Teresa's profileURIATINONPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    October 18

    Belle donne, merletti e tramonti: il successo delle arance di Rodi Garganico

     
    Le scelte che resero irresistibili le réclame delle ditte agrumarie.






    Qualche anno fa, il Consorzio “Gargano Agrumi” ha ottenuto il marchio IGP, oltre che per il limone “Femminello”, anche per “l’Arancia del Gargano” nelle varietà “bionda” e “duretta” tipiche dell’Oasi Agrumaria di Rodi, Vico e Ischitella.

    A convincere la Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati alla stesura del primo disciplinare IGP fu la visione di un dossier che aveva il suo punto di forza nell’album fotografico bilingue (in italiano-inglese): "Rodi Garganico. Splendori di un passato", curato dal prof. Filippo Fiorentino e don Matteo Troiano. Illustrava le pubblicità delle Società Agrumarie operanti a Rodi Garganico nel primo Novecento.

    Da una prima lettura dei manifesti, bigliettini, incarti, presenti nell’album suddetto, si evidenziano i filoni ricorrenti, le scelte iconografiche del prodotto pubblicizzato. I temi preferiti dai creativi delle Società Agrumarie rodiane spaziano a 360 gradi. I più frequenti fanno perno su immagini simboliche (The Fortune si incarna in una bellissima donna discinta, rincorsa dalla Morte e da un cavaliere che travolgono nella loro folle corsa chiunque si trovi sulla loro strada).



    Numerose le locandine a carattere mitico: Il Colosso di Rodi-Atlante regge il mondo; Nettuno-Sirene-Aquila reale sono abbinati a strumenti essenziali per la navigazione come la bussola, il timone e l’ancora.



    Dall’analisi iconografica si desumono informazioni sul periodo storico di realizzazione dei manifesti: fine Ottocento, Belle Époque, Ventennio fascista. Le immagini fanno riferimento alla Regina Margherita; alla Lupa con Romolo e Remo; alle Repubbliche marinare (Pisa, Genova, Amalfi e Venezia); alle sfilate oceanico-coreografiche di Villa Borghese. Quelle interculturali mostrano nazioni solidali (Italia e America impersonate da due floride ragazze in costumi tipici che si stringono una mano, in segno di amicizia, tenendo in pugno saldamente, nell’altra mano, le rispettive bandiere) ed immagini esotiche (la diversità del Giappone con i paesi occidentali è marcata dall’abbigliamento femminile e dai modi dell’abitare).

    I testimonial sono personaggi storici del Nuovo Mondo: Cristoforo Colombo, George Washington, le Indios del Far West.



    Osservando i paesaggi, le figure umane ed i caratteri di scrittura utilizzati dai grafici pubblicitari, cui le ditte rodiane affidarono la creazione dei “logo”, si evincono altre particolarità.

    Le locandine della Società Agrumaria De Felice differiscono dalle altre sia per le visioni paesaggistiche, sia per i caratteri grafici utilizzati. I temi pubblicitari sono riferibili ad un topos paesaggistico-romantico estremamente rarefatti, che supera la contingenza reale. I colori sfumati visualizzano elementi tendenti a creare suggestioni (i tramonti; la luna; la laguna; il porto; scenari di divertissement alto-borghesi con signore e signori elegantemente vestiti secondo la moda Belle Époque, che si divertono a tirare con l’arco, in un paesaggio stilizzato). Si avverte la finalità della Ditta De Felice di assumere una dimensione planetaria, internazionale; la sua tensione (sottesa alle scelte grafiche) di distaccarsi il più possibile dal contesto locale.



    Le pubblicità della Società Agrumaria Vincenzo Russo focalizzano, al contrario, scorci di vita reale, tradizioni popolari sinonimo di genuinità. Esplicito il riferimento alle tipiche attività delle donne del Gargano. Merletti e carte pizzo testimoniano la consuetudine femminile dell’arte del merletto: la sensibilità muliebre si esprime nei ricami del corredo. Si nota la cura nella presentazione del prodotto agrumario, l’attenzione per il lavoro di confezionamento. Riguardo ai caratteri scrittori utilizzati nei testi, l’uso è variegato. Si va dalla scrittura in corsivo al gotico più ricercato, con presenza di elementi decorativi decisamente elaborati.

    Nei manifesti della Società Agrumaria Ciampa & Sons ci sorridono prosperose figure femminili e una venditrice di arance e limoni in abiti d’epoca. Affianco si intravedono cassette di legno di faggio, su cui è impressa la stessa immagine pubblicitaria. I tipi di bellezza muliebre sono riferibili soprattutto alla tradizione garganica, napoletana e siciliana, ma anche a tutte le altre regioni dell’Italia (in un ampio ventaglio appaiono ragazze con i costumi tipici delle varie province).



    Emergono i canoni estetici del tempo, che esprimono il massimo nelle gote colorate e nei seni prorompenti. La simbologia della fecondità è ripresa dalla presenza di arance giganti poste vicino alle donne. Sullo sfondo di una carta-sipario, appare la collina verdeggiante di Rodi Garganico, con gli agrumeti ed frangivento; lungo la spiaggia si nota la presenza dei “baracconi”, gli stabilimenti di lavorazione e di confezionamento delle varie ditte (in primo piano quello con la dicitura Ciampa & Sons). Il porto è caratterizzato dalla presenza di numerosi barconi a vela e di “trabaccoli”.

    In altre locandine campeggiano, con una frase-spot riferibile alla qualità/sicurezza organolettica delle arance rodiane, altre figure-simbolo: un tamburino batte a fatica il suo strumento (Drummerboy hard to beat - dura da battere!); in un manifesto della Società Agrumaria preparato per l’esposizione di Parigi del 1889 una bimba protegge le cassette di agrumi dall’assalto delle mosche, facendo scudo con il suo corpo (There are no flues on me – non ci sono mosche su di me!); un raccoglitore di agrumi in abito tipico (molto simile alla maschera napoletana di Pulcinella) mostra una bella arancia (Good all the year round – buona tutto l’anno!), evidenziando il suo punto di forza: la presenza del prodotto sul mercato mondiale per dodici mesi all’anno. mentre le arance provenienti dalla penisola sorrentina o dalla Sicilia maturano soltanto in determinati periodi.



    Riguardo agli sfondi utilizzati nelle locandine, la Società Ciampa & Sons presenta il Golfo di Napoli con il Vesuvio lumeggiante sullo sfondo. I colori sono forti e appariscenti: rosso, ocra, verde, blu di Prussia, giallo; la Ditta De Felice utilizza colori evanescenti sul grigio azzurro, verde tenue, a simboleggiare una sorta di rarefazione del dato contingente, la mirata proiezione del prodotto agrumario sul mercato planetario. Gli agrumi sono assenti. La pubblicizzazione tende a staccarli dalla banalità utilitaristica del commercio. C’è la ricerca di un target di mercato diverso.

    Gli slogan della Ditta Ciampa & Sons fanno perno su similitudini ovvie come frutta-salute, frutta-abbondanza, ma anche su abbinamenti inediti come frutta-felicità e frutta-pace.

    È ampio l’uso del linguaggio figurato: le figure retoriche spaziano dall’allegoria al paradosso, alla metafora. Alcune richiamano il doppio senso: «The Triump of Neptune» (Il trionfo di Nettuno), indica il primato marittimo dei “trabaccoli” rodiani che trasportano il prodotto agli imbarchi mitteleuropei o alle stazioni ferroviarie dirette a Napoli per l’imbarco sui bastimenti americani; «The Pride of Rodi» (L’orgoglio di Rodi) fa leva sull’ambiguità della donna/arancia; il riferimento ad una delle Sette Meraviglie del mondo antico, il Colosso di Rodi, attesta la duratura potenza commerciale delle Società Agrumarie rodiane («Rodi For Ever». Rodi per sempre).



    Parole chiave dell’economia rodiana, fatte proprie dalla Società Agrumaria Ricucci, sono commercio, navigazione, industria. Sopra il globo terrestre, sovrastato da un’aquila con gli agrumi tra gli artigli, campeggia il cartiglio con la scritta «L’union fait la force».



    Slogan che potrebbero ispirare i grafici del Terzo millennio, con le tecniche della moderna comunicazione visiva, a produrre pubblicità efficaci per il rilancio degli agrumi del Gargano, nel solco della tradizione delle ditte rodiane che lanciarono il loro prodotto nelle fiere di Londra e Parigi....

    TERESA MARIA RAUZINO



    Le immagini sono tratte dall'album fotografico " Rodi Garganico. Splendori di un passato" a cura di don Matteo Troiano, Edizioni Parrocchia San Nicola, Bologna 1999.

    Trovate qui le altre foto:

    http://cid-7c9bab46bdd4dbf9.skydrive.live.com/browse.aspx/Rodi%20Garganico.%20Splendori%20di%20un%20passato%20^5album%20a%20cura%20di%20don%20Matteo%20Troiano^6


    July 08

    Microstorie

    MICROSTORIE LUGLIO 2009

    Autore: webmaster
    Commentare: 28.06.2009 13:56

    Lucien Febre, storico delle «Annales», dettava questi “anomali” consigli agli aspiranti ricercatori:

    «Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. (...). È tutto? No. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d'ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate la gelida vita della principessa addormentata...».


    Di questo insegnamento cercheremo di far tesoro nel proporvi le nostre, speriamo interessanti, MICROSTORIE.

    Buona Lettura!


    ED ECCO A VOI LE "MICROSTORIE" DI LUGLIO 2009:


    LEONARDA CRISETTI: KALENA. UN PO' DI STORIA


    PIERO GIANNINI: SAN GIOVANNI DA MATERA, APOSTOLO DEL SUD ITALIA

    LUCIA LOPRIORE: L'ARISTOCRAZIA EUROPEA IERI E OGGI: I PIGNATELLI

    TERESA MARIA RAUZINO: QUANDO I MICENEI SBARCARONO A PESCHICI...


    CARLO TIBALDESCHI: CHE NE È DELLA SOVRANA PREROGATIVA IN ITALIA?

    ADOLFO ZAMBONI: 1812. IL PASSAGGIO DELLA BERESINA


    PUGLIA IN-DIFESA: KALENA CROLLA!

    A Peschici (FG) l'abbazia di Santa Maria di Kàlena, una delle più antiche d'Italia, sta crollando nell'indifferenza generale. Aiutaci a salvarla!




    Crollo delle travi abside su altare (Foto Domenico Sergio Antonacci)



    FIRMA E FAI FIRMARE LA PETIZIONE ON LINE SALVIAMO KALENA




    PROMO DI GIUSEPPE BRUNO SALVIAMO KALENA PETIZIONE ON LINE


    RASSEGNA STAMPA E APPELLI SU KALENA DOPO IL CROLLO DEL TETTO ABSIDE



    Il TG3 PUGLIA SU KALENA









    FIRMA E FAI FIRMARE LA PETIZIONE ON LINE



    March 17

    E' ON LINE "IL GARGANO NUOVO" FEBBRAIO 2009

     
    E' ON LINE "IL GARGANO NUOVO"  FEBBRAIO 2009
     

     

    Potete scaricarlo cliccando sul logo o su questo link:

    http://files.splinder.com/ef8d7cc96f983560e77acff088501f97.pdf

    BUONA LETTURA!

    La redazione

     

    November 16

    E' on line IL GARGANO NUOVO novembre 2008

    E' on line IL GARGANO NUOVO del mese di novembre 2008

    Per scaricarlo cliccate qui:

    http://files.splinder.com/14b43f275e5ec3915e468511302c2f7e.pdf

    BUONA LETTURA!

    La Redazione

     

    November 14

    DOMENICO SANGILLO: SPAZI DENSI ALLA MOVIOLA DELL'ANIMA

     

    SANGILLO: PITTORE E POETA

     

    Spazi densi alla moviola dell’anima per l’artista rodiano “dal singolare estro”, che ha fatto fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana

      


     

     

    Il Gargano, con i colori della sua naturale tavolozza mediterranea, da sempre è stato un magnetico polo di attrazione per i “maestri del colore” italiani e stranieri. Domenico Sangillo (foto del titolo; ndr), nato a Rodi Garganico il 29 gennaio 1922, fu uno di quelli che decise di andarsene. Ma dalla Capitale, divenuto uno degli artisti più significativi del “tonalismo” romano che faceva capo a Mafai, lanciò l’immagine dello Sperone in tutta Italia.

    E’ sempre il Gargano ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: dopo molti anni vi ritorna, e continua a dipingere finchè ne ha la forza, con fulmineo tocco tonale, suggestivi olii su tela, quasi che l’improvvisa “illuminazione” gli possa sfuggire, come acqua tra le dita aperte. Scaglie di colore, fuso e sovrapposto a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione. E’ soltanto la luce a far questo oppure è l’irrequieta sensibilità di Sangillo che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?

     

     

     

    L’atmosfera soffusa è creata dalla magia del mezzo tono. Eppure il colore trionfa in ogni tela con alternanze di toni ora tenui, ora violenti, sempre vitali.

     

    “I ritmi melodici che formano la vasta sinfonia dei quadri di Sangillo - osserva Milo Corso Malverna - sono come una musica suonata in sordina, un magico coro a bocca chiusa”. Rocce, lago e cielo non hanno bisogno di essere amati, lo sono già da tempo immemorabile...

     

     La sua Terra gli si presenta nella sua essenza ancestrale: “Gargano eterno: Carsico cetaceo, / mistero / dei remoti universi”.

     

    Un ricordo antico lo lega alla sua Terra rocciosa lambita dal grecale: “In cima / al Talero / una casetta vetusta, / dove si accapigliano / i venti di mare, / dove inerti / marciscono / le foglie del castagno, / dove, sbiaditi / dimorano / i miei giuochi / di un tempo”.

     

    Il Gargano assurge a Purgatorio dei vivi: “Reclini / gli ulivi del Mileto: / amorfi fantasmi / dai venti condannati!” .

     

    Ama le atmosfere brumose. Il Varano diventerà il suo rifugio. Qui, gli sarà possibile “addormentarsi e svegliarsi in un capanno, avvertendo il sommesso respiro del lago”: “Gocce di luna / smerlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco dei pescatori / si perde nel gorgo del mistero”.

     

    Lunghe notti passate, nell’attesa del giorno, a osservare il Firmamento: “Cade una stella; / nel tempo della sua scia / si dissolve la mia memoria”.

     

    Una vita segnata da quotidiani incroci tra la vita e la morte: “Due usci contigui: / un fiocco rosa / un drappo nero. // Incontro / di inesausti / viandanti”.

     

    Una sofferenza rinverdita da ricordi che non lasciano varchi: “Lapilli / di ricordi / ardono / nella memoria, / or che / martoriata / cerca / requie”.

