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    June 03

    ALLA SCOPERTA DEI MULINI AD ACQUA DI CAPITANATA

    Quando l’acqua dava il pane.

     “I mulini ad acqua dell’Alta Valle del Celone”

     

     

    Agli occhi di noi garganici della costa, quella parte di subappenino dauno, confinante con la Campania e comprendente l’enclave franco-provenzale di Faeto e Celle San Vito, ci sembrava molto lontana dal nostro immaginario quotidiano. Per tale difficoltà virtuale, le escursioni primaverili del WWF di Vieste (dal 2008 anche sezione di Avventure nel Mondo), rigorosamente a piedi, avevano sempre escluso quel territorio. Nonostante il parlare originato da “La fete de lu cajun” e dall’impatto ambientale delle pale eoliche, per noi restava comunque lontano. Troppo lontano.

     

    Fu quasi per caso, parlando con Vincenzo Finaldi – Comandante della Stazione Forestale di Vieste (originario di Faeto), che venne fuori l’argomento sui Mulini ad Acqua del Celone. Il suo racconto, nostalgico ed appassionato, era condito con ricordi bellissimi della sua infanzia. Le corse da Celle a Faeto, in 20 minuti, per arrivare in tempo all’appuntamento pomeridiano con Rin Tin Tin. Le bevute di acqua fresca nel Celone ed i ruderi dei vecchi mulini ad acqua. I mulini ad acqua? Chiesi meravigliato. Sì,  una signora di Faeto,  da tempo si sta occupando della tutela e della rivalutazione dei mulini ad acqua. Approntammo subito l’itinerario: Da Celle San Vito a Faeto a piedi, lungo l’antico sentiero che lui percorreva da ragazzo negli anni ’60, attraversando il Celone, alla scoperta di ciò che restava dei mulini.

     

    Nel gennaio del 2007, in cinque amici, realizziamo un primo sopralluogo per studiare il percorso da proporre al gruppo. A Celle si presenta il primo ostacolo: il sentiero non è più percorribile in quanto invaso dalla vegetazione. Nessuno più lo frequenta. Si preferisce andare in automobile. Optiamo quindi  per un circuito alternativo: Sorgente di San Vito “Fontem Aquilonem” nei pressi della Chiesa di San Vito e del Casale dei Maresca (che qui sono Marchesi mentre a Serracapriola sono Duchi), prima della vetta della “Bannera”. Questo itinerario come ce lo descriveva Finaldi doveva essere sotto l’aspetto paesaggistico: meraviglioso. E senza dubbio lo era. Oggi con le pale eoliche mi astengo da ogni giudizio.  Lascio la risposta ai procacciatori di affari e finanziamenti: loro, pare, che abbiano risposte convincenti per tutti. Sta di fatto che restiamo delusi. I paesi di Celle e di Faeto, però, ed i loro abitanti ci restano nel cuore. Non li possiamo tradire. Decidiamo di cercare un’altra motivazione per portare il gruppo di amici a camminare da queste parti. Lo spunto viene da un incendio, quello del Rifugio di Monte Cornacchia. Organizziamo così un secondo sopralluogo con l’aiuto di Pietro Caforio, guida WWF di Serracapriola. Partiamo il 21.10.2007 alle ore 9,30 dal Lago Pescara, ed è subito neve! Noi gente di mare ci sentiamo subito invasi da una euforica contentezza, come bambini, nel vedere i primi fiocchi e così gli amici di Serra, anche se più abituati di noi. In cima a Monte Cornacchia però non è la stessa cosa. I fiocchi diventano bufera. Il vento freddo ci taglia il viso dalla parte destra e la ricopre con uno strato di neve ghiacciata appiccicata alla barba. La parte sinistra della faccia, invece, è libera ed un po’ tiepida. La neve ed il vento gelido arrivavano da est. Camminiamo raggruppati, ma non si riesce a vedere l’amico che ci precede se è distante oltre cinque metri. In breve tempo è tutto bianco e noi sembriamo non gli escursionisti della domenica ma provette guide alpine. I cappucci di pelo di Cinzia e Chiara sono tutti ricoperti di neve, bianchi come il cappello di lana di Michele rimediato all’ultimo momento. Paolo si confonde con Messner: dalla sua barba pendono tanti ghiaccioli. Pietro e Mimmo  vanno avanti. Il rosso della giubba ci guida nella tormenta. Salvatore ed io chiudiamo il gruppo. In cima al rifugio, la mia Sony, dopo aver fatto epiche foto, ci abbandona per sindrome da raffredamento. Chi l’avrebbe mai detto che un sopralluogo si sarebbe trasformato in spedizione polare? Anche questo tentativo per portare il gruppo è fallito? Manco per sogno. E’ tutto eccezionale. L’escursione di primavera si può fare. In ciò che resta del Rifugio approntiamo il programma. Mattina: escursione a piedi dal Lago Pescara fino a Monte Cornacchia, pranzo a Piano delle Noci nel Bosco di Faeto, pomeriggio ai Mulini del Celone con Ausilia Pirozzoli, “la Signora dei Mulini” (Mimmo aveva recuperato non so dove il suo numero di telefono). 

     

    La Domenica delle Palme (16.3.2008), dopo una splendida scarpinata su Monte Cornacchia (siamo oltre 60), Ausilia ci viene incontro a Piano delle Noci, ormai punto d’arrivo delle  nostre escursioni faetane. Noi, dei Mulini ad Acqua dell’Alta Valle del Celone (Celle S. Vito, Faeto e Castelluccio Valmaggiore) non sappiamo nulla. E’ Ausilia che ci introduce in questo nuovo “mondo antico”. Attraversare il Celone è stato come effettuare un viaggio a ritroso nel tempo: il tempo dei Mulini, “quando l’acqua dava il pane”. Tutti immaginavano di vedere, anche se nei ruderi, un sistema simile a quello del “Mulino Bianco” e, invece non è proprio così. Ausilia ci spiega che in zone con corsi d’acqua di scarsa portata, i mulini non sono a ruota “verticale” ma “orizzontale”. (In Sicilia ne ho visto uno funzionante nella Cava d’Ispica. Li chiamano Mulini a ruota araba). L’acqua che alimenta la ruota ed i suoi ingranaggi non è quella corrente del fiume Celone, ma quella captata dal Celone e regimentata in conserve a cielo aperto costruite dall’uomo. Una paratia azionata meccanicamente fa precipitare l’acqua sulle pale della ruota orizzontale che mette in funzione tutto il sistema. Il funzionamento, lo vediamo raccontato da Ausilia in ciò che resta del Mulino Piscero, una costruzione dall’architettura affascinate, degna di restauro e tutela. Qui, ci racconta Ausilia ha lavorato per molti anni suo nonno ed anche suo padre fino agli anni ’50 del secolo scorso. Anzi è proprio al Piscero che avvenne il passaggio generazionale, dagli antichi mulini ad acqua, condizionati dalla portata del Celone, a quelli moderni con motore a scoppio prima ed elettrico poi.

