglio da Rodi. Chi donò il terreno per farlo costruire fu una famiglia di Ischitella, gli Stinelli. La chiesa annessa al Convento aveva intorno delle alte mura e all'interno un orto, non si celebravano messe per tutto l'anno perchè gli abitanti preferivano farle celebrare nelle chiese più antiche del paese. Noi giovani ci rechiamo al convento per festeggiare l’ultimo sabato di aprile. Si celebra la messa, che non sempre viene ascoltata da tutti, poi andiamo sul prato e ci divertiamo a cantare, giocare e mangiare. Quando cala il sole andiamo via. Prima invece tutte le persone andavano in chiesa, i frati facevano visitare il convento, c'era una processione con il SS.mo Sacramento, si sparavano i fuochi artificiali e verso l'ora di pranzo si mangiava e si scherzava. Il pomeriggio si celebrava un’altra messa, arrivavano i pellegrini dagli altri paesi e poi si andava a casa. E’ bello sapere che quest’anno si tornerà alla tradizione di prima. Sarebbe bello riacquistare soprattutto il senso di religiosità che aveva questa festa. Cristina Antonelli ![]() L'articolo è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 26 asprile 2008. Gli autori sono studenti dell’Istituto Superiore "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico (Laboratorio storico a cura della prof.ssa Teresa M. Rauzino)
April 20 E' il nuovo cd del gruppo “Tarantella del Gargano”Sbarca sul web “E llarjulà”
di TERESA MARIA RAUZINO
«Siamo i diavoli alle chitarre; quelli svegli fino al mattino. Siamo "gli angeli che ballano intorno"; la musica che nasce nei paesi. Siamo l'eco delle piazze. Siamo i ragazzi con cui hai suonato a Scapoli, le ragazze che hai baciato a Carpino. Siamo la gioia che hai vissuto a Melpignano, le birre che hai bevuto a Bergolo. Siamo quelli che amano "questa donna", che hanno costruito giardini con "ori fini e acqua sorgentiva". Siamo quelli a cui da piccola hai rubato il cuore, quelli che non ti hanno mai detto una "parola a mmale". Siamo quelli che se non ti volevano bene non sarebbero venuti a cantarti. Siamo i cinque che con lo zoppo Fraccacchione sono andati a rubare le pere. Siamo gli "amanti ritornati", quelli per cui suonano le campane. Siamo le due zitelle che ballano. Siamo quelli mozzicati dalla Taranta. Siamo la “Tarantella del Gargano”. Si presentano così, nel loro spazio web www.myspace.com/capitannemo, rivendicando fortemente e orgogliosamente la loro identità (Sime de Monte e tenime la chepa toste! ), i componenti del gruppo di musica popolare “Tarantella del Gargano”. Sono Matteo Rignanese alias capitan Nemo (canto e chitarra); Pinuccio Ciliberti detto a cavaripa (canto). Ci sono anche “quei pazzi dei Sud Folk”: Angela Bisceglia (voce). Bernardo Bisceglia (mandola e voce); Peppe di Iasio (chitarra a basso e voce); Michele Cotugno (chitarra battente); Domenico Prencipe (chitarra acustica); Michelino Bisceglia (tammorra); Ilaria Rignanese (ballerina); Valeria Totaro (ballerina); Veronica Granatiero (ballerina); Michele Sacco (ballerino). Sul sito è possibile ascoltare (e scaricare free) 4 brani (“Tarantella di Monte”, “L’aria dli Muntanere”, “Montanara li Strusce”, “Aprile e nun Aprile”) tratti da “e llarjulà”, un cd di nuova uscita del gruppo.