     

    Ma il vitalismo dell’artista emerge con forza nella lirica d’amore. Un sentimento che continua a ispirargli “palpiti” profondi:

    “Vorrei spandermi / dentro di te / come acqua / tra le rocce, / lambire / i granelli del tuo mistero; / ma tu / sei / chiarore lunare, / ove scivola / il mio tempo”.

     

    La forza di Sangillo è proprio qui. E continua, ogni giorno, a emozionare i suoi lettori.

     

     

    Teresa Maria Rauzino ( “L’Attacco” - 13 novembre 2008)

     

    CHI E’ DOMENICO SANGILLO

    Fin dalle prime “personali”, Sangillo  viene definito dalla critica un artista “dal singolare estro”, che fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana, in un tenue distacco dalla realtà contingente.

    La suggestione estetica, prodotta dallo spettacolo della natura e dall’eleganza e dalla raffinatezza di un ambiente carico di memorie storiche e di opere d’arte, è chiamata a fare da impareggiabile sfondo alla sua produzione.

    Proprio a Roma vive la stagione più feconda della sua parabola artistica, proponendo le sue tele, oltre che nelle Quadriennali e nelle mostre di rango, nelle rassegne “en plein air” della Montmartre italiana: Via Margutta.

    La “Strada degli artisti”, negli anni della “dolce vita”, diventa due volte all’anno una “parata di arcobaleni”, illuminata a giorno nelle suggestive notti di giugno. Secondo le cronache romane di “Il Tempo”, in quelle tiepide serate “è tutta un fantasmagorico quadro, formicolante umanità a coriandoli, dentro la cornice di tetti che si rincorrono da Trinità dei Monti al Pincio”.

    Sino a notte fonda, uomini e donne di tutte le età e tutti i gusti, anche di nazionalità estera, si incontrano e si scontrano negli apprezzamenti e nelle polemiche davanti ai quadri “che sembrano offrirsi crocifissi e indifesi al supremo giudizio della folla”.

     Sangillo vi afferma il suo stile personalissimo.

    Ed espone nelle più prestigiose gallerie italiane, tra cui la Gussoni di Milano, presentato da Valerio Mariani, noto critico d’arte, titolare della rubrica “La Ronda delle Arti” alla Rai di Roma.

    La mostra vede la presenza costante di Carlo Carrà, che esprime giudizi lusinghieri all’artista, e si intrattiene con lui per interi pomeriggi a parlare dei quadri, affascinato dalla sua vena creativa.

     

     


     Sulla “performance” milanese scriverà una bella recensione Raffaele De Grada, allora in forza alla sede Rai della città lombarda.

    Nell’ultimo ventennio Sangillo ha pubblicato varie sillogi, rivelando un’ispirazione poetica intensa e originale. Le liriche di “Figure e palpiti di vita” (1982), “Sapore del tempo” (1985), “Specchio di antiche lune” (1989), sono confluite nelle sillogi “Segni di un uomo nel tempo” (1991), “Parole e silenzi” (1992), “Sogno e memoria” (1996), “Approdi” (2002), tutte edite da Schena.

     

    E’ stato lo scrittore Giuseppe Cassieri, nella prefazione a “Specchio di antiche lune”, a definire per primo la superiore “essenza” dell’arte e della poesia di Sangillo:

    “Figli della stessa terra, vittime delle medesime inquietudini ambientali, entrambi sedotti dal medesimo paesaggio garganico: il Varano, Santa Barbara, il Taléro. Lui però ha avuto il merito di scommettere tutto nel poco spazio che gli veniva concesso, radicarsi fino all’osso carsico sottostante, alimentare i propri doni creativi di quotidiane ansie, di infinite tenerezze. Se il prezzo pagato in termini di sopravvivenza personale è oggettivamente alto, le Muse in compenso sono state generose con l’artista, rinnovandogli i loro favori a ogni rinascita del giorno. Non solo il poeta del disegno e del colore, che certo è preminente e gli assicura un posto di rilievo nelle correnti figurative del Mezzogiorno, ma anche il poeta in versi. Da leggere, oso suggerire, in lieve abbandono, accostando l’orecchio alle minime crespature del cuore e del lago (il referente elettivo di Sangillo), così come occorre spalancare l’occhio sulle minime vibrazioni dei verdi e degli azzurri in disperata sinergia sulla tela, quanto più tetre si rivelano le corrispondenze umane, e come refrattario, inibito, il senso del mondo. C’è un’immagine - in realtà un bell’ossimoro - che estrarrei dal Canzoniere amoroso e la porrei emblematicamente al centro dell’esperienza lirica che accompagna il nostro autore: ‘Il tuo gelo / mi ustiona’. Ecco: ho l’impressione che turbamenti e aspre veglie, malinconie e rare esultanze, passino di lì”.

     

    tmr ( “L’Attacco” - 13 novembre 2008)

    October 13

    L’incendio di Peschici e altre storie in mostra dall’11 ottobre nel centro garganico

    Forza e paura

    nelle tele sanguigne

    di Lidia Croce

     
    Lidia Croce, di origini canosine, ma senese di adozione, è artista davvero eclettica: oltre a un segno grafico deciso, dipinge oli su tela e scolpisce soggetti a carattere sacro e mitico, con predilezione per la materia bronzea. Specie negli ultimi tempi, le sue grafiche a inchiostro e “sanguigna” non sono altro che un incessante, febbrile e immaginifico studio per realizzare opere ispirate ai topos della Montagna sacra. Il suo sogno è realizzare sculture “en plein air” in luoghi emblematici del Gargano.

    Dopo il Diomede realizzato qualche anno fa a Peschici, Lidia Croce non è riuscita a concretizzare altri “bronzei” sogni. Ma non demorde. La sua vita artistica si svolge tra Siena, Margherita di Savoia e Peschici, suo “luogo dell’anima” preferito. Attualmente è nella cittadina garganica per esporre, da lunedì 13 al 18, in una personale a Palazzo di Città, tre quadri: l’Ecologo (foto del titolo), il Diomede (foto 1 sotto) e una grafica (una “sanguigna”) dedicata a un evento traumatico di cui l’artista è stata diretta testimone: l’incendio del 24 luglio 2007, uno studio per un’eventuale scultura (foto 2-3-4-5-6-7-8-9-10).

    Non essendo il bozzetto tridimensionale, la Croce ha dovuto dispiegare il soggetto in una teoria superficiale larga. Prospettica sì, ma non tridimensionale. Immaginiamo tutto questo in un blocco rotondeggiante e alto in cui tutte le forme presenti si sintetizzino: gli elementi sono la pineta che brucia, le tre vittime, tra cui il fratello e la sorella fusi nell’ultimo abbraccio, una macchina avvolta dal fuoco. Ma ci sono anche volti stilizzati di tante altre persone che fuggono o cercano di scampare alle fiamme crepitanti della pineta.

    Il secondo quadro della stessa scena è il trabucco di San Nicola, clou dell’incendio. Attraverso le maglie della rete del trabucco s’intravede Peschici in rosa, illuminata dal riflesso di fuoco. Queste maglie così dolci, così tortuose, mosse dal vento, sinuose, sono puntellate dai pali infissi nella roccia: una ferita che squarcia il quadro, un’arma obliqua in mezzo a cui si gettano i bagnanti, i turisti in pericolo, per salvarsi nelle acque accoglienti e sicure del mare.

    Il triangolo in basso è tutto occupato, oltre che dai pescatori, dai volti dei naufraghi contratti in spasmodica, ansiosa corsa verso la salvezza (vi sono 60 personaggi, alcuni appena stilizzati). Lo spazio dell’acqua è saturo. Un’auto viene spinta giù, per non finire nel rogo. Al centro del quadro s’intravedono forme indistinte che si intersecano fra di loro per rappresentare il caos della visione di quel drammatico momento: persone che si abbracciano, persone che si spingono, persone in acqua, persone che sorreggono i bambini, li spingono e portano in salvo verso le barche dei pescatori, braccia tese ad accoglierli. Dal promontorio di Peschici s’irradiano linee astratte, ondate che si materializzano nelle barche dei pescatori che giungono a salvare i naufraghi, fanno il pieno e poi tornano indietro. I pescatori diventano metafora di salvezza: la rete del trabucco e le loro reti da pesca si incurvano fino a diventare grandi ali. Ali salvifiche di angeli.

    Il centro del quadro è dominato dalla rete che si proietta in alto, verso Peschici, e diventa quasi un triangolo, una visione astratta. Com’è giusto che sia nell’arte contemporanea.

    Questo bozzetto di Lidia Croce potrebbe diventare una grande tela a olio, olio su tela. Immaginate una grandezza quasi naturale 2x5: 10 metri quadri, come la Francigena, altra sua opera. Oppure una scultura in bronzo a tutto tondo in cui tutte queste figurazioni diventino fluide, fondendosi l’una nell’altra in un discorso unitario. Nello studio preparatorio, per forza di cose, tutto è più piatto, il tutto è rappresentato in un unico momento lineare.

    Cosa c’è di particolare in questo quadro? Le linee, proprio le linee! Tutte le infinite possibilità delle linee geometriche. C’è quella obliqua dei pali del trabucco che affondano dentro l’acqua, c’è la retta astratta che diventa una grande vela, c’è quella a semicerchio, c’è quella fluidissima con tutte le forme possibili. Ci sono le linee che separano i vari quadri. Il triangolo dei pescatori. E’ la varietà delle linee la peculiarità di Lidia Croce che ci ipnotizza di più in questo bozzetto “dedicato ai pescatori di Peschici”.

    Teresa Rauzino


    L’ANALISI CRITICA DI PIERGIACOMO PETRIOLI (Storico dell’arte e docente all’Università di Firenze): “Il gioco e la vitalità dell’esistenza nell’Ecologo di Lidia Croce”

    Può forse la chimica farsi arte? Nell'Ecologo, pittura-progetto per una scultura monumentale dell'artista Lidia Croce, l'apparente antinomia tra formula scientifica ed estetica forma, risulta del tutto risolta, grazie a una invenzione poetica originale che, ripercorrendo le auree tracce rinascimentali dell'identificazione arte-scienza, mostra come (supposte aride) formule chimiche possano trasformarsi in gioiosi elementi decorativi, oggetti di fantasia colorata.

    Il dipinto è costruito su toni d'azzurro e bianco: Da un racemo di spighe, struttura portante della scultura e pure del quadro, si dipartono figure di volti, uccelli, linee-corpi densi di vitale energia; attorno le formule chimiche degli elementi divengono presenze artistiche, in un libero gioco formale, costruzioni simboliche, è vero, ma pure componenti estetici del quadro (e/o scultura).

    Il gioco, la vitalità dell'esistenza, il connubio imprescindibile fra (ancora un elemento rinascimentale!) il microcosmo dell'uomo e il macrocosmo dell'universo, costituiscono il fondamento di questo lavoro della Croce. Quasi un revival neoplatonico, infatti, la figura appare della stessa sostanza delle spighe; oppure esse assumono umane sembianze: l'albero si fa uomo e l'uomo si fa albero, anzi è l'albero stesso; gli elementi del mondo sono - e le formule alla base del dipinto lo spiegano con l'autorità della scienza - i medesimi delle figure, in una dinamica e ininterrotta simbiosi uomo/natura, ch'è il segreto stesso della Vita.

    Il messaggio ecologico alfine si mostra in tale opera con tutta la chiarezza e la forza del linguaggio comune delle immagini, epitome bella e universale di quanto appunto la filosofia, la scienza, la religione cercano di far comprendere, ovvero che l'Universo è Uno e, francescanamente parlando, l'acqua, gli alberi, gli animali sono parte di noi, l'ambiente è la nostra "oikos", la casa in cui viviamo e che sia dunque chiara, pulita e bella come il dipinto dell'artista Lidia Croce.

    100_0260100_0262100_0265

    10_croce



    October 06

    Carpino visto da Francesco Rosso in "Gargano Magico" (1964)

    Le nenie di Carpino

    in “Gargano magico”

    di Francesco Rosso

     

    a cura di Teresa Maria Rauzino

     

    Un selvaggio, bellissimo Gargano emerge dalle note di viaggio di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento: giornalisti, letterati, storici dell’arte. Il gusto della scoperta antropologica si unisce alla descrizione delle bellezze naturali che stupiscono anche «scafati» osservatori
    come Francesco Rosso, «firma» di prima grandezza del quotidiano “La Stampa”.

     I suoi reportage sono vere e proprie inchieste sociali. Nel volume “Gargano magico” (Teca, Torino 1964), Rosso descrive la realtà complessa dello Sperone d’Italia. Un Gargano dalla bellezza intatta,che si sta lentamente spopolando a causa dell’emigrazione.

    Il paese più povero del Gargano è Carpino: mezzo nascosto nella stretta valle tagliata nelle pietrose profondità garganiche, è il risultato di una gara anarchica, un gioco urbanistico che alla fine ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Un miracolo di cui sono stati artefici contadini e muratori analfabeti. Una civiltà del gusto imparata dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, fra montagna, pianura, lago e mare. Rosso sfata un luogo comune su questa comunità, un’ombra nera proiettata su di essa dal romanzo di Roger Vailland “La Loi”, vincitore di un premio Goncourt (e dal quale il regista Jules Dassin trasse anche un film, La legge, interpretato tra gli altri da Yves Montand, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni). «Il romanzo dello scrittore francese - scrive Rosso - ruota attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto la legge. E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici, perché nella sua storia non ci sono tradizioni fosche».

    La chiusa di Francesco Rosso racchiude il «senso della vita» di un paese del Sud senza risorse: Carpino è un paese bellissimo e malinconico. L’esistenza non è gioconda, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole. Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito, in un paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo.

    Riflessioni profonde, che disvelano il senso esistenziale delle suggestive ninne-nanne del vetusto cantore Antonio Piccininno. Scoprono alle radici l’identità e la vera essenza del ricco patrimonio musicale del Gargano, portato oggi all’attenzione nazionale dal Carpino Folk Festival.

     

    Ecco il testo integrale di Francesco Rosso:

     

    «Quando, finita la sconvolta discesa di Cagnano, si aggredisce il rettilineo lanciato attraverso la vasta pianura, l'occhio è attento solo all'asfalto che sfila sotto le ruote e, ingannato dall'uniforme piattezza che nasconde persino il lago, trascura Carpino, alto sul pinnacolo di una collina, mezzo nascosto dal movimentato scenario della stretta valle tagliata come una ferita nelle pietrose profondità garganiche.

    Carpino è la risultante di una gara tra fantasie anarchiche, un gioco urbanistico realizzato senza regole che alla fine, benché ciò non rientrasse nelle previsioni, ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Veduto dalla strada statale, sembra una bizzarra costruzione cubista eretta da bambini fantasiosi con dadi variamente colorati. Si potrebbe pensare ad un villaggio di nani, costruito sulla loro misura; eppure gli uomini che lavorano nei campi sono di taglia atletica, nerboruti, bisognosi di spazio anche quando crollano per il riposo.