     

    Dallo sguardo interrogativo di molti emergeva la necessità di voler vedere anche il marchingegno, intorno al quale si sono intessute migliaia storie quotidiane di migliaia di uomini per centinaia di generazioni. E tutto per produrre il pane quotidiano. Ausilia capisce la nostra esigenza e ci porta a visitare un vero santuario di architettura industriale: il mulino di famiglia.  Apriamo un grande portone di legno e davanti ai nostri occhi, gli ultimi raggi di sole del tramonto, illuminano  una complessa macchina di altri  tempi: il Mulino di Carmine Pirozzoli. Costruito personalmente, vissuto e gestito fino al 1982 dopo oltre 60 anni di onorato lavoro. Qui Ausilia presa dalla commozione ci mostra un libro: “I Mulini ad acqua dell’Alta Valle del Celone” scritto da lei e dal fratello Nicola e dedicato al padre e a tutti gli uomini che intorno ai mulini hanno vissuto una storia importante. Ha le lacrime agli occhi Ausilia. Siamo commossi anche noi. E’ la domenica delle Palme e nella sua lingua ci augura “Bonne Paque”. E’ stato un incontro di poche ore, ma ci diamo subito appuntamento a Vieste per approfondire l’argomento “Mulini ad Acqua” in una conferenza.

     

    La Società di Storia Patria per la Puglia – sezione Gargano ed il Comune di Vieste hanno organizzato l’evento per sabato 7 giugno, ore 19,30 presso il Castello di Vieste. Qui nel giorno di Sant’Antonio si svolge  l’antica tradizione del Pane dei Poveri. Coordinati dal giornalista Loris Castriota Skanderbegh,  si tratterà  di Mulini (Ausilia e Nicola Pirozzoli) e di Pane (Rev. Pasquale Vescera), con una proiezione commentata.

    Siete tutti invitati.

     

     FRANCO RUGGIERI 

    (Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione Gargano)

     

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    May 16

    Giro d'Italia ancora a Peschici

    TAPPA TUTTA ITALIANA AL GIRO D”ITALIA… OVVIO, SI ARRIVAVA A PESCHICI!

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    La tappa a Priamo e la maglia rosa a Visconti. Ne volete di più?

    Non c’è stato modo migliore di salutare e osannare la carovana dei girini da parte della cittadina garganica oppressa da malumori e perplessità sul suo immediato futuro. Il “colpo basso” della passata stagione con quel rogo che ha provocato anche morti non è stato ancora metabolizzato e su tutto incombe un interrogativo pressante: “Come andrà la prossima?” Benvenuto allora al Giro, che ha - almeno si spera - dissolto qualche dubbio: il paese c’è, la vegetazione c’è (diminuita ma c’è), gli abitanti sono sempre lì, non li ha evacuati nessuno, la voglia di proporsi al meglio c’è anche questa, l’ospitalità si è “raddrizzata” perché s’è capito che tutto può succedere da un momento all’altro quindi non mi conviene tanto fare lo “sborone”, le case sono sempre in piedi e Peschici è sempre Peschici! Le riprese televisive, d’altronde, sono state buoni testimoni di tutto quanto elencato e non mentono, non possono mentire.

    Chi ancora telefona alle agenzie rivolgendo domande a dir poco strane sullo stato di salute della cittadina (neanche fosse stata attraversata da un uragano o sommersa da uno tsunami) ne avrà avuto ampia conferma e si spera che ogni perplessità si sia vanificata. Peschici ha salutato il Giro e ha portato fortuna ai colori italiani regalando vittoria e primato in classifica a corridori di casa nostra, per di più giovani ed entusiasti, sportivi fino al midollo.

    Di rimando ci auguriamo che il Giro abbia fatto bene a Peschici. Nessuna pretesa, sia chiaro, ma almeno oggi è andata in onda sugli schermi di mezza Europa la documentazione che la vita non s’è mai fermata e continua ad andare avanti, con qualche ramo in meno, sicuro, ma nella certezza che nulla si è “mai” perduto definitivamente e tutto riprenderà - come ha già ripreso - con una coscienza maggiore e un’acuita forza di volontà.

     

    PIERO GIANNINI

    su www.puntodistella.it

     

     

    May 09

    Un paese (Sannicandro Garganico) si converte all’ebraismo

    LA SINGOLARE STORIA DI DONATO MANDUZIO E DEGLI EBREI GARGANICI

    Autore: Antonio Vigilante









    Il volume di Elena Cassin su Manduzio




    Ho voglia, nella giornata della memoria, di raccontarvi una storia non tragica, anzi a lieto fine; una storia nostra, garganica, anche se non abbiamo molta voglia di riconoscerla come tale, perché provoca in noi qualche imbarazzo. E’ una storia quasi incredibile, che percorre al contrario, ed in piccolo, il cammino che ha portato all’Olocausto.
    La notte fra il 10 e l’11 agosto del 1930 un uomo dorme nella sua casa: una stanza imbiancata a calce con un soppalco in legno. Una casa povera di un paese povero. Il paese si chiama Sannicandro, e si trova nella parte settentrionale del Gargano.
    L’uomo invece si chiama Donato Manduzio, ha quarantacinque anni, è sposato con una donna di poco più giovane di lui ed è conosciuto ed apprezzato nel paese per certe sue doti di guaritore, oltre che per l’abilità nell’organizzare teatrini popolari.



    Donato Manduzio


    Dunque Donato dorme, ma una voce lo sveglia. La voce dice: “Ecco, vi porto una luce”. E nel buio Donato vede un uomo con in mano una lanterna spenta. Per accendere quella lanterna, spiega quell’uomo a Donato, occorre del fuoco, ed è proprio lui, Donato, che lo possiede.
    Donato Manduzio capirà il senso di quella visione solo il giorno dopo, quando un suo conoscente gli porterà una copia della Bibbia ricevuta da un protestante. La lettura della Bibbia lo sconvolge: distrugge le statue e le immagini di Cristo, della Madonna e dell’Arcangelo Michele che ha in casa, considerandole segni di idolatria; il suo Dio da ora in poi sarà il Dio dell’Antico Testamento.

    Manduzio, cioè, segue la religione ebraica, ma non lo sa ancora. Degli ebrei non ha mai sentito parlare, non sa nemmeno che esistano ancora. Immagina che il popolo dell’Antico Testamento sia scomparso. Grande è la sua meraviglia quando scopre che invece gli ebrei esistono ancora, e che anzi sono anche in Italia.