Interessante, nei post del blog, un intervento del leader Matteo Rignanese che, utilizzando il nick name Kudos, spiega ai blogger che “La Tarantella del Gargano non esiste”: «Fino a qualche tempo fa ero fermamente convinto dell’esistenza di questo brano magico la cui scrittura si perde nel tempo (andate a dare un occhio al "Cantico dei Cantici"). La mia certezza derivava dall’aver ascoltato di persona la sua esecuzione, dall’ averne interpretato i versi nelle occasioni più disparate, dall’aver comprato almeno una decina di dischi in cui è stato inciso con interpretazioni che vanno dal folk al jazz, passando per la musica sperimentale e chi più ne ha più ne metta. Per capirci sto parlando del brano in cui un giovanotto si interroga su "come fare per amare questa donna" e gli viene in mente di costruire un giardino. Da bravo Garganico sono fiero ed orgoglioso che un brano così ipnotico ed affascinante rappresenti la mia terra e quindi anche me. Il punto è che questo brano non si chiama "Tarantella del Gargano", e sul Gargano di tarantella non ce n’è soltanto una. La "Tarantella suonata alla Montanara" (ovvero "così come si suona a Monte Sant’Angelo) successivamente intitolata "alla Montanara" o più semplicemente "Montanara", e sempre più spesso chiamata "tarantella del Gargano" è uno dei tre stili di tarantella della città di Carpino; un modo di suonare, la decisione di un musicista di "interpretare" la tarantella su cui tessere i propri versi (una volta improvvisati, oggi rigorosamente fedeli a quanto tramandato dal passato). Su questo stilema esistono innumerevoli versi, alcuni strutturati in canzone vera e propria (di cui la più famosa appunto quella della bella figliola e del giardino), altri estemporanei, tutti strutturati in endecasillabi. Così come pure di Stili si tratta quando si parla delle altre Tarantelle suonate a Carpino: La Viestesana (Vieste), particolarissima per una digressione dalla tonalità maggiore a quella minore che avviene improvvisa per 2/4 di battuta; la Rodianella (Rodi Garganico), quanto di più gioioso la musica possa rappresentare. A queste bisogna aggiungere quanto si è conservato negli altri paesi: la tarantella di Sannicandro, li strusce di Monte S. Angelo etc.etc. In un contesto così vasto ricco di sfumature è senz’altro fuori luogo parlare di Tarantella del Gargano; al massimo si può parlare di "Tarantelle del Gargano". A fare i pignoli poi ci sarebbe da sottolineare che il Gargano con le tarante non ha un granchè a che fare. Quelle che si eseguono e che si continua a tramandare sono delle serenate; a morsi e pizzichi, ragni e tarante (a parte due soli versi della tarantella di Monte Sant’Angelo che fanno riferimento a due ragazze senza marito che il cantore invita a lasciar ballare) non si fa riferimento in nessun verso. Sono tutti versi d’amore, al massimo di sdegno quando non sono canti religiosi. Sì son d’accordo con voi che poco importa se "nel blu dipinto di blu" sia conosciuta in tutto il mondo come "volare", la sua bellezza resta immutata. Ma così come non esiste "volare" non esiste la "tarantella del Gargano". Anche se tutti continueranno a chiederci di suonarla, e noi non avremo nessun dubbio su cosa suonare! Forza Monte!».
INFO: www.myspace.com/capitannemo
IMMAGINI:
http://www.slide.com/r/WIsmp2WTtT85cjY6SglNinkv0_KE-YDp?cy=ms&view=large
http://www.slide.com/r/dmuoPCAz3D-ZRbIH3YXSpRetABUcGXUf?cy=ms&view=large Il Gargano del 1943 in un filmato dell’Istituto LUCE
Lo “Sperone d’Italia”, documentario turistico di dieci minuti visibile in rete, si rivela una fonte preziosa di informazioni sul recente passato: paesaggio e cultura materiale
Il Gargano del 1943
in un filmato dell’Istituto LUCE
di TERESA MARIA RAUZINO
Italo De Feo, fondatore dell’Istituto LUCE, nel lontano 1924, capì che le immagini in movimento potevano assolvere, come mai era accaduto prima, a fini educativi. Ma le riprese filmate sarebbero state determinanti per la comunicazione di massa di quegli anni. L’Istituto LUCE assolse anche il compito di promoter turistico: fece conoscere agli Italiani, nei brevi documentari proiettati in tutte le piazze italiane o nell’intervallo dei film in visione nei cinema, delle zone sconosciute, fuori dagli itinerari soliti delle vacanze.