    Infatti, di mano in mano che si sale il colle in cima al quale è arroccato il paese, le prospettive di Carpino si definiscono. Il cilindro giallo che si vedeva in lontananza è il breve torrione di un castello ora trasformato in caravanserraglio per non so quanti nuclei familiari, i cubi azzurri, gialli, bianchi sono case tutte quadrate e uguali, con terrazze, balconi, altane a livelli diseguali che si rincorrono in aeree scalinate verso il cielo.

    Le strette viuzze sembrano fenditure d'ombra nella gaiezza policroma delle abitazioni e ci si arrampica con le capre camminando sotto cascate di gerani che traboccano dalle terrazze, dai davanzali di aeree finestre raggentilite da cornici di lineare eleganza, da panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto. Quale immaginoso architetto ha elaborato le improvvise scenografie delle ardite scalinate, le quinte policrome di case disposte con capricciosa asimmetria per limitare la vastità del paesaggio spalancato sulla valle, chiudere nel cerchio di raccolta intimità il villaggio battuto dai venti garganici?

    Contadini analfabeti, e muratori altrettanto analfabeti furono gli ignari artefici del miracolo urbanistico; le cornici essenziali che chiudono le finestre, le porte ad arco sulle facciate disadorne, l'aggetto dei terrazzi su povere case, rivelano una civiltà del gusto certo non imparata a scuola, ma

    dall'armonia del paesaggio in cui questa gente vive, svariante fra montagna, pianura, lago e mare. E sono ancora contadini analfabeti ad ornare con festose ghirlande di gialle pannocchie, di peperoni scarlatti, disposte con inconscio gusto della decorazione, le facciate delle case esposte al sole, a chiudere con dorati fondali di granturco i vani terminali di stradette aperte sulla vallata.

    Carpino gode immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l'intero Gargano. Il signor Roger Vailland, quando, venne in vacanza da queste parti, raccolse come autentiche ed attualissime antiche vicende sepolte da secoli. Gli uomini che siedono al rezzo sulla quadrata piazzetta dominata dalla chiesa, limitata e definita come un palcoscenico su cui la domenica sì recita la piccola sagra delle modeste vanità locali, sono diversissimi da quelli che lo scrittore francese ha abbozzato nel romanzo « La legge », divulgato poi dal film omonimo.

    Nelle ore che precedono il tramonto, quando l'aria estenuata dalla calura sfiora con le prime folate fresche i tetti delle case, i carpinesi si riuniscono in piazza, quelli che non lavorano, s'intende, perché gli altri tornano dai campi a notte piena. Il campionario è completo, tutte le classi sociali del paese sono rappresentate. C'è il ricco possidente, ma senza la iattanza del feudatario; c'è il  professionista, ma senza la boria del colto fra gli analfabeti; c'è il maresciallo dei carabinieri, ma non la intimidatrice autorevolezza dell'autorità costituita; c'è il manovale povero e analfabeta, ma senza la falsa umiltà del debole angariato.                    

    Formano una comunità ben definita, non afflitta da stridenti ingiustizie sociali. Anche il ricco, quando vi indicano          le sue proprietà, risulta un ben povero nababbo; i suoi poderi sono distese di pietra su cui si affannano le capre in cerca di pascolo. Però, il signor Vailland era determinato a scrivere un romanzo ad effetto sull'Italia Meridionale, e poiché altri filoni erano già troppo sfruttati, si rivolse al Gargano, ancora poco noto alle platee avide di sensazioni forti.

    Un vecchio feudatario sensuale, cinico, sterminatore di vergini, spietato sfruttatore di plebi sottomesse gli andava bene per un romanzo a tinte fosche impostato sulle differenze sociali nell'Italia Meridionale. Non si può negare che condizioni simili esistano nel Sud non nel Gargano, dove il ricco autentico non esiste. Sovente la ricchezza è più stracciona della povertà, per cui è difficile distinguere l'aristocratico dal manovale. Eppure, nel romanzo dello scrittore francese non c'è un personaggio pulito; prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto « La legge ».

                E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull'Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici proprio perché nella sua storia non ci sono tradizione fosche. La gente è pacifica, di indole mite, forse un po' pigra, aliena dalla violenza e dal delitto. Sono uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d'india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini a mettere le mani su piccole cose che non gli appartengono; capre, giumente, muli sorpresi liberi nel pascolo. Dopo averli conosciuti, si comprende che sarebbero generosi, ospitali, se lo potessero. Non potendo offrire altro, diventano amici di chi li avvicina, persino fastidiosi nelle manifestazioni di eccessiva cordialità non sempre disinteressata.

    Bellissimo e scenografico, Carpino è forse il villaggio più povero del Gargano, con poca terra da coltivare, assai lontano, nella pianura sconfinante col lago di Varano, con greggi di capre sparse a brucare la scarsa erba sui petrosi pascoli della montagna. Se gli uomini fossero nati inclini alla violenza, nessuno se ne sarebbe stupito; l'ambiente e le condizioni in cui vivono li avrebbero giustificati.

    Invece, come tutti i garganici, sono duri solo in apparenza, subito sciolti con coloro che cercano di comprenderli.

    Giocano ancora alla « Legge »? Sì, giocano ancora, ma non nei modi con cui li ha descritti Roger Vailland. Si riuniscono in cinque o sei nell'osteria, ordinano alcune bottiglie di vino, o di birra, ed incominciano a puntare con le dita, chiusi in un cerchio di complicità impenetrabile. Si direbbe

    che congiurino, e giocano soltanto una specie di morra per eleggere il capo, colui che detterà legge. Egli ha il diritto insindacabile di far bere il vino, o la birra a chi vuole lui, mentre tutti gli altri pagano.

    Una sola seduta mi convinse che « la legge » è un gioco noioso per chi, come me, non sa penetrare nell'atmosfera di mistero che i giocatori creano, senza comprendere che quel gioco può essere, per alcuni, l'occasione di bevute gargantuesche quasi gratuite. Inoltre, c'è il piacere della beffa, il sorriso agro degli esclusi, la gioia di risate irrefrenabili quando qualcuno si ribella alla « legge ». E’ un gioco molto diffuso nel Meridione, chiamato talvolta passatella, talvolta tocco, talvolta legge.

    Un tempo, chi era eletto capo della piccola assemblea di bevitori, aveva il diritto di offrire il bicchiere a chi voleva, ma anche di processarlo dicendogli tutto ciò che pensava di lui, di sua moglie, dei suoi figli, delle sue sorelle, salvato dall'immunità che gli derivava dalla sua condizione di capo. Accuse di furto, adulterio, violenza carnale, pecoraggine erano pronunciate a mezza voce nel fumoso stanzone dell'osteria: cadevano come macigni sull'accusato cui il vino ricevuto dono si trasformava in fiele. Ma nessuno osava ribellarsi, quella era la legge.

    Ciò accadeva un secolo addietro, anche i più anziani ne ricordano le movimentate notti invernali trascorse nel gioco della « legge », trasformatosi ora in modesto antagonismo bibitorio. Sempre più raramente, distratti da altri intere (il cinema, la televisione, una certa facilità di amoreggi con le ragazze), si seggono attorno al tavolo, eleggono il capo e attendono la designazione col pomo d'adamo che gli guizza sotto la pelle del collo, tutti in succhio nella speranza di bere quasi gratuitamente alcuni bicchieri di vino.

    La sera quando gli uomini tornano dal lavoro nei campi, il palcoscenico della piazzetta si anima d'improvviso. Seduti sui bassi scranni, gli anziani che hanno trascorso le ore in silenzio, cacciando con pigre mani la molestia aggressiva delle mosche, si risvegliano dal letargo per commentare la vita di tutti coloro che sfilano sotto i loro occhi distratti, uomini di pelle scura, conciata e arrostita dal sole, gli sguardi allucinati dal lungo riverbero luminoso, la schiena stroncata dalla fatica della mietitura.

    Nelle ore torride della canicola Carpino sembra un paese ubbriaco di luce, un paese stordito dalla vampa, reazioni con le viuzze deserte e la piazza devastata dal spietato. Sono le ore che preferisco in questo fantasioso villaggio, mi eccita il pensiero di camminare sul sonno della gente abbandonata alla siesta, fra le galline che chiocciolano razzolando fra la spazzatura della strada, fra gli asini legati al muro e con le frange inerti a sfiorare il suolo.

    Tutto è immobile nella luce arroventata, il silenzio è profondissimo, il ronzìo delle mosche instancabili rimbomba con fragore. Da un'altana, dal terrazzo di uno scoglio, l'occhio ha tutto l'orizzonte per sé, domina la dilagante pianura gonfia di umori caldi. Dal torrioncino di pietra gialla del castello, su cui sventola l'afflitto pavese di povera biancheria intima stesa ad asciugare, il lago di Varano appare come sommerso dalla cateratta di luce che crolla dal cielo sterile.

    L'acqua si stempera in tonalità grigio-azzurre, diversificandosi dall'Adriatico non per il sottile istmo di sabbia gialla ma per il variare dei colori; verde fondo il mare, grigio spento il lago.

    Tra i campi gialli di stoppie, le cicale si eccitano stridendo con frenesia monotona, ubbriache di sole. Splendono i pomidoro come vampe nell'aria infuocata; sulle pale immense dei fichi d'india, un freddo metallico che non dà ristoro all'occhio abbacinato, gonfiano i frutti spinosi, grossi, polposi, dolcissimi.

    Folgorato dal sole, Carpino attende il brivido delle prime ombre serali per ridestarsi; allora il

    «Caffè Vittoria» e la piazza incominciano a popolarsi per i quotidiani, pigri pettegolezzi, cui il cantilenante dialetto toglie ogni asprezza.

    Dopo tanto sole, non si ha più l'energia necessaria alla cattiveria autentica; gli antagonismi, le avversioni, si esauriscono in placata maldicenza, tutti hanno coscienza di essere simili agli altri nei difetti e nelle qualità, di condividere un destino poco benevolo che tutti eguaglia.

    Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell'ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L'esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole.

    Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all'esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all'uomo.

     

     

    Il testo è tratto da “Gargano magico” di Francesco Rosso (Teca, Torino 1964, pp.45-50).

     

     

    SCHEDA SU FRANCESCO ROSSSO

    Francesco Rosso arrivò al giornalismo attraverso gli studi letterari, ma anzichè dedicarsi a quelle particolari forme di reportage genericamente definite “da voyageur”, cioè riferendo impressioni e sensazioni di derivazione intellettualistica, si era specializzato nelle inchieste sociali.

    Inviato speciale del quotidiano torinese « La Stampa », aveva viaggiato in quasi tutti i continenti. Visitò paese per paese tutto il continente africano, dal litorale mediterraneo all'oceano immenso in cui si annullano Madagascar e Zanzibar, riferendo i fermenti delle popolazioni negre avviate alla difficile indipendenza o ancora afflitte dal colonialismo, come le Rodesie, il Sudafrica e Mozambico. Da Cuba, dove seguì gli sviluppi della rivoluzione castrista, egli visitò tutti i paesi del Centro e Sud America scossi da sanguinose rivolte, come la Colombia, o inquieti per i fermenti populisti come il Brasile e l'Argentina, il Cile, il Perù, il Paraguay. In Asia, attraverso l'India e il Pakistan, indagò sul problema delle masse enormi di uomini afflitti dalla fame. Nel Medio Oriente sempre agitato da rivoluzioni, assistette alla sommossa culminata nel regicidio di Bagdad, alle esplosioni dei contadini persiani, ai tumulti di Damasco, Gerusalemme, Ankara. La sua inclinazione a studiare l'uomo nel suo ambiente lo indusse, in “Gargano magico”, a indagare la realtà socio-culturale dello Sperone d’Italia.

     

     francesco_rossocopertina Gargano magico di Francesco Rosso, editrice Teca Torino, 1964CARPINO__in_una_foto_di_Gargano_Magico_di_Francesco_Rossocarpino in gargano magico di francesco rosso 1carpino in gargano magico di francesco rosso 10carpino in gargano magico di francesco rosso 11carpino in gargano magico di francesco rosso 12carpino in gargano magico di francesco rosso 2carpino in gargano magico di francesco rosso 3carpino in gargano magico di francesco rosso 6carpino in gargano magico di francesco rosso 7carpino in gargano magico di francesco rosso 8carpino in gargano magico di francesco rosso 9carpino in gargano magico di francesco rosso5

     

     

     

     

    September 23

    Alcuni scatti della giornata "rotariana"(interclub Manfredonia e Gargano) alla scoperta di Rodi con il trenino della Garganica

    P1020710P1020714P1020716P1020725P1020752P1020765
     
     
    L'arrivo a Rodi in treno da San Severo, con alcuni scorci del paesaggio garganico visti dal treno, foto di gruppo nel centro storico di Rodi, foto ricordo dei due presidenti, l'ingegner Saverio de Girolamo (Rotary Club Manfredonia) e la dottoressa Maria Rosa Zagaria (Rotary Club Gargano).
     
     
     
     
    September 17

    ALLA SCOPERTA DI RODI … CON IL TRENINO DELLA GARGANICA

    ROTARY CLUB DI MANFREDONIA ALLA SCOPERTA DI RODI … CON IL TRENINO DELLA GARGANICA
     
     

     processione Sacro Quadro RodiRodi 1rodi 2

     

    Domenica 14 settembre, una delegazione della sezione del Rotary Club di Manfredonia, guidata dal dr. Sabino Sinesi,  è giunta a Rodi Garganico con il “mitico” trenino delle Ferrovie del Gargano. Ad accogliere il gruppo la dr.ssa Maria Rosaria Zagaria, presidente della sezione del Rotary Club Gargano. Un arrivo salutato da una pioggia leggera, la prima dopo tre mesi di siccità. Il percorso “alla scoperta di Rodi” è iniziato con una visita al costruendo porto turistico, le cui caratteristiche sono state illustrate da un promoter della “Remax Acquachiara” che ha descritto il plastico del porto di Rodi postato nel gazebo della Cidonio SPA, rispondendo poi alle domande e curiosità dei rotariani. I posti barca saranno 360, su una superficie di 90mila metri quadri; circa 29mila mq lo specchio d’acqua del porto. La profondità del bacino di ormeggio andrà da un minimo di tre metri e mezzo a un massimo di 4 metri e mezzo, per consentire l’accesso alle imbarcazioni sia a vela che a motore di lunghezza compresa tra gli 8 e 25 metri (con qualche unità di 40 metri). Sulla piazzola di banchina è prevista la realizzazione di una area attrezzata dove saranno ubicati, oltre ad un eliporto, bar, ristoranti, locali commerciali, negozi, officine, servizi igienici, uffici; infine, la torre di controllo e, naturalmente, il distributore-carburanti. Una parte della superficie dell’area sarà destinata al rimessaggio e riparazione delle imbarcazioni.