    Subito, insieme ai compaesani che condividono la sua conversione (poco più di una ventina), prende contatto con la comunità ebraica di Roma per ottenere il riconoscimento ufficiale dell’appartenenza al popolo ebraico. La cosa non è facile. Gli ebrei non fanno proselitismo, ed il processo di conversione è lungo ed accurato, ma Donato ed i suoi sono determinati, non vogliono per nulla al mondo rinunciare alla verità, una volta che sono riusciti a scovarla.




    Il neo convertito Antonio Bonfitto e il suo asino con la stella di Davide





    E così il 22 ottobre, alla presenza del rappresentante del rabbino di Roma, viene inaugurata la sinagoga di Sannicandro garganico: una abitazione povera come le altre, con l’essenziale per il culto ebraico.

    Arrivano, nel settembre del 1938, le prime leggi razziali, che porteranno a gravi forme di discriminazione nei confronti egli ebrei. Da Roma, il rabbino capo cerca di risparmiare agli entusiasti di Sannicandro la persecuzione: “Voi - scrive a Manduzio - non siete ebrei, perché non siete nati ebrei, e d’altra parte la vostra conversione non è stata mai legalizzata”*.
    Ma Manduzio risponde sdegnato. E’ ebreo, e tale vuole essere riconosciuto a tutti gli effetti, costi quel che costi.

    La vita della comunità prosegue tra l’ostilità delle autorità fasciste, scandita dalle principali festività ebraica ma anche da frequenti discordie interne, fino a quando gli Alleati entrano anche a Sannicandro. Tra loro, dei soldati ebrei della VIII armata britannica, che apprendono con non poco stupore dell’esistenza di quello stranissimo gruppo di ebrei garganici. Dai frequenti contatti con questi soldati nasce la prima idea di emigrare in Israele.


    Il 4 agosto del 1946 finalmente gli ebrei di Sannicandro ricevono la circoncisione. Davide Manduzio muore poco tempo dopo, compiuta la missione di completare la conversione dei suoi all’ebraismo.

    L’11 novembre del 1949 gran parte degli ebrei di Sannicancro partono per la Terrasanta. Alla migrazione, fenomeno di ieri e di oggi nella terra garganica, questi uomini riuscirono a dare un significato particolarmente profondo. Non era un andare verso una terra sconosciuta, ma il ritorno a casa.

    Quale è la morale di questa storia? Mi fa venire in mente una storia che racconta Moni Ovadia nel suo ultimo spettacolo. Un ebreo novantenne di origine ucraina - un uomo che nella vita ne ha viste di tutti i colori - incontra nella metropolitana, a New York, un uomo di colore con l’abito e l’acconciatura tradizionale ebraici. Non crede ai suoi occhi, e non resiste alla tentazione di parlargli. Gli si avvicina e gli chiede: “Scusi, non riesco a fare a meno di farle una domanda. Ma a lei, essere nero non bastava?” A questo punto il pubblico ride ed applaude. La storia finisce lì.
    Nessuno sa quale sia la risposta del nero ebreo. A nessuno interessa. Eppure io so che in quella risposta c’è la morale della storia singolare di Donato Manduzio e dei suoi.





    * Elena Cassin, San Nicandro. Un paese si converte all’ebraismo, Corbaccio, Milano 1995, p. 47.






    ©2008 Antonio Vigilante. Questo saggio è tratto dal blog MUNTU, LABORATORIO DIDATTICO.


    Le foto utilizzate per illustrare questo articolo sono tratte dal volume di Elena Cassin.









    May 04

    SAGRA DELLE ARANCE 2008

    SABATO, 3 MAGGIO: RODI RENDE OMAGGIO ALLA PROPRIA RICCHEZZA

     

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      Da pomeriggio del 3 scorso a sera inoltrata, vi hanno partecipato tutti: singoli privati e operatori turistici, imprenditori addetti ai lavori e scolaresche. Una festa di colori, suoni, giochi, profumi, balli, canti e danze (giovanissimi ballerini si sono esibiti in una sfrenata pizzica carpinese ossequiando le tradizioni dei padri). Tra banchetti addobbati (uno allestito persino dal “glorioso” URIATINON… Cos’è? Scopritelo da soli, se siete capaci!) e imbanditi in concorrenza con tavolate da pranzo natalizio o matrimoniale e artisti di strada lanciati nelle loro funamboliche acrobazie, si sono sviluppati orgoglio e passione di chi ha voluto riportare agli antichi fasti, nelle loro più diversificate utilizzazioni, frutti che hanno colmato i mercati di mezza Europa osando perfino varcare gli oceani. Erano i primi anni del Novecento, certo, ma sono ritornati, o almeno stanno ritornando a farsi rispettare. Le foto parlano da sole, ha suggerito con la solita modestia l’autrice (Terry Rauzino), che proprio per questo non ha voluto stendere un rigo di commento. E sono talmente tante che non abbiamo resistito a sceglierne una trentina e farne addirittura tre pagine da pubblicare su questo sito. Godetevele tutte! … Dimenticavamo la consueta sollecitazione quando si tratta di… politici. LETTERINA - Esimio signor Carmine D’Anelli, sindaco di Rodi, cerchiamo di fare in modo che certe manifestazioni non si esauriscano per inedia. Non ci faccia dire altro, perché entrambi sappiamo (noi forse più di lei!), cosa s’intenda per inedia. Sono così ricche di fascino, turbamento, retaggio, malìa, magìa, che vedersele sfumare sotto gli occhi farebbe male al cuore. A buon intenditor… FINE DELLA LETTERINA

    PIERO GIANNINI

    su www.puntodistella.it 

     Redazione

    April 26

    Gli studenti dell'ITCG Mauro del Giudice alla scoperta del loro territorio

    Un convento francescano è immerso nell’oasi agrumaria di Rodi









    Rodi può vantarsi di avere uno tra i più antichi conventi di tutta la provincia monastica dell’Angelo (che comprendeva la Capitanata e il Molise), infatti l’anno di fondazione è il 1538. A dare il consenso fu l’arcivescovo sipontino Giovanni Maria del Monte, diventato nel 1550 papa con il nome di Giulio III.
    La domanda per la fondazione fu fatta dal popolo rodiano, il quale aiutò i frati con le offerte. Furono sempre i fedeli a finanziare la costruzione, strutturata secondo l’antica forma dei Conventi cappuccini, con Officine e Celle al pianterreno.
    Anche il Comune di Rodi contribuì alla costruzione, devolvendo i proventi ricavati dalla tassazione della vendita del pesce.
    Il convento rimase così fino al 1600, quando il barone Cesare San Felice, feudatario della città, rinnovò ed allargò la struttura, tanto che ora ha ben 14 celle, tutte disposte al secondo piano.
    Il cenobio era situato a un miglio dal paese e portava il nome dello Spirito Santo.