Abbiamo cercato nella banca dati del LUCE postata sul web qualche documentario sui primordi del turismo sul Gargano. Una ricerca fruttuosa. On line è in visione “Lo Sperone d’Italia”, un bel promo realizzato nel 1943. Ci restituisce visivamente una dimensione inedita della Montagna del sole nella prima metà del Novecento. visualizzandoci i paesi, il paesaggio ancora “vergine”. Furono queste visioni “selvagge”, che attrassero artisti di livello internazionale come Alfredo Bortoluzzi e Manlio Guberti, quando vennero per la prima volta, negli anni Cinquanta, sul Gargano. Furono questi paesaggi naturalistici ed umani che li convinsero a ritornare, eleggendo Peschici a loro dimora.
Lo Sperone d'Italia è un breve documentario di 10 minuti e 40 secondi. Fu realizzato nel 1943 dal regista Mario Chiari, in bianco e nero. Le sequenze iniziali visualizzano una cartina dell'Italia, con focalizzazione sulla Puglia e zoommata sul Promontorio del Gargano. Lo speaker “apre” con voce stentorea: “La carta geografica fa nascere spesso il desiderio di conoscere nuove regioni. Nel caso del Gargano il gusto della scoperta può tentare largamente gli esploratori del proprio paese”.
E il proverbiale Sperone d’Italia è sinonimo di ... terra vergine, evocante suggestioni da paradiso terrestre. Un eden visualizzato in ampie vedute di secolari argentei uliveti e distese di esotici fichi d'india. Terra vergine che affonda le sue radici in un humus di fede medievale. “Appaiono le rovine di San Leonardo di Siponto risalenti al secolo XII, con le primitive antiche sculture. Era un’antica città, Siponto, oggi scomparsa”. Le immagini scorrono sulle rovine della chiesa romanica di San Leonardo, sui particolari decorativi interni; sull’antico campanile a vela.
Ma le pendici del Gargano sono anche gradoni rocciosi, dalle forme caratteristiche, che si stagliano improvvisi dal piatto Tavoliere. Le inquadrature dall'alto riprendono mandrie di bovini e un cavalli al pascolo o diretti all' "abbeverata". Ecco una panoramica di Monte Sant'Angelo, con gli scorci più caratteristici dell'abitato, i particolari decorativi dell'architettura di antichi palazzi.
Perché questa scelta?
Monte Sant’Angelo è il centro più popoloso del Gargano. Sorge, strano a concepirsi, proprio sulla Montagna… sacra. E’ tipologicamente il più rappresentativo”. “ Il nostro viaggio - commenta lo speaker - non ci porterà sistematicamente di luogo in luogo, dovunque toni e lineamenti comuni si ritrovano come antiche conoscenze. Guardate la grazia di questi balconcini settecenteschi…
Ma l’ indizio sicuro della bellezza di una regione è la presenza dei monasteri “che chiamano da ogni parte a una sosta di riposo”. Il tema Gargano sacro viene sviluppato con le vedute di tre storici conventi di San Matteo (San marco in Lamis); San Francesco ( Ischitella) il convento dei Cappuccini (Vico del Gargano). All'interno di un chiostro, la dimensione quotidiana del sacro: un frate legge mentre un giovane lo ascolta, un altro attinge l'acqua dal pozzo, un monaco anziano cammina, con un breviario fra le mani.