    Il porto turistico è ormai in avanzato stato di costruzione: l’inaugurazione è prevista nel mese di maggio 2009. Sarà titolato a «Maria SS.ma della Libera», nome della Patrona di Rodi Garganico, che conserva nel suo Dna la vocazione per il mare e per l’arte della marineria. La prima richiesta per la costruzione di un moderno porto a Rodi risale al 1908: l´amministrazione comunale cercò, fin da allora, di dotare la città di un porto a servizio dei traffici commerciali.

    Dopo questa rapida ricognizione delle potenzialità del futuro porto, il gruppo dei rotariani ha proseguito la visita guidata, recandosi dal centro della cittadina garganica fino al santuario della Madonna della Libera, dove  la sottoscritta (guida turistica decisamente improvvisata!) ha tracciato un rapido excursus sulla storia della città. Più per leggenda che per fonti storiche, si fa risalire la fondazione di Rodi all’VIII secolo a.C, ad opera di un gruppo di marinai greci, i "Rodii Argivi". Certamente fu città romana. Gli abitanti sono molto devoti alla Madonna della Libera il cui Santuario ha un'origine suggestiva: si narra che nel 1453 una delle navi veneziane provenienti dall’Oriente, e che trasportava le sacre Icone salvate dalla distruzione turca, si “bloccò” al largo di Rodi. La nave, inspiegabilmente, non riusciva a riprendere la navigazione. Salito in paese per chiedere se ci fossero correnti contrarie alla navigazione, per ben due volte il capitano vide una delle icone della Madonna, prelevate a Costantinopoli e trasportate sulla sua nave, reggersi miracolosamente su un macigno. Solo dopo averla donata ai rodiani, poté riprendere il viaggio. Nel luogo in cui il quadro si era posato, adiacente alla preesistente cappella di Santa Lucia, fu edificato il primo nucleo del santuario mariano.

    Venuta dal mare, la Madonna accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane dei traffici sul mare. Il santuario reca sul frontale la dicitura: «A devozione dei naviganti». Rodi Garganico, rinomata per la sua marineria, allacciò fiorenti traffici con la vicina Dalmazia, con il resto del Mediterraneo e perfino con l’Oriente. Esportava vini, arance, limoni ed olio. La storia della Madonna della Libera è da inserire nel contesto della storia marinara della città e del suo fiorente commercio agrumario. La costruzione del santuario fu portata a termine con le offerte dei rodiani, purtroppo nulle negli anni delle terribili “gelate”, che negli inverni del 1891 e del 1895 fecero svanire il sogno di ricchezza di molte famiglie. In queste occasioni, la Vergine della Libera veniva portata in processione dal suo Santuario fino al Belvedere, nella speranza che la neve non gelasse le delicate zagare in fiore.

    Nel Santuario sono raccolte numerose tavolette votive, con scene di naufragi. Quando i trabaccoli carichi di agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia, i superstiti si recavano a sciogliere voti alla Madonna della Libera. Molti rodiani abbandonarono gli agrumeti,  distrutti da frequenti gelate, e lasciarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, concentrando le loro speranze di riscatto economico nelle Americhe, e precisamente nel New Yersey, a Hoboken, un’area suburbana di New York. Hoboken diventò la seconda patria di questa gente di mare che si portava dentro il ricordo della Madonna della Libera e continuò a festeggiarla oltremare ogni 2 luglio.

    Dopo questa “full immersion” nella storia del culto della sacra Icona, il rettore del santuario, don Michele Carrassi salutando i rotariani, si è soffermato sul significato della denominazione data al santuario della Madonna della Libera. Il gruppo ha ammirato quindi il sacro Quadro; dietro l’altare del santuario è presente, oltre al “Sacro sasso”, anche una perfetta copia dell’Icona, utilizzata durante le processioni per evitare il deterioramento dell’originale che, dopo l’ultimo restauro della Soprintendenza di Bari, custodito nella teca monumentale della cripta.

    Dopo la visita al Santuario, il percorso è proseguito nelle suggestive viuzze del centro storico, dove sono collocate le principali emergenze architettoniche di Rodi Garganico.

    L’itinerario ha toccato il primo convento francescano (oggi chiesa di San Pietro e Paolo, quasi sempre chiusa al pubblico); il Belvedere, dove si affaccia la cinta muraria con quel che resta del Castello dei Cavaniglia, fino alla torre d’angolo dello Spuntone.

    Delle torri d’avvistamento presenti a Rodi Garganico, quella dello Spuntone è la struttura più recente, probabilmente costruita nel 1535 da Pietro di Toledo, viceré di Napoli, per difendere il centro abitato dagli attacchi dei Turchi. Da questa torre si potevano vedere quelle di Monte Pucci e di S. Menaio, mentre dal lato opposto si guardava a vista la Torre di Calarossa, nei pressi di Torre Mileto.

    Scendendo dal Castello e risalendo i ripidi e stretti scalini dei vicoli del caratteristico quartiere marinaro del Vuccolo, di probabile origine longobarda (dove un tempo sorgeva la chiesetta di san Michele Arcangelo oggi non più esistente), i Rotariani si sono soffermati ad ammirare, oltre ai monumentali comignoli, la Chiesa del Crocifisso, un edificio chiuso al culto dopo il terremoto del 1995, e da circa un anno transennato per un ormai imminente restauro. 

    La passeggiata è proseguita fino all’Hotel Piccolo Paradiso, nel cuore dell’oasi Agrumaria di Rodi, dove c’è stato un conviviale tra il gruppo di soci del Rotary Club Manfredonia e quello del Gargano.  Alle 16,30 di nuovo in carrozza, sul trenino della Garganica, alla volta di San Severo, per proseguire poi in auto fino a Manfredonia.

    Una bella iniziativa, utile senz’altro alla promozione del territorio e alla conoscenza dei  beni culturali di questo angolo di Paradiso, da parte di chi vive nella parte opposta del Gargano. I Rotary Club del Gargano e di Capitanata, fra le varie iniziative, l’anno scorso hanno promosso a Peschici un convegno sugli incendi boschivi, donando un automezzo antincendio alle “Giacche Verdi” di Vico del Gargano. 

    Il Rotary ha al suo attivo numerose iniziative a livello nazionale ed internazionale che i soci svolgono gratuitamente o autofinanziandosi. E’ partner, insieme all'Organizzazione Mondiale della Sanità, all'Unicef e al CDC, della “Global Polio Eradication Initiative” (Eradicazione Globale della Poliomielite). La Puglia, con tutti i suoi Club, è compresa nel Distretto 2120 insieme alla Basilicata.  L'Italia fa parte della Zona 12 (divisa in 10 Distretti con a capo altrettanti Governatori) che include anche Albania, Malta e San Marino.

    Per quanto riguarda il “Treno del Gargano”, ricordiamo ai nostri lettori che esso verrà presto istituzionalizzato nei pacchetti di offerta turistica del Promontorio. Porterà i passeggeri interessati a nuovi percorsi “culturali” da Foggia a Rodi Garganico e  Peschici. Il treno, con carrozze moderne e climatizzate, sosterà nelle stazioni delle cittadine costiere mentre i turisti verranno accompagnati in visite guidate ai centri storici e ai principali monumenti del territorio. Tra i beni del patrimonio della civiltà marinara da ammirare, un trabucco, antico strumento di pesca che stava lentamente scomparendo sulle coste garganiche, ripristinato e rilanciato dall’associazione “I trabucchi del Gargano” presieduta da Pina Cutolo.

    Per il viaggio inaugurale del “Treno del Gargano”, promosso da Marialuisa d’Ippolito,  capodelegazione FAI del capoluogo foggiano,  la partenza è fissata al 21 settembre, con il seguente programma: ore 9: partenza “Stazione di Foggia” - ore 10.30: arrivo “Stazione di Rodi Garganico”, visita guidata del centro storico, degustazione di prodotti tipici - ore 14: partenza per Peschici - ore 14.30: arrivo “Stazione di Peschici”, Concerto di musica folk del Gargano, visita guidata a centro storico e Trabucco - ore 18: partenza per Foggia - ore 21: arrivo “Stazione di Foggia”.

     

    Teresa Rauzino

     

    DSCN0025DSCN0003DSCN0006DSCN0008DSCN0010DSCN0017DSCN0018DSCN0024DSCN0026DSCN0027DSCN0028DSCN0033DSCN0038DSCN0040

     

    September 11

    News su abbazia di Kàlena

    Subject: 8 settembre 2008. Due reportage dall'abbazia di Kàlena (Peschici-FG), nell'unico giorno in cui è aperta al pubblico per la festa di Santa Maria delle Grazie
     

    PUGLIA IN/DIFESA ultimissime dalla stampa:


    TERESA RAUZINO,
    L'Abbazia prigioniera. Kàlena, un anno dopo

    DOMENICO MARTINO: Càlena, un altro anno passato invano
     
     
     
    Foto (14)Foto (1)Foto (11)Foto (12)Foto (15)Foto (2)Foto (3)Foto (4)Foto (9)
     
     
     
     
     
    August 25

    ESPROPRIAMO KALENA

    Appello del Centro Studi “Martella” di Peschici al ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, per chiedere l’esproprio immediato dell’Abazia Benedettina di Kàlena (872 d.C.)

     

    KALENA

    UNA COLPEVOLE RIMOZIONE

     L’abbazia di Santa Maria di Kàlena, in agro di Peschici (Fg) è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico in suo “affido”. Ma è anche lo specchio di una colpevole dimenticanza della Soprintendenza ai beni culturali e architettonici della Puglia, Ente preposto alla tutela dell’ abbazia stessa. Infatti, nonostante dal 1997 l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sia molto forte su Kàlena, l’Ente di tutela non ha mai imposto (effettivamente e non soltanto sulla carta) ai proprietari le opportune misure di “conservazione” previste dalla normativa sui beni culturali.

    Eppure il Ministero ha invitato da tempo la Soprintendenza a muoversi in questo senso. Il 23 aprile 2003 il soprintendente Giammarco Jacobitti rispondeva con questa nota rassicurante al Ministero che lo sollecitava ad applicare la normativa della legge 490/99 per l’abbazia di Kàlena: “Questo Ufficio, con nota n. 23673 del 23.09.2003, invitava i proprietari a contattare il funzionario tecnico di zona (allora era l’arch. Nunzio Tomaiuoli; ndr) per concordare la data del sopralluogo e le modalità di presentazione degli atti progettuali. A seguito di sopralluogo congiunto, i proprietari si sono impegnati a predisporre atti progettuali volti alla realizzazione delle seguenti opere:

    a) risanamento delle creste murarie della chiesa e del recinto del complesso e successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio;
    b) consolidamento e restauro della copertura lignea della campata absidale;
    c) impermeabilizzazione degli estradossi delle navate laterali;
    d) ricomposizione e bloccaggio degli elementi lapidei dell’ambito sommatale della vela campanaria e posa in opera di massetto protettivo in cocciopesto di colore grigio;
    e) rifacimento dei canali di gronda e dei discendenti pluviali (in rame) sul prospetto laterale (lato cortile) della chiesa e dell’edificio adibito ad abitazione dei proprietari;
    f) interventi di stilatura dei giunti dei conci lapidei lungo le sconnessioni della tessitura muraria;
    g) bonifica dei vani della primitiva chiesa.

    A riguardo, il soprintendente Jacobitti faceva presente al Ministero che i proprietari di Kàlena erano prossimi a trasmettere al suo Ufficio il progetto delle misure conservative del bene, concludendo con questa secca nota: “Qualora i suddetti Proprietari disattenderanno agli impegni assunti, questo Ufficio procederà immediatamente ai sensi degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99”.

    Iacobitti quantificava il preventivo di spesa dell’intervento da realizzarsi a Kàlena: il costo del restauro dell’intero complesso poteva attestarsi presumibilmente intorno a un milione e mezzo di euro; riguardo poi alla sua funzionalità, la spesa (non inferiore a 750mila euro) poteva variare a seconda della tipologia funzionale che si intendeva conferirgli (museo, struttura di accoglienza, o altro).

    Il 19 maggio 2003 il Ministero per i beni e le Attività culturali, Direzione Generale per i beni Architettonici ed il Paesaggio (Serv. III, Prot. N. 17790) rispondeva così al Soprintendente di Bari:
    «E’ pervenuta a questa D.G. la nota prot. 7384 del 23 aprile 2003 con la quale la S.V., secondo quanto richiesto, riferisce nel merito dell’effettivo interesse e stato di conservazione dell’immobile nonché sugli interventi di restauro, e relativi costi, necessari a restituire funzionalità al bene medesimo. Non potendo questo Ministero, allo stato attuale, sopperire direttamente alle necessità di restauro e rifunzionalizzazione dell’immobile si ritiene di poter pienamente condividere quanto concordato tra la S.V. ed i proprietari del complesso.

    «A tale proposito si rammenta che, secondo quanto stabilito dall’art. 41 del D.Lgs 490/99 comma 1: “Lo Stato ha facoltà di concorrere nella spesa sostenuta dal proprietario del bene culturale per l’esecuzione degli interventi di restauro per un ammontare non superiore alla metà della stessa”. Sarà dunque facoltà della S.V., valutata la qualità del restauro effettuato dal proprietario, concedere allo stesso un contributo pari anche al 50 percento della spesa sostenuta». La nota ministeriale era firmata dal responsabile del procedimento, architetto Maria Maddalena Scoccianti, e dal Direttore generale, architetto Roberto Cecchi.

    In questi anni la Soprintendenza di Bari si è completamente dimenticata di Kàlena… Ha completamente rimosso la sua dichiarazione d’intenti di procedere all’applicazione degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99. Gli interventi di recupero ormai inderogabili per la sopravvivenza del monumento non sono mai stati imposti alla proprietà che andava obbligata dal 2003, come da normativa, all’esecuzione delle opere necessarie alla reintegrazione del bene culturale. In caso di inottemperanza, il Ministero era tenuto direttamente, d’ufficio, ad attuarlo, notificando le spese all’obbligato. Non lo ha mai fatto perché la Sovrintendenza non ha mai dato seguito alla sua nota del 2003.

    I principi richiamati nella nota Jacobitti al Ministero sono stati riconfermati dall’attuale normativa, vigente dal 2004: il codice Urbani sui “beni culturali e sul paesaggio” mette sempre in primo piano la conservazione dell’integrità dei beni sottoposti a tutela, la loro valorizzazione ed il rispetto dell’interesse pubblico generale. L’articolo 95 del Codice Urbani prevede l’estrema ratio: se c’è un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica di monumento, esso può essere espropriato direttamente dal Ministero per causa di pubblica utilità. Lo stesso provvedimento può essere adottato dalla Regione Puglia.