    Infatti, oltre a un bell'affresco all'interno della chiesa, all’esterno si poteva ammirare il Santo Sigillo dedicato allo Spirito Santo.
    A quei tempi, il C0nvento era abitato da otto frati, i quali trovavano il necessario per vivere, sempre attraverso le elemosine dei fedeli.
    La Chiesa fu consacrata l’8 settembre 1678 dall’arcivescovo di Siponto, che a quel tempo era Vincenzo Maria Orsini (divenuto poi papa con il nome di Benedetto XIII).
    Venne chiusa nel 1811, durante il decennio francese, ma fu riaperta nel 1818, dopo il congresso di Vienna. Fu chiusa definitivamente il 1 gennaio 1867, con la devoluzione dei beni ecclesiatici da parte del Regno d’Italia.
    Negli anni successivi, fu praticamente abbandonato ad un destino di progressivo degrado. Il restauro, compiuto dalla Soprintendenza alle Belle Arti di Bari, e risalente al 1979, è rimasto incompiuto.
    Secondo me, questa è una festa che dovrebbe essere rinnovata in tutti i suoi aspetti, partendo però dal restauro del Convento, mai finito. Si dovrebbe organizzare qualche cerimonia per essere celebrata da tutto il paese e non solo da noi ragazzi.

    Nazario Saccia


    “Guardando Rodi dall’estremità della banchina si nota, tra il verde cupo degli alberi, una bianca costruzione: è il convento di Rodi. Questo convento è tra i più antichi della provincia di Foggia, infatti fu fondato nel 1538 dall’arcivescovo Giovanni Maria del Monte. L’iniziativa per la fondazione fu presa dai rodiani più devoti.
    L’edificio sorge a circa un chilometro dal centro di Rodi in posizione elevata e domina il meraviglioso spettacolo della natura che il nostro paese offre nel verde degli alberi e nell’azzurro del mare.




    Dal 1550 al 1600 subì delle trasformazioni: fu costruito il secondo piano con 14 celle che si aggiunsero al refettorio ed alle officine al pian terreno. La chiesa fu titolata allo Spirito Santo.





    Non aveva “pesi di messe, debiti di sorta, entrate perpetue e temporali”.
    Nella prima metà del Settecento, nel convento dimoravano 8 frati, i quali pregavano, lavoravano e chiedevano l’elemosina quotidianamente, secondo il rito cappuccino, bussando alle case dei benefattori.
    Il convento fu chiuso definitivamente nel 1867, ci sono stati recentemente dei restauri dopo un lungo periodo di abbandono da parte dei monaci.
    Il convento era un riferimento importante per la comunità del nostro paese e ogni anno, l’ultimo sabato di Aprile, si celebrava una bella festa.
    Era una grande sagra popolare che riuniva, nelle campagne intorno al convento, tutte le famiglie rodiane come in una vera e propria Pasquetta, si trascorreva tutta la giornata di primavera all’aperto: tante erano le bancarelle, una vera gioia per i bambini.
    La festa iniziava con la celebrazione della messa, seguita dalla benedizione della chiesa, del mare e dei vicini oliveti e agrumeti. Dopodiché la gente poteva ammirare l’interno del convento.
    Scrive Pietro Agostinelli in “Rodi…sull’onda dei ricordi”: «Quando la chiesa era in stato di abbandono, noi ragazzini usavamo quel luogo per le nostre esplorazioni: scendevamo sotto la chiesa per vedere le tombe dei frati. Terminata la visita, verso mezzogiorno le famiglie si riunivano per consumare il pranzo nelle campagne circostanti, all’ombra degli alberi. Tutta la zona si riempiva di voci, canti, balli e canzoni, mentre nell’aria si diffondeva il profumo dei “turcinedde” arrosto».
    Negli ultimi anni, si è continuato a celebrare la festa del Convento, ma in tono minore.
    Non è più stata come prima, o meglio, è stata più una festa sentita dai giovani, ma si è perso il senso di questa sagra. Ora i giovani pensano solo a divertirsi e di famiglie se ne vedono pochissime, le bancarelle non si vedono più e la Messa non sempre si celebra.
    Noi giovani, dopo una lunga organizzazione, ci rechiamo sul convento e ci restiamo tutto il giorno, arrostendo e bevendo. Ma in questa festa, oggi manca il valore religioso. Si dice che quest’anno si cambierà, e tutto tornerà come in quei lontani anni che ho descritto. Spero che queste parole non siano solo semplici promesse, ma qualcosa di innovativo rispetto agli ultimi anni.

    Francesco Papagno


    Io vivo a Rodi Garganico, una cittadina molto bella. Questo paesino è posto sul monte Gargano, chiamato oggi promontorio del Gargano, sulle rive del mare Adriatico.
    Secondo alcuni storici, Rodi prese il suo nome dagli abitanti di Rodi Egeo, invece secondo altri il nome Rodi deriva da “rore” (rugiada).
    Nella prima metà del 1500 il paese contava 1.500 “anime”, il suo territorio era pieno di vigne e agrumeti che resero gli abitanti ricchi per l'esportazione con Venezia. Anche gli Schiavoni, cioè le popolazioni della Dalmazia, venivano qui e caricavano vini, arance, limoni.
    Nel 1767 Rodi contava 3.608 abitanti.
    Aveva un convento francescano posto a 4 miglia dalla città di Vico e ad un miglio da Rodi.
    Chi donò il terreno per farlo costruire fu una famiglia di Ischitella, gli Stinelli.
    La chiesa annessa al Convento aveva intorno delle alte mura e all'interno un orto, non si celebravano messe per tutto l'anno perchè gli abitanti preferivano farle celebrare nelle chiese più antiche del paese.
    Noi giovani ci rechiamo al convento per festeggiare l’ultimo sabato di aprile.
    Si celebra la messa, che non sempre viene ascoltata da tutti, poi andiamo sul prato e ci divertiamo a cantare, giocare e mangiare. Quando cala il sole andiamo via. Prima invece tutte le persone andavano in chiesa, i frati facevano visitare il convento, c'era una processione con il SS.mo Sacramento, si sparavano i fuochi artificiali e verso l'ora di pranzo si mangiava e si scherzava.
    Il pomeriggio si celebrava un’altra messa, arrivavano i pellegrini dagli altri paesi e poi si andava a casa. E’ bello sapere che quest’anno si tornerà alla tradizione di prima. Sarebbe bello riacquistare soprattutto il senso di religiosità che aveva questa festa.