L’obiettivo ritorna sui vari paesaggi. Strano a dirsi: siamo ancora nella stessa regione, anzi no siamo in una minuscola subregione d’Italia. “Nei campi fra aria di mare ed aria di monte scaldati dal sole di Puglia, il rigoglio della vegetazione è stupendo – scandisce lo speaker - Dal fico d’India che vuole il sole più ardente a un vivaio di pini e di abeti… alla Foresta Umbra! “. Il Bosco Umbra è , il più grande del Gargano. Le zone più folte giustificano il suo nome: l’ombra qui è davvero impenetrabile. “Una volta questo prepotente avventarsi di alberi si estendeva dall’altopiano alle rive del mare, perché quasi tutto il Gargano era ricoperto da una immensa foresta digradante”.
Un bosco produttivo. Le vedute di Umbra si alternano ad immagini del lavoro umano: alcune donne attendono alla cura di piantine di abeti e di pini in una zona di rimboschimento; due grandi alberi vengono tagliati da un gruppo di boscaioli, nelle radure nel bosco fumano le carbonaie; i tronchi degli alberi tagliati vengono trasportati via, forse sulla ferrovia Decauville nella segheria di Mandrione; la visione di un piccolo casolare si alterna a quella di due guardie forestali a cavallo che attraversano il fitto bosco.
La macchina da presa segue una carovana di asinelli, che si avvia in campagna circondata da bambini vocianti. Una mandria di bovini è in marcia lungo la costa dell’ Adriatico. E’ la volta di scorci panoramici sugli ampi agrumeti nelle fertili vallate nel Gargano. Le immagini inquadrano aranci, limoni, pere, olive, pesche, mele, fichi e fichi d'india, grappoli d'uva maturi.
“Ci eravamo scordati che il Gargano è un paese essenzialmente costiero – continua lo speaker - il Lago di Varano, comunicante con il mare, conferisce un inatteso aspetto a questa regione… La visuale lacustre e marina si stempera nell’immagine dei pescatori intenti a preparare le reti, con una zoommata sui pesci sguazzanti sott'acqua. Una diversa luminosità del mare, acqua di un azzurro profondo permeata di sole segnala la presenza del mare aperto. Appaiono barche e pescatori che stendono le reti sulla spiaggia. Lungo la costa, le reti a bilancia, formano “tanti appostamenti per i favolosi cefali dell’Adriatico. I pescatori non hanno bisogno di muoversi troppo per fare buona preda”. Spunta il Trabucco di Monte Pucci: un pescatore osserva il fondale da un albero sporgente sulle reti a bilancia poste sulle scogliere. Appare Peschici, erta sulla Rupe. A 90 metri emerge il suo Castello, precipitante a picco sul mare. Lo speaker evoca ulteriori suggestioni: “I paesi della costa sono piantati in alto sopra la roccia, visti dal mare, hanno un’apparenza inaccessibile e pittoresca, come antichi castelli. Accanto ad ogni paese, fra le rocce, si aprono lidi dolcissimi. Dietro sono le pinete… Odori di mare e di resina si confondono nell’aria”.
http://www.youtube.com/watch?v=iTfBVA6NfEA
Una lirica di Piero Giannini per KàlenaMa poi?...
L'abbazia di Kàlena in una suggestiva immagine di Romano Conversano
Fantasmi di Benedettini in saio guerriero vagano senza mèta, stanchi e sfiduciati, fra le mura di Càlena. Dal pozzo alla chiesa senza tetto, fino alla porta del mare murata, è un processionare continuo di ectoplasmi che chiedono vendetta. Strano, per uomini devoti e pii, ma giusto! La loro richiesta è sacrosanta: uscire dall'anonimato di un'Abbazia lasciata alle ortiche e alla sterpaglia, per tornare a rifulgere di quella gloria antica di cui depositari certi sono, si sentono e sempre si sentiranno, contro tutti gli egoismi, tutte le storture, ogni forma di abbandono che oggi invece rappresenta la loro culla desolante.
Vive, Càlena, solo nel ricordo di chi sa! Ma poi?...