    Perché la Soprintendenza in tutti questi anni non ha mai dato un reale seguito all’invito ministeriale di portare avanti la questione del restauro di Kàlena? Perché ha ignorato la legge vigente, impedendo al Ministero di procedere nelle misure del restauro coatto e dell’esproprio? Perché non ha proceduto con celerità al progetto che avrebbe permesso di utilizzare i 500mila euro stanziati dal ministro Rutelli e azzerati nell’attuale finanziaria perché l’opera non è stata ancora cantierizzata?

    Crediamo sia giunta l’ora che la normativa dell’esproprio venga finalmente applicata anche per Kàlena, visto che la Legge è stata disattesa da anni e il Consiglio Comunale di Peschici ha deliberato di procedere all’esproprio per pubblica utilità sin dal lontano 2005. Deliberato mai attuato. Con l’aggravante della perdita di un vecchio finanziamento (del Ministero dell'Economia) di 350mila euro.

    Chiediamo al ministro Bondi di adoperarsi per l’esproprio immediato dell’abbazia di Peschici.

    Kàlena non può aspettare oltre. Sta davvero crollando!

    prof.ssa Teresa Maria Rauzino
    presidente Centro Studi MARTELLA di Peschici
     
     


    N.B: - Lo stesso testo, con qualche leggera variante, è stato inoltrato al presidente della regione Puglia Nichi Vendola

    August 09

    L’OASI NATURALISTICO- ARCHEOLOGICA “LA SALATA” VIESTE

    III Appuntamento della kermesse delle Edizioni del Rosone:

    "IL GARGANO TRA NATURA E CULTURA"

     

     

     

    VISITA GUIDATA ALL’OASI NATURALISTICO- ARCHEOLOGICA“LA SALATA” DI VIESTE, FAMOSA IN TUTTO IL MONDO, MA NON QUI DA NOI 

     la salata

    Proseguono gli incontri organizzati nell'ambito della manifestazione del Rosone "Il Gargano tra natura e cultura". Ieri 8 agosto 2008, un gruppo di escursionisti guidato da Carmen Ranalli dell'agenzia Sinergie,   ha partecipato alla  visita guidata all'oasi naturalistico-archeologica “La Salata”, un antichissimo sito archeologico recuperato nel 1997dai volontari del WWF di Vieste.

    foto gruppo

    Costituito da oltre 300 tombe scavate interamente nella roccia, in grotte naturali, il complesso cimiteriale paleocristiano del III-IV sec. d.C., è costituito da tombe terragne, parietali, ad arcosolio e da un unico e raro esempio di tomba a baldacchino. Ma la sua bellezza non è solo di natura archeologica. La necropoli, che si estende su un'area di 6000 mq, è immersa in un suggestivo scenario naturale fatto di macchia mediterranea e due sorgenti carsiche, all'interno delle quali vivono indisturbate tartarughe, anguille e rane.

    Qualche anno fa il programma GEO&GEO le dedicò una puntata, approfondendo il fenomeno del carsismo presente nel sito; l’anno scorso anche “Linea Blu” si occupò dell’Oasi di Vieste. La celebre guida “Lonely Planet”, nell’edizione 2008, ha inserito “La Salata” tra i posti più affascinanti da visitare.

     

    Il sito attualmente è affidato al Santuario S. Maria di Merino ed è uno dei pochi del Gargano organizzato per le visite guidate, grazie alle guide volontarie dell’Agenzia “Sinergie”, agenzia di Guide Ufficiali del Parco Nazionale del Gargano.

     

    «Durante il periodo scolastico – ci spiega la responsabile del settore Comunicazione e Visite guidate, Dott.ssa Francesca Toto – sono molte le scuole e le Università che vengono a visitare “La Salata”. Per le scuole organizziamo attività di educazione ambientale molto specifiche e mirate non solo alla conoscenza ambientale ma anche e soprattutto all’educare i ragazzi a vivere e lavorare in gruppo».

     

    La visita non necessita di prenotazione, ha una durata di 40 min. circa e non presenta alcuna difficoltà; ad accompagnarvi sarà una guida di “Sinergie” che troverete direttamente all'ingresso dell'Oasi nei seguenti giorni ed orari:

     

    GIUGNO: Lunedì, Mercoledì, Venerdì ore 17,30 e 18,15.

     

    LUGLIO E AGOSTO: Dal Lunedì al Venerdì ore 17,30 e 18, 15.

     

    SETTEMBRE: Lunedì, Mercoledì, Venerdì ore 16,00 e 16,45.

     

    DA OTTOBRE A MAGGIO: visite solo su richiesta e per minimo 8 persone

     

     

     

    COME ARRIVARCI

     

    La Necropoli è situata sulla litoranea Vieste- Peschici (S.P. n° 52) al km 7,3 accanto all'Hotel - Villaggio Il Gabbiano". Appena giunti nei pressi del villaggio Baia dei Lombardi, parcheggiare e proseguire a piedi lungo la stradina che conduce all'Hotel Gabbiano Beach.

     

    L'ingresso dell'Oasi è adiacente al cancello dell'Hotel Gabbiano.

     

    Per la visita è previsto un contributo per la manutenzione dell'Oasi di euro  4,00 a persona con gratuità per ragazzi fino a 12 anni.

     

     

     

    Per informazioni: Agenzia SINERGIE  0884-706635; 338-8406215.

     ALBUM FOTOGRAFICO REALIZZATO DA TERRY RAUZINO DURANTE LA VISITA GUIDATA ALL'OASI "LA SALATA":

    clicca sulla prima foto:

     

     terry alla salata

     

     

    ITINERARIO DELL'ARCHEOLOGO

    Le necropoli di Vieste sono complessi cimiteriali ubicati lontano dai centri abitati in ipogei (grotte), databili al III-IV secolo del periodo paleocristiano. I loculi, scavati nella roccia, non hanno un ordine prestabilito: sono sparse sia sul pavimento (tombe terragne) che sulle pareti (tombe parietali) o tipizzati da arcosoli, che sovrastano uno o più loculi.

     

    Gli ipogei erano preceduti da dromos, stretti corridoi di accesso, non sempre ricavati nella roccia, ma spesso costruiti con pali e rami intrecciati, che avevano forse lo scopo di impedire ai curiosi di guardarvi con facilità o di penetrarvi all'improvviso.

     

    E' probabile che gli stessi ipogei fossero utilizzati dagli uomini nella preistoria come dimore o come ricovero per gli animali.

     

    Le necropoli della Salata e della Salatella sono ubicate entrambe su un'area estesa circa 6000 mq., a nord-ovest, sul costone, nei pressi del complesso turistico del Gabbiano Beach. Nella parte alta sono situate quelle della Salatella e comprendono due ipogei intercomunicanti. Il primo a sinistra, suddiviso in due ambienti e quello a destra, caratterizzato da una tomba a baldacchino. Poco distante e quasi alla stessa, altezza vi è un altro ipogeo molto più piccolo e con pochi loculi. Lungo il sentiero che porta al mare si incontra ancora una piccola grotta, in cui si intravede solo un arcosolio e a circa 1O metri un complesso maggiore, formato da due ambienti intercomunicanti, a cui si accedeva per mezzo di un uscio posto nella parte opposta. Il primo è parzialmente crollato e l'altro molto più in basso presenta un pilastro al centro con numerose tombe.

     

    LA SALATA

     

    Il complesso cimiteriale maggiore e più spettacolare è quello della Salata, posto di fronte al mare e, reso più appartato da un ruscello proveniente da una grotta naturale, sulle cui pareti sono scavate alcune tombe. Si sviluppa su un grottone con una falesia alta circa 30 metri. In quella centrale  i loculi, di diverse dimensioni, sono sparsi ovunque, anche negli anfratti più recessi e a notevoli altezze. Quelli piccoli dovevano accogliere le ceneri dei deceduti cremati. Sulla parete sinistra si notano alcuni arcosoli contornati da tombe in bell'ordine, mentre su quella di destra sono ubicati due complessi sovrapposti. In ognuno di essi si notano in modo ordinato arcosoli, tombe terragne e parietali. A quello superiore si accede per mezzo di una stretta scalinata ricavata nella roccia stessa. Le sepolture cristiane, a differenza di quelle daunie con ricco corredo e cadavere posto in posizione fetale, si presentavano povere (solo lucerne votive con simboli cristiani) e con cadavere in posizione distesa. Le tombe, tutte studiate durante le passate campagne archeologi che, erano sigillate con lastre di terracotta, a modo delle catacombe romane. Gli archeologi hanno definito questa necropoli come la più maestosa e suggestiva, nel suo genere, dell'intero bacino Mediterraneo. E' la più antica testimonianza dell'arrivo del Cristianesimo sul Gargano. Durante la diffusione del Cristianesimo non si hanno notizie di persecuzioni né a Vieste né sull'intero Gargano: si deve ipotizzare che la nuova religione venne tollerata dai fautori del paganesimo. La nuova religione, infatti, penetra anche se non rapidamente, in tutti i paesi della fascia costiera e nei centri di maggior traffico commerciale, sparsi sulle maggiori vie di comunicazione e in quelle che conducono a Roma. Il paganesimo prosperò fino a tutto il V secolo. "La Salata" oltre ad avere l'importanza archeologica descritta, presenta notevoli caratteristiche anche sotto l'aspetto geologico, botanico e faunistico. AlI'intero dell'area, infatti, scorrono due ruscelli di origine carsica.

     

    Essi, in realtà, rappresentano la parte terminale di un lungo percorso sotterraneo delle acque meteoriche che dopo essere state inghiottite in superficie, attraversano un territorio ipogeo caratterizzato soprattutto da formazioni calcaree con resti fossili di nummuliti, fino a defluire a mare. Lungo la costa del Gargano da Lesina a Mattinata si contano oltre 200 sorgenti di questo tipo. Alcune affioranti altre sottomarine. La sorgente che affiora da una grotta de "La Salata" presenta acque purissime anche se con un rilevante grado di salinità. In queste acque si sono preservate, miracolosamente, alcune specie faunistiche, qui relegate dall'antico sistema di zone umide costiere, oggi quasi del tutto scomparso. E' presente la rana, la tartaruga d'acqua e la biscia d'acqua. Anche l'ittiofauna è validamente rappresentata da anguille e cefali che qui vengono a deporre le uova. Tra le specie ornitiche maggiormente osservate si deve menzionare il barbagianni, il colombaccio, la ghiandaia marina, la ballerina bianca, oltre a diverse specie di uccelli di macchia. Tra i pipistrelli è presente la nottola. La vegetazione è quella tipica della macchia mediterranea, ricca e profumata, e nella zona palustre oltre a cardi giganteschi troviamo una rarissima colonia di crescione d'acqua.

     

    L'ITINERARIO ARCHEOLOGICO SULL'IPOGEO "LA  SALATA " E' TRATTO DA:

    http://www.vieste.it/itinerario_archeologo.htm

    http://www.vieste.it/itinerario_archeologo2.htm 

     

    August 05

    ll ruolo delle comunità e della società civile nella salvaguardia e nella valorizzazione sostenibile del patrimonio immateriale per la trasmissione e valorizzazione sostenibile dei beni immateriali

     

    Carpino e il suo folk PDF Stampa E-mail
    Autore Francesco Mastropaolo    (Gazzetta del mezzogiorno)
    articolo on line su  http://www.newsgargano.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1542&Itemid=9

     

    Carpino - «ll ruolo delle comunità e della società civile nella salvaguardia e nella valorizzazione sostenibile del patrimonio immateriale per la trasmissione e valorizzazione sostenibile dei beni immateriali»: è questo l’interessante e impegnativo tema della tavola rotonda che si svolgerà il 4 agosto prossimo a Carpino, organizzata dall’Associazione culturale “Carpino folk festival” e dal Comitato nazionale per la promozione del patrimonio immateriale.

    Image 

     

    Una giornata, spiegano gli organizzatori dell’attesa manifestazione, di riflessione sul patrimonio culturale immateriale, per un impegno concreto e quotidiano delle Comunità e della società civile nella tutela dei diritti culturali e nella protezione, trasmissione e valorizzazione sostenibile dei beni immateriali. Il Carpino Folk Festival, i Cantori che lo hanno ispirato e l’intera cultura legata all’etno-folk garganico meritano di rientrare nel patrimonio immateriale. Il programma prevede come relatori: Rocco Manzo (sindaco di Carpino), Michele Ortore (presidente dell’Associazione culturale Carpino folk festival), Stefania Massari (soprintendente, direttore dell’Istituto Centrale per la Demo-etno-antropologia, Museo delle Arti e Tradizioni popolari, Roma), Ruggero Martines (Soprintendente, direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia), Emilia De Simoni (Istituto Centrale per la Demo-etno-antropologia, Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, Roma), Tana de Zulueta, (già presidente della Commissione Cultura dell’Assemblea Parlamentare Euromediterranea, membro del Comitato per la Promozione e Protezione dei Diritti umani), Patrizia Resta (Università di Foggia, Cattedra di Antropologia), Antonietta Caccia, (presidente dell’Associazione Circolo della Zampogna), Giuseppe Michele Gala (Presidente dell’Associazione Taranta, membro del Comitato per la valorizzazione delle Tradizioni, Direttore didattico dei laboratori del Carpino folk festival), Giuseppe Torre (coordinatore del Comitato per la Promozione del patrimonio immateriale). Fin qui gli interventi programmati per la mattina. Nel pomeriggio, si discuterà di «Come coinvolgere le comunità nel processo di salvaguardia e gestione attiva del patrimonio immateriale»; «Come valorizzare in modo sostenibile il patrimonio immateriale»; «Quali beni tutelare e come». Dopo il dibattito, è prevista la presentazione dei risultati dei tre gruppi di lavoro, con la messa a punto dell’agenda delle prossime azioni del movimento per la protezione e valorizzazione del patrimonio immateriale. La partecipazione ai gruppi di lavoro è aperta a tutti, singoli ed associazioni, anche attraverso i Forum del “Comitato per la promozione del patrimonio immateriale”, dell’”Associazione Carpino folkfestival ” e della web community “Pizzicata”. Moderatore dell’appuntamento sarà Barbara Terenzi, consigliere scientifico della Fondazione “Basso sezione internazionale e Coordinatore del Comitato per la Promozione e protezione dei diritti umani.