    Cristina Antonelli







    L'articolo è stato pubblicato sul quotidiano "L'Attacco" del 26 asprile 2008. Gli autori sono studenti dell’Istituto Superiore "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico (Laboratorio storico a cura della prof.ssa Teresa M. Rauzino)

     

     

     

     


    April 20

    E' il nuovo cd del gruppo “Tarantella del Gargano”

    Sbarca sul web “E llarjulà”

     

    di TERESA MARIA RAUZINO

     

     

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    «Siamo i diavoli alle chitarre; quelli svegli fino al mattino. Siamo "gli angeli che ballano intorno"; la musica che nasce nei paesi. Siamo l'eco delle piazze. Siamo i ragazzi con cui hai suonato a Scapoli, le ragazze che hai baciato a Carpino. Siamo la gioia che hai vissuto a Melpignano, le birre che hai bevuto a Bergolo. Siamo quelli che amano "questa donna", che hanno costruito giardini con "ori fini e acqua sorgentiva". Siamo quelli a cui da piccola hai rubato il cuore, quelli che non ti hanno mai detto una "parola a mmale". Siamo quelli che se non ti volevano bene non sarebbero venuti a cantarti. Siamo i cinque che con lo zoppo Fraccacchione sono andati a rubare le pere. Siamo gli "amanti ritornati", quelli per cui suonano le campane. Siamo le due zitelle che ballano. Siamo quelli mozzicati dalla Taranta. Siamo la “Tarantella del Gargano”.

    Si presentano così, nel loro spazio web   www.myspace.com/capitannemo, rivendicando fortemente e orgogliosamente la loro identità (Sime de Monte e tenime la chepa toste! ), i componenti del gruppo di musica popolare “Tarantella del Gargano”.

    Sono Matteo Rignanese alias capitan Nemo (canto e chitarra);  Pinuccio Ciliberti detto a cavaripa (canto). Ci sono anche “quei pazzi dei Sud Folk”: Angela Bisceglia (voce). Bernardo Bisceglia (mandola e voce); Peppe di Iasio (chitarra a basso e voce);  Michele Cotugno (chitarra battente);  Domenico Prencipe (chitarra acustica); Michelino Bisceglia (tammorra); Ilaria Rignanese (ballerina); Valeria Totaro (ballerina); Veronica Granatiero (ballerina); Michele Sacco (ballerino).

    Sul sito è possibile ascoltare (e scaricare free) 4 brani (“Tarantella di Monte”, “L’aria dli Muntanere”, “Montanara li Strusce”, “Aprile e nun Aprile”) tratti da “e llarjulà”, un cd di nuova uscita del gruppo.

     

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    Interessante, nei post del blog, un intervento del leader Matteo Rignanese che, utilizzando il nick name Kudos, spiega ai blogger che “La Tarantella del Gargano non esiste”:

    «Fino a qualche tempo fa ero fermamente convinto dell’esistenza di questo brano magico la cui scrittura si perde nel tempo (andate a dare un occhio al "Cantico dei Cantici"). La mia certezza derivava dall’aver ascoltato di persona la sua esecuzione, dall’ averne interpretato i versi nelle occasioni più disparate, dall’aver comprato almeno una decina di dischi in cui è stato inciso con interpretazioni  che vanno dal folk al  jazz, passando per  la musica sperimentale e chi più ne ha più ne metta. Per capirci sto parlando del brano in cui un giovanotto si interroga su "come fare per amare questa donna" e gli viene in mente di costruire un giardino.

    Da bravo Garganico sono fiero ed orgoglioso che un brano così ipnotico ed affascinante rappresenti la mia terra e quindi anche me. Il punto è che questo brano non si chiama "Tarantella del Gargano", e sul Gargano di tarantella non ce n’è soltanto una. La "Tarantella suonata alla Montanara" (ovvero "così come si suona a Monte Sant’Angelo) successivamente intitolata "alla Montanara" o più semplicemente "Montanara", e sempre più spesso chiamata "tarantella del Gargano"  è uno dei tre stili di tarantella della città di Carpino; un modo di suonare, la decisione di un musicista di "interpretare"  la tarantella  su cui  tessere i propri versi (una volta improvvisati, oggi rigorosamente fedeli a quanto tramandato dal passato). Su questo stilema esistono innumerevoli versi, alcuni strutturati in canzone vera e propria (di cui la più famosa appunto quella della bella figliola e del giardino), altri estemporanei,  tutti strutturati in endecasillabi.

    Così come pure di Stili si tratta quando si parla delle altre Tarantelle suonate a Carpino: La Viestesana (Vieste), particolarissima per una digressione dalla tonalità maggiore a quella minore che avviene improvvisa per 2/4 di battuta; la Rodianella (Rodi Garganico), quanto di più gioioso la musica possa rappresentare. A queste bisogna aggiungere quanto si è conservato negli altri paesi: la tarantella di Sannicandro, li strusce di Monte S. Angelo etc.etc.

    In un contesto così vasto ricco di sfumature è senz’altro fuori luogo parlare di Tarantella del Gargano; al massimo si può parlare di "Tarantelle del Gargano".

    A fare i pignoli poi ci sarebbe da sottolineare che il Gargano con le tarante non ha un granchè a che fare. Quelle che si eseguono e che si continua a tramandare sono delle serenate; a morsi e pizzichi, ragni e tarante (a parte due soli versi della tarantella di Monte Sant’Angelo che fanno riferimento a due ragazze senza marito che il cantore invita a lasciar ballare) non si fa riferimento in nessun verso. Sono tutti versi d’amore, al massimo di sdegno quando non sono canti religiosi.

    Sì son d’accordo con voi che poco importa se "nel blu dipinto di blu" sia conosciuta in tutto il mondo come "volare", la sua bellezza resta immutata. Ma così come non esiste "volare" non esiste la "tarantella del Gargano". Anche se tutti continueranno a chiederci di suonarla, e noi non avremo nessun dubbio su cosa suonare! Forza Monte!».

     

     

    INFO: www.myspace.com/capitannemo

    chicome@hotmail.com

     

    IMMAGINI:  

     

    http://www.slide.com/r/WIsmp2WTtT85cjY6SglNinkv0_KE-YDp?cy=ms&view=large

     

    http://www.slide.com/r/dmuoPCAz3D-ZRbIH3YXSpRetABUcGXUf?cy=ms&view=large

     

    Il Gargano del 1943 in un filmato dell’Istituto LUCE

    Lo “Sperone d’Italia”, documentario turistico di dieci minuti visibile in rete, si rivela una fonte preziosa di informazioni sul recente passato: paesaggio e cultura materiale 

     

    Il Gargano del 1943

    in un filmato dell’Istituto LUCE

     

    di TERESA MARIA RAUZINO

     

     

    Italo De Feo, fondatore dell’Istituto LUCE,  nel lontano 1924, capì che le  immagini in movimento potevano assolvere, come mai era accaduto prima, a fini educativi. Ma le riprese filmate sarebbero state determinanti per la comunicazione di massa di quegli anni.  L’Istituto LUCE assolse anche il compito di promoter turistico: fece conoscere agli Italiani, nei brevi documentari proiettati in tutte le piazze italiane o nell’intervallo dei film in visione nei cinema,   delle zone sconosciute, fuori dagli itinerari soliti delle vacanze.  