Piero Giannini
da Fiori di perla, Ladisa Editore, Bari, 1988.
L'abbazia di Kàlena in altre immagini di Romano Conversano
April 17 Un commento dopo la visione di un Power Point su abbazia di Kàlena (Peschici-FG)KALENA,
IN ATTESA DI UN RAGGIO CHE ILLUMINI LE MENTI
Ci è giunto, del tutto inaspettato, da uno dei nostri primissimi utenti registrati su "punto di stella", un power point che abbiamo cominciato a scorrere, prima con il disincantato interesse che ci caratterizza quando si tratta di certi temi che abbiamo sempre ritenuto di competenza non nostra, per svariate motivazioni che sarebbe lungo elencare e qualcuno saprebbe ben contestarci, poi con un senso di nausea via via più crescente.
Lo componevano una trentina di fotografie immerse in un contesto meno deprimente, ma pur sempre parte di un teorema accusatorio, quasi ad addolcire l’amaro di una pillola che incastratasi alla bocca dell’esofago non ce la fa ad andare giù.
A mano a mano che cliccavamo sulla successiva e lo slideshow si proponeva sempre più devastante, abbiamo cominciato ad avvertire il fiato che non riusciva a espellersi dai polmoni e un senso di apnea fastidiosa quanto opprimente che si è diluita solo all’ultima istantanea. In quel momento la squassante espirazione che ci ha liberato dall’ossessiva compressione toracica ha rimbombato nella stanza come mai vulcano abbia potuto fare col gas che precede una eruzione.
La valanga di fango putritudine sgomento disgusto violenza scempio piombata sulle rovine di un “monumento storico” eternato dalle immagini nella sua volgare disumanità è precipitata dentro di noi colmando quel buco allo stomaco prodotto dal precedente svuotamento.
La lava incandescente che ci è colata nelle viscere si è divertita a distillare perle di estenuante congestione provocando ulcere irreversibili. Possibile, ci siamo chiesti, che la visione di tanti particolari messi in evidenza dalla macchina fotografica possano implodere in noi in una forma così lacerante?
Eppure quei ruderi (siamo andati rassicurandoci per tacitare una qual forma di rimorso), quelle fatiscenti rovine le abbiamo quasi quotidianamente davanti agli occhi, ci passiamo vicino, le sfioriamo con lo sguardo rasentandole con l’auto, ma forti di un’abitudine consolidata in cui la memoria non viene più scalfita perché non riceve impulsi diversi se non sempre uguali, sempre gli stessi, senza mai una diversa prospettiva, una differente visione, una alternativa prospettica, un colpo di intonaco, un raschiamento di patina temporale, uno sforbiciare di potatura, un intervento strutturale, un censimento di pietre errabonde, un salvataggio edificatorio; forti, scrivevamo, di tale abitudine consolidata non abbiamo mai colto le tante, infinitesimali eppure macroscopiche - e non sembri un controsenso - sfumature che il power point ci stava proponendo.
Un tetto semisfondato, un altro inesistente, una finestrella semiocclusa da vegetazione spontanea ormai diventata padrona e disfacitrice di una secolare storia, una porta murata, un arco infossato, stemmi di uno spessore di rilevanza inimmaginabile, capitelli che hanno visto ben altri fasti… poi degrado, e abbandono, ovunque: pietre divelte, erbacce invasive, porte insignificanti a testimoniare destinazioni d’uso diversificate e… eternit, perfino eternit!