     

     

     

     

     

     

     

    Foggia, ‘tuteliamo la storia di Capitanata’ Il presidente della Provincia Pepe (05/08/2008)


    “La valorizzazione del patrimonio immateriale della Capitanata può rivelarsi uno straordinario strumento di efficace promozione del territorio. Tutelare e difendere radici e cultura significa non soltanto rendere omaggio alla storia secolare della nostra provincia, ma anche tentare di realizzare concretamente un’azione di destagionalizzazione dell’offerta turistica”. Così Antonio Pepe, presidente della Provincia di Foggia, intervenendo questa mattina alla tavola rotonda organizzata dall’associazione ‘Carpino Folk Festival’ ed inserita all’interno delle iniziative del ‘Five Festival Sud System’, il circuito che mette in rete i cinque maggiori festival della Capitanata. Accompagnato dall’assessore provinciale al Turismo Nicola Vascello, Pepe ha sottolineato come, in una società sempre più globalizzata, sia più che mai necessario “lavorare per una seria promozione del patrimonio di ricchezze storico-culturali come tradizioni religiose e sociali, canti, danze, abilità artigianali; che rappresentano una diversità culturale ma anche una straordinaria testimonianza della nostra storia e della nostra civiltà”. Confrontandosi con gli operatori del settore, il presidente della Provincia ha sollecitato un impegno sinergico per “la realizzazione di luoghi dove le memorie della nostra terra possano essere studiate e presentate in modo da divenire motore di una nuova forma di turismo”.


    da quotidianopuglia.it

    July 22

    Il Gargano tra natura e cultura

    Il Gargano tra natura e cultura

    23 luglio-20 Agosto 2008 Rodi Garganico

     

     invito 1invito 2

     

    Dal 23 luglio al 20 agosto si svolgerà una «kermesse della cultura» anche a Rodi Garganico. Le location sono varie: il Convento dello Spirito Santo;  l’Auditorium "Filippo Fiorentino"(presso I.S.I.S.S. "Mauro Del Giudice", via Altomare 10);  il Centro Visite (in via Varano); l’Hotel 2Villa Americana, a Rodi Garganico, ma anche la necropoli paleocristiana “La Salata”, nei pressi di Vieste.

    Il tema, sempre lo stesso: «Il Gargano tra natura e cultura». Una full immersion nelle atmosfere del Gargano che predispongono al meglio a seguire appuntamenti con la letteratura, l'arte, la storia.

    Quella della cultura sul Gargano é una felice intuizione, incoraggiata dal successo delle edizioni precedenti e che vede come organizzatori le “Edizioni del Rosone”, il Centro Rodiano di Cultura “Uriatinon”, l’assessorato alla cultura del Comune di Rodi Garganico. La manifestazione di quest'anno ha ottenuto anche il patrocinio dell'Amministrazione provinciale di Foggia, dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico.

    Un appuntamento, quello rodiano, atteso dai residenti ma anche dai numerosi turisti che amano arricchire il loro soggiorno con un «bagno» di cultura. Un momento di incontro tra critici, autori e lettori che anche quest'anno si propone come «manifestazione», avendo allungato il periodo del suo svolgimento ben oltre la consueta “Settimana della cultura”, con una coda fino ad agosto.

    Ecco gli appuntamenti dell'edizione 2008:

     

     

    PROGRAMMA

    IL GARGANO TRA NATURA E CULTURA

     

    MERCOLEDÌ  23 LUGLIO

    ore 19,30 - Convento dello Spirito Santo, Rodi G.co

    Inaugurazione della Manifestazione 2008 “Il Gargano tra natura e cultura

    ore 20.00

    Piero Giannini presenta “ Chiesa e religiosità popolare a Peschici” a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci.

     

    GIOVEDÌ 25 LUGLIO

    ore 20.30 - Auditorium F.Fiorentino, ISISS “M. Del Giudice”, Rodi G.co

    Antonio de Grandis presenta. il volume “Alfredo Petrucci. Le lettere, il Gargano, lo scrittore” di Francesco Giuliani con introduzione dì Benito  Mundi

     

    LUNEDÌ  4 AGOSTO

    ore 20.30 - Centro visita, Rodi Garganico

    Santa Picazio presenta il volume “Schiapparo. Racconti della spiaggia senza nome di Emilio Panizio.

    VENERDÌ  8 AGOSTO

    ore 17.00 - Ritrovo edicola passaggio a livello, lungomare Rodi G.co

    Escursione guidala: Necropoli paleocristiana La Salata .

     

     

    MARTEDÌ 12 AGOSTO

    ore 21.15 - Hotel "Villa Americana", Rodi G.co

    Presentazione del volume “La fantasiosa” di  Maria Antonia Ferrante

     

    MERCOLEDÌ  20 AGOSTO

    ore 19.30 Auditorium F Fiorentino, ISISS “M. Del Giudice” , Rodi G.co

     

    Tavola rotonda:“Sistema Turistico del Gargano e prospettive di sviluppo”.

     

    Interverranno:

     

    Antonio de Grandis (Dirigente Istituto Superiore “Mauro del Giudice”)

     

    Antonio Pepe (Presidente Amministrazione Provinciale)

     

    Carmine D’Anelli (Sindaco Comune di Rodi Garganico)

     

    Nicola Vascello (Assessore al Turismo Provincia di Foggia)

    Antonio Gelormini  (Manager Turismo)

    Michele Saccia (Presidente del Consorzio degli Operatori Turistici del Gargano)

    Altri interventi programmati.

    Conduce Pietro Saggese (Presidente Centro di Cultura “Uriatinon

    June 26

    Artisti innamorati del Gargano

    LA LUCE MERIDIANA DI ROMANO CONVERSANO

     

    di Teresa Rauzino

     

     Romano Conversano

     

    La realtà non è mai tutta bianca o tutta nera. E' ricca di colori. Di sfumature azzurrate di Oceano e di Mare. Mare Mediterraneo in luce meridiana. Questo, forse, il 'punto di vista' del segno e del colore di Romano Conversano. E' l'Italia del Sud ad attrarlo. Un ricordo atavico, una necessità del sangue, di un DNA istriano fatto di bora e di vento, di altane a picco sul mare. Contro le nebbie padane. Vi scende di corsa, tormentato dall'idea che l'improvvisa illuminazione gli possa sfuggire. Come acqua tra le dita aperte. Come acqua nelle cretacee rocce carsiche.  

    In un mattino d'estate, Peschici gli presenta, in piena luce, il suo fulgente bianco candeggiato, il suo lustro di rocce, il suo cielo satinato. Immersi nel mare di puro smeraldo. Immersi nella loro calda solarità. Rocce, mare e cielo appaiono ai suoi occhi. Non hanno bisogno di essere amati. Lo sono da tempo immemorabile ... e diventano luogo della memoria, varco inevitabile del tunnel oscuro della vita. E' il lontano 1957. Il mare, gli scogli, la pineta, la vegetazione aggrovigliata e lucente gli appaiono il luogo congeniale dove fermarsi, dove poter costruire, quadro dopo quadro, il suo racconto vitale.
    Qui crea un atelier. Non in un attico qualsiasi, ma nel Castello federiciano, “antico fortilizio sul ciglio della Rupe precipitante a picco nel mare”. E' il simbolo della Peschici slava, di una terra di frontiera. Ricostruita dagli Schiavoni a inespugnabile baluardo delle Terre vicine contro le scorrerie turche. Diventerà il suo rifugio. A contatto con la natura vera. Un luogo dove è possibile 'riprendere il proprio sé, in una condizione di vitale straniamento. Lontano dal caos metropolitano. Un luogo dove è possibile addormentarsi al roboante frangersi dei 'cavalloni', delle ondate marine sotto le finestre. Per essere svegliato, all'alba chiara, dal rumore cadenzato della risacca... con negli occhi un fulminante fascio di luce, visualizzante incredibili intermittenti colorazioni. Dipingere in mezzo a quella luce, nell'incantesimo di un mare sempre azzurro, fra rocce, pini d'Aleppo e sabbie, diventa un sogno ritrovato ad ogni sorgere del sole...

    Lo scrittore Dino Buzzati resterà ammaliato dalle vibranti 'marine' di Conversano. Dal chiarore accecante delle case mediterranee nella controra. Dai trabucchi. Dal mare di cobalto di Peschici. Sono talmente vivi da infondere il senso del vuoto, delle profondità abissali: 'Scaglie di colore, verdi e azzurri dominanti, fuse e sovrapposte a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione'. 'Ma è soltanto la luce a far questo o è piuttosto una irrequieta sensibilità del pittore che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?'. E' la domanda che Buzzati si pone. La sua ipotesi evoca ulteriori suggestioni: 'Non si muovono solo le acque laggiù, ma si muovono anche le scogliere, tremolano le bianche case nel sole meridiano e non riescono all'immobilità neppure gli alberi, i prati, la pelle delle giovani donne, non parliamo poi degli occhi!'. Una vibratilità tipica di certe intelligenze inquiete, mai paghe, prese dall'ansia febbrile di conoscenza.

    Romano Conversano trasmette immediata forza vitale a chi scopre vicino alla sua sensibilità. Senza preconcetti. Il contatto è vero, mai virtuale, profondamente sincero. Percepisce istintivamente, da un punto di vista inusuale, ansie rimosse, malinconie 'al femminile'. Vissute giorno dopo giorno, storia dopo storia, amore dopo amore, dalle enigmatiche 'donne del mare' stagliate su larghi orizzonti. O immerse in fondali oscuri di bosco. Le ritroviamo proprio qui, nella 'terra di frontiera' adriatica. Attestano, con i loro sguardi sofferti, gli incompresi stati d'animo delle donne di oggi e di sempre. Sdraiate sulla 'sabbia fine' di Peschici, attestano il sottile, antico fascino slavo e mediterraneo. E tutti noi, come il poeta Mario Luzi, restiamo profondamente colpiti da quegli occhi profondissimi di Nereidi. Dal loro penetrante sguardo indagatore. Rivelante, a ciascuno di noi, il suo cuore vero.

     

    ...cinquanta, 1998Bella nel bosco, 1999Donna che esce di scena, 1974Donna del sud, 1989Donna d'oggi, 1978La donna del mare, 1985

     

    June 17

    Carpino folk festival 2008

    Suoni di passi Laboratori didattici del Carpino Folk Festival 

     

    Arrivato alla tredicesima edizione, il festival della musica popolare e delle sue contaminazione, promosso dall'Assessorato al Mediterraneo e dell'Assessorato al Turismo della Regione Puglia, dalla Provincia di Foggia, dal Comune di Carpino, dalla Comunità Montana del Gargano, dal Parco Nazionale del Gargano ed organizzato dall'Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con l'Azienda di Promozione Turistica di Foggia e il GalGargano

     

    PRESENTA

     

    “Suoni di passi” - Laboratori didattici 08

     

    Laboratori: Tradizione, musica popolare, capacità d’improvvisazione, una rosa, 5 corde e una chitarra. Il resto vien da sé. Che sia una serenata sotto casa della propria amata o semplicemente un sonetto a sdegno e di "stramurte" con evidenti traslati erotico-allusivi. È la chitarra battente, antico strumento popolare del Gargano, che torna come ogni anno con il suo ritmo e le sue particolarissime armonie a riproporre la storia, con suoni che rispolverano antichi usi e costumi.

     

    La Chitarra Battente tra filosofia, antropologia e musica. Ma non solo. Coltivano la passione per questo strumento particolare da anni. Da quando erano bambini. Spettatori dei "nonni". Da quando assistevano alle feste di famiglia. La sua musica racconta di atmosfere e vissuti passati. Di quando bastavano una chitarra e quattro amici per rendere un semplice momento, un evento da ricordare. Le dita della mano destra dei suonatori sfregano e colpiscono, rimbombando, il piano armonico creando un effetto armonicopercussivo. Si produce così un suono battente, da cui deriva il nome dello strumento. Ai suonatori di chitarra battente si accompagna la voce del "cantori". E poi i balli. Le tarantelle. Il tutto sulle note di antichi sonetti dedicati all’amore e alla passione. La passione per la musica popolare.

     

    Chi si interessa di musica popolare, sa che la zampogna, assieme alla “chitarra battente”, costituisce lo strumento tipico per eccellenza.

    Quando oggi si ascolta una zampogna viene normale e naturale associarla all'idea del Natale, alle relative vetrine lucicanti oppure all'ipocrita "quanto siamo buoni". Ma c'è dell'altro dietro una zampogna che da millenni accompagna la vita dell'uomo.

     

    Il termine "zampogna" deriva dal latino arcaico sumponia, che riprendeva la parola greca symphònia ed evidenziava il carattere polifonico dello strumento.

    La zampogna, detta anche cornamusa, piva, o in area lucana chiamata i suoni, la sampogne, la zampogne, è un aerofono e fa parte della categoria degli strumenti ad ancia incapsulata.

     

    Questo sacco con le canne, questa capra che suona, come dicono in Calabria, nonostante la sua utilizzazione anche nella musica colta, fu ed è ancora lo strumento principe nella musica popolare di tutta Europa e dell'Italia del Sud. Dalla sicilia e in tutte le zone del sud, tranne che in Puglia, fino a Tivoli e poi misteriosamente scompare. Il suo funzionamento consiste in un sacco di pelle (è una pelle intera di capra o pecora ricavata con una tecnica particolare di scuoiamento) a tenuta ermetica e gonfiato dal suonatore attraverso una canna di legno (insufflatore) munita di una valvola di non ritorno, che fa sì che l'aria sia convogliata nelle canne dello strumento (di legno e molto raramente di canna) dalla pressione del braccio che comprime il sacco.

     

    E poi chitarre francesi, castagnole, tamburelli, flauti e arpe per i laboratori didattici del Carpino Folk Festival 2008 sotto l'ideazione e la direzione artistica del settore didattico-scientifico di Pino Gala.

     

    Da www.carpinofolkfestival.com puoi scaricare Locandina e Modulo di Partecipazione (Ufficio Stampa - Antonio Basile - Associazione Culturale Carpino Folk Festival)

     

    LA TARANTELLA FRA CHITARRE, ARPE E ZAMPOGNE

    Le tarantelle del Gargano e la tarantella figurata in Lucania

    Antropologia della danza e della musica: prof. Pino Gala

    Ogni anno confrontiamo il repertorio etnocoreutico del Gargano con quello di altre zone del centro-sud. Quest’anno la didattica comparativa esporrà le forme più antiche della tarantella di Carpino e di paesi garganici con le tarantelle “figurate” o “comandate” presenti in Lucania. Si tratta di tarantelle che hanno subìto l’influenza della contraddanza francese settecentesca e della quadriglia del periodo napoleonico e romantico, e sono state francesizzate ed elaborate attorno a nuclei coreutici e cinetici che saranno evidenziati.