    Abbiamo cercato nella banca dati del LUCE postata sul web  qualche documentario sui primordi del turismo sul Gargano. Una ricerca fruttuosa. On line è in visione “Lo Sperone d’Italia”,  un bel promo realizzato nel 1943. Ci restituisce visivamente una dimensione inedita della Montagna del sole nella prima metà del Novecento. visualizzandoci i paesi, il paesaggio ancora “vergine”.  Furono queste visioni “selvagge”, che attrassero artisti di livello internazionale come Alfredo Bortoluzzi e Manlio Guberti, quando vennero per la prima volta,  negli anni Cinquanta, sul Gargano. Furono questi paesaggi naturalistici ed umani che  li convinsero a ritornare, eleggendo Peschici a loro dimora.

    Lo Sperone d'Italia è un breve documentario di 10 minuti e 40 secondi. Fu realizzato nel 1943 dal regista Mario Chiari, in bianco e nero.   Le sequenze iniziali visualizzano una cartina dell'Italia, con focalizzazione sulla Puglia e zoommata sul Promontorio del Gargano. Lo speaker “apre” con voce stentorea: “La carta geografica fa nascere spesso il desiderio di conoscere nuove regioni. Nel caso del Gargano il gusto della scoperta può tentare largamente gli esploratori del proprio paese”.  

    E il proverbiale Sperone d’Italia è  sinonimo di ... terra vergine, evocante suggestioni da paradiso terrestre.  Un eden visualizzato in ampie vedute di secolari argentei uliveti e distese di esotici fichi d'india.  Terra vergine che affonda le sue radici in un humus di fede medievale. “Appaiono  le rovine di San Leonardo di Siponto risalenti al secolo XII, con le primitive antiche sculture. Era un’antica città,  Siponto, oggi scomparsa”.  Le immagini scorrono sulle rovine della chiesa romanica di San Leonardo, sui particolari decorativi interni; sull’antico campanile a vela.

    Ma le pendici del Gargano sono  anche gradoni rocciosi, dalle forme caratteristiche, che si stagliano improvvisi dal piatto Tavoliere. Le inquadrature dall'alto riprendono  mandrie di bovini e un cavalli al pascolo o diretti all' "abbeverata".  Ecco una panoramica  di Monte Sant'Angelo, con gli scorci  più caratteristici dell'abitato, i particolari decorativi dell'architettura di antichi palazzi.

    Perché questa scelta?

    Monte Sant’Angelo è  il  centro più popoloso del Gargano. Sorge, strano a concepirsi, proprio sulla Montagna… sacra.  E’ tipologicamente  il più rappresentativo”. “ Il nostro viaggio - commenta lo speaker - non ci porterà sistematicamente di luogo in luogo, dovunque toni e lineamenti comuni si ritrovano come antiche conoscenze. Guardate la grazia di questi balconcini settecenteschi… 

    Ma l’ indizio sicuro della bellezza di una regione  è la presenza dei monasteri “che chiamano da ogni parte a una sosta di riposo”. Il  tema Gargano sacro viene sviluppato con le vedute di tre storici conventi di San Matteo (San marco in Lamis); San Francesco ( Ischitella) il convento dei Cappuccini (Vico del Gargano). All'interno di un chiostro, la dimensione quotidiana del sacro: un frate legge mentre un giovane lo ascolta, un altro attinge l'acqua dal pozzo, un monaco anziano cammina,  con un breviario fra le mani.

    L’obiettivo ritorna sui vari paesaggi. Strano a dirsi: siamo ancora nella stessa regione, anzi no siamo in una minuscola subregione d’Italia.  “Nei campi fra aria di mare ed aria di monte scaldati dal sole di Puglia, il rigoglio della vegetazione è stupendo –  scandisce lo speaker -  Dal fico d’India che vuole il sole più ardente a un vivaio di pini e di abeti… alla Foresta Umbra! “. Il Bosco Umbra è , il più grande del Gargano. Le zone più folte  giustificano il suo nome: l’ombra qui è davvero impenetrabile. “Una volta questo prepotente avventarsi di alberi si  estendeva dall’altopiano alle rive del mare, perché quasi tutto il Gargano era ricoperto da una immensa foresta digradante”.

    Un bosco produttivo. Le vedute di Umbra si alternano ad immagini del lavoro umano:  alcune donne attendono alla cura di piantine di abeti e di pini in una zona di rimboschimento; due grandi alberi vengono tagliati da un gruppo di boscaioli, nelle radure nel bosco fumano le carbonaie; i tronchi degli alberi tagliati vengono trasportati via, forse sulla ferrovia Decauville nella  segheria di Mandrione; la visione di un piccolo casolare si alterna a quella di due guardie forestali a  cavallo che attraversano il fitto bosco. 

    La macchina da presa segue una carovana di asinelli, che si avvia in campagna  circondata da bambini vocianti. Una mandria di bovini è in marcia lungo la costa dell’ Adriatico. E’ la volta di scorci panoramici sugli ampi agrumeti nelle fertili vallate nel Gargano. Le immagini inquadrano aranci, limoni, pere, olive, pesche, mele, fichi e fichi d'india, grappoli d'uva maturi.

    “Ci eravamo scordati che il Gargano è un paese essenzialmente costiero – continua lo  speaker -  il Lago di Varano, comunicante con il mare, conferisce un inatteso aspetto a questa regione… La visuale lacustre e marina si stempera nell’immagine dei pescatori intenti a preparare le reti, con una zoommata sui pesci sguazzanti sott'acqua. Una diversa luminosità del mare, acqua di un azzurro profondo permeata di sole segnala la presenza del  mare aperto. Appaiono barche e pescatori che stendono le reti sulla spiaggia. Lungo la costa,  le reti a bilancia, formano “tanti appostamenti per i favolosi cefali dell’Adriatico. I pescatori non hanno bisogno di muoversi troppo per fare buona preda”. Spunta il  Trabucco di Monte Pucci: un pescatore osserva il fondale da un albero sporgente sulle reti a bilancia poste sulle scogliere. Appare Peschici, erta sulla Rupe. A 90 metri  emerge il suo Castello,  precipitante  a picco sul mare.  Lo speaker evoca ulteriori suggestioni: “I paesi della costa sono piantati in alto sopra la roccia, visti dal mare, hanno un’apparenza inaccessibile e pittoresca, come antichi castelli.   Accanto ad ogni paese, fra le rocce, si aprono lidi dolcissimi. Dietro sono le pinete… Odori di mare e di resina si confondono nell’aria”.