E ogni pietra, pur consunta e mangiata dall’inquinamento atmosferico, ogni chiave di volta, ogni capitello, ogni arco, ogni crociera, ogni navata, ogni voluta, ogni blasone rosicato dall’incuria, sì del tempo, ma di più dell’uomo, ogni centimetro di quel decadimento, a raccontare la sua storia, le sue avventure, le sue peripezie, le subite angherie, i suoi più viscerali segreti, lo stridente scricchiolio dei pennini degli amanuensi, l’assorbenza inconsistente dei papiri documentali, gli assedi, le bravate orientali, il silenzio degli occupanti, le loro beghe, le sottili invidie e gelosie, i diverbi, gli scontri, le riappacificazioni, i sussurri dei rosari, il mormorio del mare che giunge da sotterranei inesplorati, oggi, un tempo via di fuga e di salvezza, l’obbedienza, le gerarchie, i profumi dei cereali conservati nei magazzini e provenienti dalle sterminate tenute, l’ossequioso e indolente fruscio di sai e tonache, lo scalpiccio dei calzari sulle pietre algide e nude.
Vien voglia, anche al più agnostico degli uomini, di rivolgere gli occhi al cielo e urlare: “Ma ci sei? Li vedi o no i colpi di piccone dell’insipienza umana? Se nessuna delle tue creature riesce a partorire un radicale intervento, perché…”
Poi gli occhi tornano a terra, sulle fotografie per la verità, e scoprono ulteriori particolari, altri oltraggi, altre insolvenze, altro imbarbarimento. E il cuore si stringe, le coronarie pulsano, le arterie fibrillano e il sangue si rifiuta di fluire.
Pleonastico, giunti a questo punto, puntualizzare quale “monumento storico” (millecentotrentasei anni di vita) abbia provocato tanta indignazione.
A chi non l’avesse capito o faccia finta di non capire o non sia autentico garganico suggeriamo un solo, unico nome: Kàlena. E che Qualcuno ci aiuti.
Non crediamo ai miracoli, ma quando si è costretti a pensare di affidarci a un evento sovrannaturale, vuol significare proprio che non ce la facciamo più! E ciò che verrà dopo... è nel grembo di Giove.
Piero Giannini
Il POWER POINT "KALENA, LUOGO DEL CUORE", COMMENTATO DA PIERO GIANNINI, E' SCARICABILE QUI: April 15 Ischitella. Il Crocifisso di VaranoUna linda chiesina, solitaria nella campagna piena di orti e ulivi, alta sullo specchio luminescente del Lago di Varano, è ciò che resta di Bayranum. Da questa città il lago prese il nome di Varano. Ogni tanto qua e là affiorano pietre e ruderi a testimonianza di una vita ormai spenta. Gli storici dicono che la cittadina ebbe discreta importanza nel Medioevo, ma poi lo scorrere del tempo, l'insicurezza dei percorsi e l'inclemenza delle vicende umane ebbero ragione delle ultime casupole sparse sulle rive del lago. Alla sua distruzione certamente non furono estranee le frequenti scorrerie dei Saraceni. Intorno alla scomparsa s'addensano cupe leggende. Una di queste pone nella zona l'antica Uria, abitata da gente cattiva e governata da un re dal nome truce come la sua anima, Tauro, più cattivo dei suoi concittadini. La città viveva nei sollazzi e nella violenza. Solo una fanciulla, chiamata Nunzia, si salvava dalla generale disperazione, tutta dedita al lavoro e alla preghiera. Una notte la gentile Nunzia sentì il respiro del lago; era un respiro pauroso, angosciante. L'indomani si vide avvolta da una pace terrificante: le acque del lago si perdevano tranquille all'orizzonte; dell'empia città non era rimasta traccia alcuna. Solo la chiesetta dell'Annunziata si ergeva solitaria come segno di speranza sul piccolo promontorio. Della chiesa non si hanno molte notizie. I documenti più antichi risalgono all'inizio del sec. XVI. Ci mostrano una chiesa piccola ma dotata di discrete rendite derivanti da proprietà fondiarie e insignita del titolo abbaziale. Già i primi documenti ci fanno conoscere l'esistenza di un Crocifisso miracoloso che viene portato in processione in occasione di