     

    Il percorso del Laboratorio, dunque, sarà anche un’occasione per ripercorrere le varie fasi evolutive della danza tradizionale del sud: dalle tarantelle sei-settecentesche a quelle tardosettecentesche e ottocentesche. Anche gli strumenti musicali delle tradizioni garganiche e lucane segnalano questa trasformazione, dai flauti e zampogne si è passati alle chitarre battenti e francesi, per giungere nella seconda metà dell’800 al dilagare dell’organetto diatonico.

     

    Come sempre, il Laboratorio di danza si avvale dell’esperienza trentennale di ricercatori, che alterneranno alle lezioni pratiche anche momenti teorici per contestualizzare le danze apprese e spiegare i sistemi di trasmissione e trasformazione delle danze popolari nell’ex Regno di Napoli. Il tutto corredato da materiali didattici (pubblicazioni discografiche e bibliografiche) e da una ricca documentazione video e audio.

    Repertorio: tarantella di Carpino, S. Giovanni Rotondo e Ischitella, valzer fiorato, tarantella del Potentino, passé della valle del Sele.

    Tecnica del ballo: Pino Gala e Tamara Biagi

    Durata totale: 18 ore dal 02 al 05 agosto

     

    La tarantella Battente

    Il percorso didattico continua con la proposizione dei corsi sulle tecniche e gli stili esecutivi della Chitarra Battente e del Tamburello per l'accompagnamento dei canti e delle tarantelle del Gargano e di gran parte del sud Italia.

    A Carpino grazie soprattutto ad Andrea Sacco è stato possibile tramandare le tecniche e gli stili esecutivi dello strumento principe della musica popolare garganica, la chitarra battente.

    Chi ha imparato alla maniera tradizionale a suonare la chitarra battente e a cantare le tarantelle di Carpino, ossia affiancando il più grande suonatore e cantatore del Gargano, trasmetterà le tecniche e gli stili esecutivi della chitarra battente per l'accompagnamento dei canti e delle tarantelle del gargano.

    Repertorio: Montanara, Rodianella e Viestesana.

    Tecnica di suono : Giuseppe Di Mauro (Suonatore dei Cantori di Carpino)

    Durata totale: 12 ore dal 01 al 04 agosto

    L'esecuzione dell'altro strumento magico di tutte le tradizioni del Sud Italia, il tamburello, ci verrà tramandato da chi, oltre agli studi accademici, ha potuto apprendere lo stile musicale direttamente dai depositari della tradizione. I partecipanti potranno così acquisire una conoscenza di base di gran parte dei ritmi e delle tecniche tradizionali del sud Italia (Tarantella del Gargano, Pizziche Salentine, Tarantella di Montemarano, Tarantelle della zona del Pollino e del sud della Calabria) nonché, compatibilmente con il tempo dedicato allo strumento, la capacità di eseguire alcuni di questi brani.

    Repertorio: garganico, salentino, montemaranese, della zona del Pollino e del sud della Calabria

    Tecnica di suono : Antonio Manzo (Suonatore dei Cantori di Carpino)

    Durata totale: 12 ore dal 01 al 04 agosto

    Per informazioni : Associazione Culturale Carpino Folk Festival Via Mazzini, 88 – 71010 Carpino (FG) Tel. 0884 326145 dalle 14:30 alle 19:00

    Tamburello: Antonio Manzo 346/2458058

    Chitarra battente e Danza: Alessandro Sinigagliese 333/1793708 – 347/9012313

     

    Per l’iscrizione compilare e spedire a:

    laboratorididattici@carpinofolkfestival.com il Modulo di Partecipazione.

     

    Non è necessario superare i confini dell’Italia per godere della vista di luoghi dal sapore incontaminato e dalla natura quasi selvaggia.

     

     

     ANTONIO BASILE

     Uff. Stampa Ass. Culturale “Carpino Folk Festival”

    June 16

    una mostra e tantissimi grandi eventi dedicati a Paz

     

     

    Presto una mostra e tantissimi grandi eventi dedicati al celebre artista nel ventennale della morte

     

    PAZIENZA

     l'uomo  di San Menaio

     

     TERESA MARIA RAUZINO

     

     

    Pazienza ai tempi di Pompeo

    Andrea Pazienza è nato a San Menaio, Foggia, ed è praticamente pugliese, pur vivendo tra Bologna e New York”.

    Così PAZ (all’anagrafe nato a San Benedetto del Tronto da genitori sanseveresi) in una famosa “striscia”  reinventa la sua biografia, sottolineando il suo amore viscerale per il Gargano, un Gargano trasfigurato  che assurge a protagonista di alcune delle più belle storie.

    Le location preferite da Pazienza sono quelle che gli erano rimaste nel cuore e nella mente durante le lunghe estati passate sul Gargano: San Menaio (Saint’ Mnà), il trabucco di Montepucci, Peschici, gli scorci con le Tremiti in lontananza, la Foresta Umbra. Ne “Il Partigiano”, quando i carri armati comunisti invadono San Severo, è sul Gargano che un solitario Pazienza si dà alla macchia per condurre la sua originalissima Resistenza. Le “Figure storiche”  sono delle rivisitazioni picaresche dei suoi ricordi d’infanzia. “Una estate” coglie le atmosfere e i sapori della bella stagione, i riti della villeggiatura, l’indolenza della “controra”. Le stesse atmosfere, in  chiave ironica, impregnano la tavola  “Tipi da spiaggia” oltre alla satira corrosiva del “perché delle anatre”.

    Andrea Pazienza, soprattutto a San Menaio ha lasciato tanti amici che, a vent’anni dalla sua scomparsa, non lo hanno mai dimenticato. Ora stanno preparando una mostra che sarà titolata “Un’estate – Saint Mnà, spiagge contigue e le altre bellezze del Gargano”: si preannuncia “l’evento impedibile” della prossima estate.

    In mostra le tavole e una vasta produzione inedita dell'artista. 

    Sagome e ingrandimenti saranno istallati lungo tutto il percorso virtuale, mentre una saletta sarà riservata alla proiezione multimediale. Saranno esposte anche le foto di Andrea scattate dagli amici Vanni Natola, Luigi Damiani, Enrico Pazienza. Agli "scatti" di Isabella Damiani (la famosa Isa amata da Paz) sarà riservato uno "spazio speciale" presso la più prestigiosa ed elitaria residenza di San Menaio:  Villa Santovito.

    Queste foto, unite a quelle di Gino Nardella,  “forti quanto una carezza o quanto un pugno in pieno viso”, sono un “luogo capovolto della morte”. «Andrea – scrive Nardella  - andava pazzo per lo struggimento spirituale che gli dava il Gargano, terra dura e pericolosa, bella e cattiva come il mare. Eccolo lì, quando ancora era il semisconosciuto studente Pazienza Andrea. Già genio, già PAZ. Di personaggi come lui se ne vede uno ogni cento, centocinquanta anni. Uno ogni sacco d’anni, appunto».

    Il regista Renato De Maria ha già consacrato Andrea Pazienza,  attingendo agli innumerevoli spunti offerti dalle storie dei suoi personaggi più noti. Sullo sfondo della Bologna degli anni ’70, davanti agli occhi dello spettatore scorrono Zanardi, Colasanti e il mitico Pentothal , il depresso studente/artista alle prese con la fine di un grande amore con Lucilla. II film ha prediletto l’aspetto poetico del personaggio, parlando soprattutto ai giovani , che di Andrea non sapevano nulla. Lo hanno scoperto nella sua profonda attualità, pericolosamente vicino alle loro ansie, utopie e speranze.

     

    L'articolo è stato pubblicato il 14 giugno 2008 dal "Corriere del mezzogiorno-Corriere della sera"

     

     

      

    PROGRAMMA DETTAGLIATO DEGLI  EVENTI

    SABATO 19 LUGLIO
    MATTINA
    SPIAGGIA S. MENAIO

    Invasione dei cavalletti.
    Concorso a premi per fumettisti ed artisti in erba

    SERA
    CASTELLO DI VICO DEL GARGANO

    Inaugurazione mostra Andrea Pazienza
    Rinfresco


    VICO DEL GARGANO
    Piazza San Domenico
    Incontro con Vincenzo Mollica, Milo Manara, Michele Pazienza, Nichi Vendola, Luigi Damiani, Giuseppe Aguiari, Michele Francesco Afferrante e Filippo Mauceri
      
     
    DOMENICA 20 LUGLIO

    S. MENAIO
    Intitolazione lungomare ad Andrea Pazienza con realizzazione di murales ad opera della SCUOLA ROMANA DEL FUMETTO. Premiazione Invasione dei cavalletti.

    SAN MENAIO (VILLA SANTOVITO)
    Inaugurazione della mostra di foto di ISABELLA DAMIANI con ritratti di Andrea Pazienza  (fino al 25 agosto)

    SERA
    S. MENAIO

    Spettacolo teatrale
      

    VENERDI’ 25 LUGLIO

    SERA
    S. MENAIO

    Talk e  Proiezioni video "AMICI PAZ" condotto da  David Riondino,  Ernesto Assante e Gino Castaldo, Alberto  Fortis, Claudio Lolli, Roberto “Freak” Antoni, Lillo e Greg

    SABATO 26 LUGLIO
    SERA
    Piazza San Domenico

    notte Pazza cabaret con Olcese e Margiotta

    NOTTE
    VICO DEL GARGANO
    Discoteca: Musica ’77-’87 con Soulful + dj Arnold



    MERCOLEDI’ 04 AGOSTO
    SERA
    VICO DEL GARG. (ANFITEATRO)

    Teatro con Antonio Rezza


    MERCOLEDI’ 05 AGOSTO
    SERA
    CARPINO. (PIAZZA CENTRALE)

    Concerto di Vinicio Capossela


    SABATO 6 LUGLIO
    SERA
    VICO DEL GARGANO (CAMPO SPORTIVO)

    Spettacolo teatrale di Dario Fo
     

    La data e il luogo precisi per il concerto di Vinicio Capossela sono ancora da stabilire.

     

     

    19 luglio- 24 agosto 2008

    Vico del Gargano (FG), Palazzo Della Bella

     San Menaio, Villa Santovito

     

      

    Info:

    giov.nicolai@tiscali.it

    direttore@fuoriporta.info

     

     

    June 15

    Lo scempio del Centro Storico

    Lo scempio del Centro Storico di Vico del Gargano 

     

     

    NUOVI MISFATTI, ANTICHI DIFETTI…IL NUOVO DOV’E’?

     

     

     

     

    Mentre i lavori di pavimentazione di Corso Umberto e via Di Vagno proseguono nel peggiore dei modi con materiali assurdi e non solo orribilmente lavici, ma della peggiore qualità(foto n. 1). Materiali che comunque, tengo a ribadire, per tradizione non ci appartengono e, il corso principale, non meritava proprio tanto scempio! Un Progetto assurdo (con fondi P.I.S., per giunta) partorito dalla precedente Amministrazione e che l’attuale in carica non ha fatto nulla affinché si salvasse il salvabile. Ha, invece, addirittura peggiorato le cose, con una Variante in corso d’opera, in cui si è approvata la rimozione degli attuali cordoli dei marciapiedi in pietra calcarea(in loco da oltre 50 anni), sostituendoli con cordoli in materiale lavico della peggiore qualità esistente sul mercato(assurdamente irregolari) e contrastanti con la pavimentazione dei marciapiedi in elementi regolari (vedi foto n. 1).

    Da notare che l’autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Culturali del 31/01/07 al punto due della lettera B recita testualmente: “Siano recuperati, reimpiegati e riposti, ove possibile, nel loro sito originario, i cordoli calcarei degli attuali marciapiedi”.

    Perché questa disposizione è stata disattesa?

    Altre disposizioni, successivamente, sono state “stranamente” ritrattate dalla Soprintendenza, questa invece è rimasta e tuttavia…

    Come se non bastasse…un condensato di arroganza, ignoranza, atavica apatia e menefreghismo, pericolosamente dilagante da queste parti, come un “killer”, procede imperterrito, facendo terra bruciata ovunque. Così, anche l’estinzione del Centro Storico continua, senza sosta. I vari allarmanti appelli, da noi lanciati ripetutamente, continuano a cadere nel vuoto. Tutto continua come prima, i misfatti e l’incuria pure, da ogni parte.

    Alcuni esempi, fra tanti, sono contenuti in queste foto recentissime e, purtroppo, ormai storiche.

     La seconda immagine mostra uno scorcio di muro dai colori non più riproducibili nel suo armonico splendore. Colori dalla preziosità di un autentico quadro d’autore.

    Rothko, che nell’arte contemporanea, amava creare con i colori immagini estasianti, sarebbe rimasto egli stesso incantato da questa esplosione di colori che l’uomo e il tempo hanno saputo amalgamare.

    Tale capolavoro, il mese scorso, si poteva ancora ammirare, fotografare e magari… preservare. Ora, è solo un ricordo! L’ennesima impunita violenza. Un’opera d’arte e secoli di memoria storica, svaniti nel nulla.

    In modo irreversibile, come la morte. Un ciclo di vita e di storia cancellato da un colpo di spugna, anzi, da un pessimo e orrendo strato di intonaco biancastro, anonimo (rasante) che una mano ignara ha steso e, un mancato controllo, ha consentito.

    Tutto quello che resta, ora, è una riproduzione fotografica(per fortuna) da consegnare a coloro che riusciranno e vorranno trovare ancora nel proprio “io” un po’ di poesia…e un po’ di quella identità storico-culturale che, inesorabilmente, si sta  cancellando in via definitiva, senza possibilità di appello.

    La terza immagine mostra la decapitazione dell’ennesimo comignolo, con relativa metamorfosi in qualcosa di ultra moderno...obbrobrioso, estraneo. Il tutto nella totale indifferenza e, quello che ancora peggio, con l’ausilio e la complicità dei nostri tecnici in erba…ai quali, in tutta modestia, consiglierei un maggior approfondimento delle tematiche architettonico-ambientali.      

       

    Potrei andare avanti con tantissimi altri esempi di scempi perpetrati di recente, ma non voglio approfittare, più di tanto, della disponibilità e degli spazi che, gentilmente, mi vengono concessi.

    Parafrasando “L’Aquilone” di G. Pascoli: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…” Beh, qui purtroppo non c’è nulla di nuovo, ma solo l’antico(modo) di  procedere per la strada sbagliata. “…e sento che sono intorno nate le viole…” Di questo passo, continueremo a vedere solo rovi, altro che viole!

    E’ proprio ora di darsi una mossa! E’ ora di cambiare il vecchio iniquo modo di procedere. E’ ora di rimboccarsi le maniche e mostrare, veramente, cosa si è in grado di fare di buono per invertire la rotta e cambiare la pericolosa china di questo paese, finché si è in tempo.