     

    IL VIDEO "LO SPERONE D'ITALIA" E' OGGI VISIBILE  ANCHE SU YOU TUBE:

    http://www.youtube.com/watch?v=iTfBVA6NfEA

     

     

     

    Una lirica di Piero Giannini per Kàlena

    Ma poi?...

     

     

     

     

    L'abbazia di Kàlena  in una suggestiva immagine di Romano Conversano

     

     

     

    Fantasmi di Benedettini

    in saio guerriero

    vagano senza mèta,

    stanchi e sfiduciati,

    fra le mura di Càlena.

    Dal pozzo alla chiesa senza tetto,

    fino alla porta del mare murata,

    è un processionare continuo di ectoplasmi

    che chiedono vendetta.

    Strano, per uomini devoti e pii,

    ma giusto!

    La loro richiesta è sacrosanta:

    uscire dall'anonimato

    di un'Abbazia lasciata

    alle ortiche e alla sterpaglia,

    per tornare a rifulgere

    di quella gloria antica

    di cui depositari certi

    sono, si sentono e sempre

    si sentiranno,

    contro tutti gli egoismi,

    tutte le storture,

    ogni forma di abbandono

    che oggi invece rappresenta

    la loro culla desolante.

     

    Vive, Càlena,

    solo nel ricordo di chi sa!

    Ma poi?...

     

    Piero Giannini

     

    da Fiori di perla, Ladisa Editore, Bari, 1988.

    L'abbazia di Kàlena  in altre immagini di Romano Conversano


    April 17

    Un commento dopo la visione di un Power Point su abbazia di Kàlena (Peschici-FG)

    KALENA,

    IN ATTESA DI UN RAGGIO

    CHE ILLUMINI LE MENTI

     

     

    Ci è giunto, del tutto inaspettato, da uno dei nostri primissimi utenti registrati su "punto di stella", un power point che abbiamo cominciato a scorrere, prima con il disincantato interesse che ci caratterizza quando si tratta di certi temi che abbiamo sempre ritenuto di competenza non nostra, per svariate motivazioni che sarebbe lungo elencare e qualcuno saprebbe ben contestarci, poi con un senso di nausea via via più crescente.

     

    Lo componevano una trentina di fotografie immerse in un contesto meno deprimente, ma pur sempre parte di un teorema accusatorio, quasi ad addolcire l’amaro di una pillola che incastratasi alla bocca dell’esofago non ce la fa ad andare giù.

     

    A mano a mano che cliccavamo sulla successiva e lo slideshow si proponeva sempre più devastante, abbiamo cominciato ad avvertire il fiato che non riusciva a espellersi dai polmoni e un senso di apnea fastidiosa quanto opprimente che si è diluita solo all’ultima istantanea. In quel momento la squassante espirazione che ci ha liberato dall’ossessiva compressione toracica ha rimbombato nella stanza come mai vulcano abbia potuto fare col gas che precede una eruzione.

     

    La valanga di fango putritudine sgomento disgusto violenza scempio piombata sulle rovine di un “monumento storico” eternato dalle immagini nella sua volgare disumanità è precipitata dentro di noi colmando quel buco allo stomaco prodotto dal precedente svuotamento.

     

    La lava incandescente che ci è colata nelle viscere si è divertita a distillare perle di estenuante congestione provocando ulcere irreversibili. Possibile, ci siamo chiesti, che la visione di tanti particolari messi in evidenza dalla macchina fotografica possano implodere in noi in una forma così lacerante?

     

    Eppure quei ruderi (siamo andati rassicurandoci per tacitare una qual forma di rimorso), quelle fatiscenti rovine le abbiamo quasi quotidianamente davanti agli occhi, ci passiamo vicino, le sfioriamo con lo sguardo rasentandole con l’auto, ma forti di un’abitudine consolidata in cui la memoria non viene più scalfita perché non riceve impulsi diversi se non sempre uguali, sempre gli stessi, senza mai una diversa prospettiva, una differente visione, una alternativa prospettica, un colpo di intonaco, un raschiamento di patina temporale, uno sforbiciare di potatura, un intervento strutturale, un censimento di pietre errabonde, un salvataggio edificatorio; forti, scrivevamo, di tale abitudine consolidata non abbiamo mai colto le tante, infinitesimali eppure macroscopiche - e non sembri un controsenso - sfumature che il power point ci stava proponendo.

     

    Un tetto semisfondato, un altro inesistente, una finestrella semiocclusa da vegetazione spontanea ormai diventata padrona e disfacitrice di una secolare storia, una porta murata, un arco infossato, stemmi di uno spessore di rilevanza inimmaginabile, capitelli che hanno visto ben altri fasti… poi degrado, e abbandono, ovunque: pietre divelte, erbacce invasive, porte insignificanti a testimoniare destinazioni d’uso diversificate e… eternit, perfino eternit!

     

    E ogni pietra, pur consunta e mangiata dall’inquinamento atmosferico, ogni chiave di volta, ogni capitello, ogni arco, ogni crociera, ogni navata, ogni voluta, ogni blasone rosicato dall’incuria, sì del tempo, ma di più dell’uomo, ogni centimetro di quel decadimento, a raccontare la sua storia, le sue avventure, le sue peripezie, le subite angherie, i suoi più viscerali segreti, lo stridente scricchiolio dei pennini degli amanuensi, l’assorbenza inconsistente dei papiri documentali, gli assedi, le bravate orientali, il silenzio degli occupanti, le loro beghe, le sottili invidie e gelosie, i diverbi, gli scontri, le riappacificazioni, i sussurri dei rosari, il mormorio del mare che giunge da sotterranei inesplorati, oggi, un tempo via di fuga e di salvezza, l’obbedienza, le gerarchie, i profumi dei cereali conservati nei magazzini e provenienti dalle sterminate tenute, l’ossequioso e indolente fruscio di sai e tonache, lo scalpiccio dei calzari sulle pietre algide e nude.

     

    Vien voglia, anche al più agnostico degli uomini, di rivolgere gli occhi al cielo e urlare: “Ma ci sei? Li vedi o no i colpi di piccone dell’insipienza umana? Se nessuna delle tue creature riesce a partorire un radicale intervento, perché…”

    Poi gli occhi tornano a terra, sulle fotografie per la verità, e scoprono ulteriori particolari, altri oltraggi, altre insolvenze, altro imbarbarimento. E il cuore si stringe, le coronarie pulsano, le arterie fibrillano e il sangue si rifiuta di fluire.

     

     

    Pleonastico, giunti a questo punto, puntualizzare quale “monumento storico” (millecentotrentasei anni di vita) abbia provocato tanta indignazione.

     

    A chi non l’avesse capito o faccia finta di non capire o non sia autentico garganico suggeriamo un solo, unico nome: Kàlena. E che Qualcuno ci aiuti.