pubbliche calamità, e specialmente quando i raccolti sono in pericolo per la siccità o per il gelo. La devozione al Crocifisso nel tempo si consolidò e divenne patrimonio di Ischitella e dei paesi vicini, in particolare di Cagnano e di Carpino.Il 23 aprile 1717 resterà a lungo scolpito nella memoria di quelle popolazioni. Una lunga siccità aveva compromesso definitivamente i raccolti e la paura della fame toglieva alla gente ogni serenità. Si fece una solenne processione del Crocifisso e il 23 aprile una pioggia abbondante fece rinverdire, insieme ai campi, anche le speranze dei contadini. Da allora il miracolo si ripeté più volte: così nel 1899 e nel 1948. Il Crocifisso di Varano è una bella opera databile, secondo gli esperti, tra la seconda metà del sec. XIII e la prima metà del XIV. La sua bellezza ha dato libero corso alla fantasia popolare: qualcuno dice che "è un vero ritratto del Salvatore" "scolpito in epoca assai vicina alla morte del Redentore"; l'autore sarebbe l'evangelista San Luca, protettore dei pittori, a cui le varie tradizioni locali attribuiscono innumerevoli immagini della Madonna. Una leggenda popolare racconta come Gesù, stupito lui stesso per la bellezza dell'opera, sia apparso a San Luca per congratularsi dicendogli "Luca, Luchist, addov' me vidist, che tant bell mi facist?" "Luca, quando mai mi hai visto per avermi ritratto così bene?". E' il caso di rilevare come questa espressione popolare sia una implicita citazione del Prologo del Vangelo di San Luca nel quale l'evangelista confessa di non aver mai conosciuto Gesù se non attraverso i documenti. Esprime anche l'opinione di molti studiosi i quali rilevano come Luca, attraverso l'esame di documenti e di testimonianze, sia riuscito a dare di Gesù un'immagine viva e dettagliata, quasi pittorica, come se lui stesso fosse stato presente ai momenti salienti della vita del Redentore.La festa che si celebra ogni 23 aprile ha il suo momento più solenne nella processione in cui il Crocifisso viene portato sul vicino poggio dove è allestito un Calvario.
Padre Mario Villani " I SANTUARI DEL GARGANO E DELLA "VIA SACRA"
April 14 La Madonna di Loreto a PeschiciIl piccolo santuario, dedicato alla Madonna di Loreto, dista due chilometri da Peschici. Ospita diversi ex voto a forma di barche, remi ed aerei, donati dai pescatori e da numerosi emigranti, trasvolati sani e salvi nelle lontane Americhe.
Nell'immaginario collettivo, in questa chiesa “si venivano a prendere i bambini”, dono della Madonna.
Una suggestiva leggenda, tramandata da Michelantonio Fini, è ancora viva nel ricordo popolare. Nel cuore della notte, in vicinanza del “nodo” roccioso di Peschici, un veliero proveniente dalle coste della Dalmazia fu sorpreso da un fortunale. L’acqua, implacabile, sferzava i marinai e i pennoni. Il vento fischiava impetuoso. Ogni speranza di salvezza sembrava perduta. Ma ad un tratto, sulla cima del monte, sospeso tra la terra e il cielo, ecco un guizzo come di stella, una luce sperduta nella pineta. I naufraghi sapevano che in quella direzione vi era una chiesetta solitaria: una Madonnina bella e pietosa, patrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte, vi dimorava. Piangendo, le si prostrarono in ginocchio: ”Salvaci Tu, Stella del mare, salvaci, per pietà!” La preghiera fu prontamente esaudita. Tutti furono salvi, la barca e i marinai. Per ex voto, la chiesetta fu ricostruita, bella e grande come quella barca salvata.
La festa della “Vergine di Loreto” si è celebrata quest'anno il 31 marzo, primo lunedì successivo alla Pasquetta, con una processione solenne che partita dalla Chiesa Matrice alle ore 9,30 è rientrata alle 22,00 , con una grande fiaccolata. Due le messe celebrate al santuario della Madonna di Loreto, una alle 11 e una alle 18.
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