    Salvare e preservare, almeno, quel che resta del nostro Centro Storico è un dovere civile e una responsabilità da cui nessuno può esimersi. Certo, non è difficile rendersi conto che vi sono anche tante altre problematiche nel nostro paese, di non facile soluzione, ma questo non può servire da alibi. Cominciamo responsabilmente da qualche parte e non continuiamo a distruggere anche quello che, per fortuna, ancora abbiamo!

    Se è necessario, magari, cominciamo a mettere le persone giuste al posto giusto e che abbiano responsabilità e appropriata competenza.

    Nelle linee programmatiche di questa Amministrazione, a proposito di Centro Storico, si leggono le seguenti parole: “ La valorizzazione del centro storico prima di tutto come percezione culturale che ne hanno i cittadini è una questione di enorme importanza. Mettere un freno ad un processo degenerativo di modernizzazione e quindi di conseguente spersonalizzazione della parte storica del paese è quanto mai auspicabile. Occorre prendere coscienza di come la conseguenza più pesante della perdita di un’identità sia la conseguente perdita di valore. E’ necessario quindi essere gelosi del centro storico nel senso che la conservazione, la tutela, la conoscenza il più possibile rigorosa deve essere vista come unica possibilità di sviluppo. Quanto più si conserverà una tipicità ambientale, paesaggistica e architettonica, tanto più si potrà contare in un ritorno da un punto di vista turistico e culturale”. Parole ineccepibili, ma se restano solo parole, a cosa servono, se poi tutto prosegue come prima e più di prima? Coraggio dunque, si faccia seguire alle parole i fatti. Poniamo una volta per tutte, veramente, un freno a questo processo degenerativo di brutta modernizzazione  di questo nostro bistrattato Centro Storico! Concretezza, competenza e ancora concretezza e determinazione impone la situazione! Solo i buoni propositi, non bastano.    

                                                                                    

    Valentino Piccolo

    Direttore Gruppo Archeologico Garganico "Silvio Ferri"

     

    Articolo tratto  da "IL GARGANO NUOVO" GIUGNO " giugno 2008

     

     

                  

    June 13

    Adottiamo i centri storici del gargano Nord!

    Indagine sui centri storici

    del Gargano Nord

     

       

    TERESA RAUZINO

     

     

    I centri storici italiani, con le loro meraviglie archeologiche, urbanistiche e architettoniche, con le loro opere d'arte che rappresentano il 50 percento del patrimonio censito dall'Unesco, rischiano la scomparsa. Ad esempio, i borghi antichi del Sud sono in gran parte abbandonati. I problemi di questi centri derivano dal flusso migratorio, notevole soprattutto nella nostra area territoriale: il Gargano Nord. Migliaia di persone hanno abbandonato le campagne per recarsi parte all'estero e parte nelle grandi città del Nord, lasciando abbandonati ettari ed ettari di terra. Nelle aree depresse e sottosviluppate il fenomeno dell'emigrazione ha generato strozzature nei sistemi produttivi più elementari, squilibrando ancora di più la distribuzione del reddito.

     

    I centri storici garganici presentano caratteristiche proprie, in grado di differenziarli notevolmente da quelli di altre regioni. Alcuni abitati, infatti, presentano forme e nuclei antichi di singolare bellezza, in quanto influenzati dall'andamento delle coste: è il caso di Peschici, Vieste, Rodi.

    Da non trascurare gli abitati come Vico e Monte Sant’Angelo, ove prevalgono caratteristiche ambientali particolari. Le trame viarie di questi paesi risalgono all'epoca romana, si presentano come una enorme scacchiera formata da strade, viottoli e linee di confine.

     

    Quasi tutti i centri storici pugliesi sono di origine medievale e direttamente collegati alle vicende storiche di quel periodo, segnato dall'avvicendarsi di dominazioni bizantine, longobarde, normanne.

    Una costante dei centri urbani, che si è resa ancor più evidente negli ultimi anni con la speculazione edilizia dilagante, è il degrado paesaggistico dei circondari periferici: in pratica uno scenario arido e desolante fa spesso da "porta" ai centri garganici.

    Fino a qualche anno fa il promontorio era ricco di colori e forme. Infatti Monte Sant'Angelo era il paese dei terrazzamenti e dell'Arcangelo, Rodi il paese degli agrumi, Peschici il paese degli orti e degli ulivi. Boschi di pino e cerro si armonizzavano col caratteristico centro storico. Le strutture edilizie, inoltre, stabilivano un intimo rapporto di convivenza col paesaggio vegetale dei luoghi: oggi invece l'urbanizzazione contrappone un paesaggio urbano desolante e totalmente estraneo ai valori storico-ambientali del centro storico. La nuova espansione urbana ha infatti, con l'uso scorretto delle linee di colore e delle tecniche di costruzione, rotto gli equilibri esistenti.

     

    Per questo motivo, lo studio dei centri storici, la loro restituzione grafica, costituiscono motivo di riflessione sulla opportunità della loro salvaguardia, insieme a quella del territorio circostante. Affinché s’intenda il centro antico "non come tutela passiva che lo Stato dovrebbe assumersi in nome dell'arte e della storia", è necessario che rappresenti una "vitale sopravvivenza, in relazione a una effettiva realtà pratica". E' importante che assuma una funzione essenziale di sede dell'artigianato o sfrutti la sua vocazione turistica, in modo da sopravvivere in autonomia. Occorre approfondire, relativamente ai centri di antica origine, le compatibilità con gli usi turistici: il 35,6 percento degli italiani, il 40,2 dei pugliesi e il 41,3 degli stranieri intervistati in una indagine del C.S.T. (Centro Italiano di Studi Superiori sul Turismo) ha dichiarato che preferirebbe abitare nel centro storico di una località turistica garganica, piuttosto che in un insediamento negli anonimi villaggi turistici periferici.

     

    La rivitalizzazione in funzione turistica dei centri storici minori richiede il sinergico intervento di provvidenze regionali, autorità locali e imprenditori. Lo sviluppo del turismo non può continuare a incentrarsi su una pura e semplice “vocazione” astrattamente conclamata, e non sostenuta da interventi e scelte concrete. E’ ad esempio necessaria una “specifica politica dei servizi”: collegamenti del centro col mare, parcheggi riservati ai turisti, e così via. E’ necessario che anche gli operatori turistici prendano atto di questa tendenza della domanda.

     

    La maggior parte degli impianti ricettivi è finora sorta in edifici architettonicamente poveri, raggruppati in aree periferiche a cui spesso però veniva attribuita più facilmente una appropriata destinazione d’uso. Contemporaneamente, i pochi impianti ricettivi esistenti nei centri storici sono andati “intristendo” col risultato di contribuire al degrado del centro sommerso da una miriade di anonimi esercizi pubblici (pizzerie, amburgherie, paninoteche...). Il fenomeno si è verificato nell’ingenuo proposito di aumentare l’attrazione del centro storico, soprattutto nei confronti dei turisti alloggiati negli insediamenti periferici o nell’area circostante. Sovente, però, si è determinata una opposta forza centrifuga, dovuta ad altri similari locali nati nelle aree periferiche di sviluppo turistico; i residenti si sono diretti verso quelle aree, piuttosto che i turisti verso il centro.

     

    In molti centri storici del Gargano questo modello di sviluppo può e deve essere invertito, rivitalizzandoli anche attraverso l’adeguamento della ricettività da ubicare al loro interno, senza snaturarne le caratteristiche architettoniche, anzi sottolineandole e valorizzandole.

    L’aspetto cosmopolita e internazionale del flusso turistico costituisce un fondamentale fattore di attrattiva, di moda, di animazione. L’obiettivo di una maggiore internazionalizzazione, che assume anche un importante ruolo trainante per la crescita della componente nazionale, è riuscito ad altre regioni meridionali (ad esempio Campania e Sicilia) e può quindi essere raggiunto anche qui, purché si seguano coerenti strategie e politiche orientate in tal senso, e le si alimenti con risorse appropriate. Bisogna quindi perseguire l’obiettivo di migliorare la ricettività alberghiera.

    Il rallentamento della crescita di questa ricettività trainante ha fatto sì che numerose stazioni turistiche che da tempo avevano iniziato la fase di decollo, non abbiano raggiunto la notorietà e il prestigio che tutti ritenevano già a portata di mano. I centri storici di Vieste, Peschici, Rodi sono rimasti nel limbo di una delicatissima fase di semimaturità che, se non verrà rimossa con un determinante apporto di capacità ricettiva, potrebbe dar luogo a veri e propri processi involutivi estremamente difficili da contenere. Il decollo di queste località si è arrestato a mezz’aria, per cui le stesse non possono ora fruire dei vantaggi della novità e dall’altro lato non sono ancora approdate sul solido terreno della maturità e della notorietà.

     

    Se i centri storici "tornassero alla vita" parecchi turisti ne sarebbero attratti; il centro storico diventerebbe punto di riferimento e di incontro anche con gli abitanti del posto, con dei momenti di reciproca integrazione.

     

    Indagine sulle condizioni abitative DEI CENTRI STORICI DEL GARGANO NORD

    Qualche anno fa, gli studenti dell’ITCG “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico effettuarono un’indagine sui centri storici dei Comuni del Gargano nord.  

    I risultati,  pur con inevitabili limiti metodologici dovuti all’esiguità del campione, ci permettono di inquadrare la tipologia dei fabbricati e delle persone residenti. Risalta, in modo particolare a Ischitella ma anche a Vieste, Vico e Rodi, la presenza di edifici risalenti a periodi antecedenti al secolo XV e ad epoche più recenti, ma comunque secolari. Da questo punto di vista, Carpino e Peschici sono invece i paesi meno antichi.

    I residenti appartengono alle fasce di età comprese fra i trenta e i novant'anni. La presenza percentuale degli anziani è alta nei quartieri  in cui più vecchi sono i fabbricati, quasi a significare che essi sono legati a quelle mura antiche e ne condividono un'agonia inosservata  dai più giovani. La romantica tesi precedente si rafforza se si considerano i dati relativi alle professioni, che indicano una costante prevalenza dei pensionati rispetto alle persone in età lavorativa. Queste ultime sono rappresentate soprattutto da agricoltori, artigiani, muratori e braccianti, mentre sono sporadici i lavoratori più qualificati e i professionisti.

    Un altro dato emerso è la convivenza dei figli maggiorenni con i genitori, mentre coloro che costituiscono nuovi nuclei familiari preferiscono insediarsi nel nuovo abitato. Le motivazioni  si trovano tra le risposte alle domande circa le condizioni abitative delle unità immobiliari. Queste, pur avendo subito ristrutturazioni complete ed avendo un indice di affollamento basso, non sempre sono  dotate di servizi igienici efficienti.

    La soddisfazione per i servizi esterni disponibili nelle vicinanze dell'abitazione è buona; le carenze sono individuabili  nelle dotazioni interne. In quasi tutti i paesi vi sono persone insoddisfatte per le condizioni di abitabilità.

    Riguardo alle prospettive future sull'utilizzo, gli intervistati, nella quasi totalità proprietari della loro abitazione, si dichiarano favorevoli alla locazione stagionale  per usi turistici dei vani eccedenti alle loro esigenze, mentre sono decisamente contrari alla vendita.

     

    Alla domanda: “Cosa potrebbe fare il Comune per rivitalizzare il Centro storico” si sono avute le seguenti tipologie di risposte, in ordine di citazione:

     

    Vieste:

    ·      più pulizia; restaurare le case; aprire un cinema;

    Peschici:

    ·      aumentare i servizi, introdurre negozi e attività commerciali; niente, è già  molto movimentato;

    ·      vietare l’accesso e il transito alle automobili.

    Cagnano:

    ·      ristrutturare gli edifici e le vie dell’abitato; organizzare fiere, sagre e manifestazioni varie; aprire attività commerciali, per favorire l’afflusso dei turisti e degli abitanti del paese; curare segnaletica, illuminazione  e igienicità;

    Rodi : 

    ·      aprire attività commerciali; curare l’igienicità e la pulizia delle strade; va bene quello che c’è;  migliorare l’illuminazione; costringere i proprietari a restaurare le case.

    Vico:

    ·      migliorare l’illuminazione; vivacizzarlo; migliorare la viabilità; più pulizia; dare incentivi ai proprietari per ristrutturare; migliorare l’abitabilità; creare nuove strutture; ristrutturarlo.

    Carpino:

    ·      creare del verde pubblico; migliorare lo stato attuale; migliorare la viabilità; potenziare l’illuminazione; dare incentivi ai nuovi residenti; istituire un servizio di accalappiacani; maggiore pulizia; ristrutturarlo.

    Ischitella:

    ·      organizzare mostre e sagre e varie iniziative turistiche; modernizzare il centro storico; restaurare l’esterno delle case; rendere migliore la viabilità.

     

    Alla domanda “Vendereste la casa ubicata nel centro storico?” i garganici, tradizionalmente attaccati alla propria abitazione, si dimostrano restii a vendere, adducendo i seguenti motivi:

    ·      motivi affettivi, legati a ricordi d’infanzia e dalla consuetudine a vivere nella casa dei padri;

    ·      l’abitazione serve ai figli,  vista anche la difficoltà a costruire nuove case (ricordiamo che bisogna ricorrere all’abusivismo, visto che i Comuni non sono dotati di piani regolatori);

    ·      amano la tranquillità del centro storico;

    ·      per la comodità;

    ·      sono restii a cambiare abitazione in tarda età;

    ·      la casa è un dono di famiglia che non si può vendere in quanto è stato lasciata quasi “in affidamento”;

    ·      è molto difficile trovare casa;

    ·      è stata comprata già per un uso stagionale;

    ·      perché costituisce fonte di guadagno (ha risposto così un ristoratore);

    ·      perché una casa nel centro storico acquista sempre più valore;

    ·      perché il posto è bello.

     

    Alla domanda “Quale monumento del Centro storico vorreste salvare dal degrado? ” hanno risposto così, in ordine di citazione:

    Peschici:

    ·      Chiesetta di san Michele Arcangelo; Recinto Baronale; Chiesa del Purgatorio.

    Cagnano:

    ·      Palazzo Baronale; la propria casa; il Casale; case signorili.

    Rodi:

    ·      Chiesa del Crocifisso; Castello; tutto il centro storico.

    Vico:

    ·      Castello normanno-svevo-aragonese; Palazzo Della Bella; Fontana Vecchia.

    Ischitella:

    ·      le chiese, in particolare quella del Purgatorio; le mura, la Portella; il centro storico tutto; i palazzi; la casa natale di Pietro Giannone.

    Carpino:

    ·      il Castello e le sue torri; le chiese; abitazioni private antiche; le case abbandonate; le vie.

     

     

     

    I risultati dell'indagine  sono stati pubblicati nel volume dell'ITCG "Mauro del Giudice" di Rodi Garganico dal titolo Adottiamo i centri storici del Gargano Nord, progetto didattico a cura di Teresa Rauzino e  Carlo Manicone.