     

     

    Non crediamo ai miracoli, ma quando si è costretti a pensare di affidarci a un evento sovrannaturale, vuol significare proprio che non ce la facciamo più! E ciò che verrà dopo... è nel grembo di Giove.

     

    Piero Giannini

    su Punto di stella 

      

    Il POWER POINT "KALENA, LUOGO DEL CUORE", COMMENTATO DA PIERO GIANNINI, E' SCARICABILE QUI:

    April 15

    Ischitella. Il Crocifisso di Varano

    Una linda chiesina, solitaria nella campagna piena di orti e ulivi, alta sullo specchio luminescente del Lago di Varano, è ciò che resta di Bayranum. Da questa città il lago prese il nome di Varano.

    Ogni tanto qua e là affiorano pietre e ruderi a testimonianza di una vita ormai spenta. Gli storici dicono che la cittadina ebbe discreta importanza nel Medioevo, ma poi lo scorrere del tempo, l'insicurezza dei percorsi e l'inclemenza delle vicende umane ebbero ragione delle ultime casupole sparse sulle rive del lago.

    Alla sua distruzione certamente non furono estranee le frequenti scorrerie dei Saraceni. Intorno alla scomparsa s'addensano cupe leggende. Una di queste pone nella zona l'antica Uria, abitata da gente cattiva e governata da un re dal nome truce come la sua anima, Tauro, più cattivo dei suoi concittadini. La città viveva nei sollazzi e nella violenza. Solo una fanciulla, chiamata Nunzia, si salvava dalla generale disperazione, tutta dedita al lavoro e alla preghiera. Una notte la gentile Nunzia sentì il respiro del lago; era un respiro pauroso, angosciante. L'indomani si vide avvolta da una pace terrificante: le acque del lago si perdevano tranquille all'orizzonte; dell'empia città non era rimasta traccia alcuna. Solo la chiesetta dell'Annunziata si ergeva solitaria come segno di speranza sul piccolo promontorio.

    Della chiesa non si hanno molte notizie. I documenti più antichi risalgono all'inizio del sec. XVI. Ci mostrano una chiesa piccola ma dotata di discrete rendite derivanti da proprietà fondiarie e insignita del titolo abbaziale.

    Già i primi documenti ci fanno conoscere l'esistenza di un Crocifisso miracoloso che viene portato in processione in occasione di pubbliche calamità, e specialmente quando i raccolti sono in pericolo per la siccità o per il gelo. La devozione al Crocifisso nel tempo si consolidò e divenne patrimonio di Ischitella e dei paesi vicini, in particolare di Cagnano e di Carpino.Il 23 aprile 1717 resterà a lungo scolpito nella memoria di quelle popolazioni. Una lunga siccità aveva compromesso definitivamente i raccolti e la paura della fame toglieva alla gente ogni serenità. Si fece una solenne processione del Crocifisso e il 23 aprile una pioggia abbondante fece rinverdire, insieme ai campi, anche le speranze dei contadini. Da allora il miracolo si ripeté più volte: così nel 1899 e nel 1948. Il Crocifisso di Varano è una bella opera databile, secondo gli esperti, tra la seconda metà del sec. XIII e la prima metà del XIV. La sua bellezza ha dato libero corso alla fantasia popolare: qualcuno dice che "è un vero ritratto del Salvatore" "scolpito in epoca assai vicina alla morte del Redentore"; l'autore sarebbe l'evangelista San Luca, protettore dei pittori, a cui le varie tradizioni locali attribuiscono innumerevoli immagini della Madonna. Una leggenda popolare racconta come Gesù, stupito lui stesso per la bellezza dell'opera, sia apparso a San Luca per congratularsi dicendogli "Luca, Luchist, addov' me vidist, che tant bell mi facist?" "Luca, quando mai mi hai visto per avermi ritratto così bene?".

    E' il caso di rilevare come questa espressione popolare sia una implicita citazione del Prologo del Vangelo di San Luca nel quale l'evangelista confessa di non aver mai conosciuto Gesù se non attraverso i documenti.

    Esprime anche l'opinione di molti studiosi i quali rilevano come Luca, attraverso l'esame di documenti e di testimonianze, sia riuscito a dare di Gesù un'immagine viva e dettagliata, quasi pittorica, come se lui stesso fosse stato presente ai momenti salienti della vita del Redentore.La festa che si celebra ogni 23 aprile ha il suo momento più solenne nella processione in cui il Crocifisso viene portato sul vicino poggio dove è allestito un Calvario.

     

    Padre Mario Villani

    " I SANTUARI DEL GARGANO E DELLA "VIA SACRA"

     

     

     

    April 14

    La Madonna di Loreto a Peschici

    Il piccolo santuario, dedicato alla Madonna di Loreto, dista due chilometri da Peschici. Ospita diversi ex voto a forma di barche, remi ed aerei, donati dai pescatori e da numerosi emigranti, trasvolati sani e salvi nelle lontane Americhe.
    Nell'immaginario collettivo, in questa chiesa “si venivano a prendere i bambini”, dono della Madonna.
    Una suggestiva leggenda, tramandata da Michelantonio Fini, è ancora viva nel ricordo popolare. Nel cuore della notte, in vicinanza del “nodo” roccioso di Peschici, un veliero proveniente dalle coste della Dalmazia fu sorpreso da un fortunale. L’acqua, implacabile, sferzava i marinai e i pennoni. Il vento fischiava impetuoso. Ogni speranza di salvezza sembrava perduta. Ma ad un tratto, sulla cima del monte, sospeso tra la terra e il cielo, ecco un guizzo come di stella, una luce sperduta nella pineta. I naufraghi sapevano che in quella direzione vi era una chiesetta solitaria: una Madonnina bella e pietosa, patrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte, vi dimorava. Piangendo, le si prostrarono in ginocchio: ”Salvaci Tu, Stella del mare, salvaci, per pietà!” La preghiera fu prontamente esaudita. Tutti furono salvi, la barca e i marinai. Per ex voto, la chiesetta fu ricostruita, bella e grande come quella barca salvata.
    La festa della “Vergine di Loreto” si è celebrata quest'anno il  31 marzo, primo lunedì successivo alla Pasquetta, con una processione solenne che partita dalla Chiesa Matrice alle ore 9,30 è rientrata alle 22,00 , con una grande fiaccolata. Due le messe celebrate al santuario della Madonna di Loreto, una alle 11 e una alle 18.
    E’ tradizione, nei giorni precedenti la festa, preparare graziosi dolci tipici di origine croata, i "culac",  e soprattutto le "panettelle" e "i canistrille’”, a forma di piccoli cestelli decorati in varie forme per i bambini e le bambine, e rigorosamente con un uovo sodo in mezzo.