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October 18 Belle donne, merletti e tramonti: il successo delle arance di Rodi GarganicoLe scelte che resero irresistibili le réclame delle ditte agrumarie.
Qualche anno fa, il Consorzio “Gargano Agrumi” ha ottenuto il marchio IGP, oltre che per il limone “Femminello”, anche per “l’Arancia del Gargano” nelle varietà “bionda” e “duretta” tipiche dell’Oasi Agrumaria di Rodi, Vico e Ischitella. A convincere la Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati alla stesura del primo disciplinare IGP fu la visione di un dossier che aveva il suo punto di forza nell’album fotografico bilingue (in italiano-inglese): "Rodi Garganico. Splendori di un passato", curato dal prof. Filippo Fiorentino e don Matteo Troiano. Illustrava le pubblicità delle Società Agrumarie operanti a Rodi Garganico nel primo Novecento. Da una prima lettura dei manifesti, bigliettini, incarti, presenti nell’album suddetto, si evidenziano i filoni ricorrenti, le scelte iconografiche del prodotto pubblicizzato. I temi preferiti dai creativi delle Società Agrumarie rodiane spaziano a 360 gradi. I più frequenti fanno perno su immagini simboliche (The Fortune si incarna in una bellissima donna discinta, rincorsa dalla Morte e da un cavaliere che travolgono nella loro folle corsa chiunque si trovi sulla loro strada). Numerose le locandine a carattere mitico: Il Colosso di Rodi-Atlante regge il mondo; Nettuno-Sirene-Aquila reale sono abbinati a strumenti essenziali per la navigazione come la bussola, il timone e l’ancora. Dall’analisi iconografica si desumono informazioni sul periodo storico di realizzazione dei manifesti: fine Ottocento, Belle Époque, Ventennio fascista. Le immagini fanno riferimento alla Regina Margherita; alla Lupa con Romolo e Remo; alle Repubbliche marinare (Pisa, Genova, Amalfi e Venezia); alle sfilate oceanico-coreografiche di Villa Borghese. Quelle interculturali mostrano nazioni solidali (Italia e America impersonate da due floride ragazze in costumi tipici che si stringono una mano, in segno di amicizia, tenendo in pugno saldamente, nell’altra mano, le rispettive bandiere) ed immagini esotiche (la diversità del Giappone con i paesi occidentali è marcata dall’abbigliamento femminile e dai modi dell’abitare). I testimonial sono personaggi storici del Nuovo Mondo: Cristoforo Colombo, George Washington, le Indios del Far West. Osservando i paesaggi, le figure umane ed i caratteri di scrittura utilizzati dai grafici pubblicitari, cui le ditte rodiane affidarono la creazione dei “logo”, si evincono altre particolarità. Le locandine della Società Agrumaria De Felice differiscono dalle altre sia per le visioni paesaggistiche, sia per i caratteri grafici utilizzati. I temi pubblicitari sono riferibili ad un topos paesaggistico-romantico estremamente rarefatti, che supera la contingenza reale. I colori sfumati visualizzano elementi tendenti a creare suggestioni (i tramonti; la luna; la laguna; il porto; scenari di divertissement alto-borghesi con signore e signori elegantemente vestiti secondo la moda Belle Époque, che si divertono a tirare con l’arco, in un paesaggio stilizzato). Si avverte la finalità della Ditta De Felice di assumere una dimensione planetaria, internazionale; la sua tensione (sottesa alle scelte grafiche) di distaccarsi il più possibile dal contesto locale. Le pubblicità della Società Agrumaria Vincenzo Russo focalizzano, al contrario, scorci di vita reale, tradizioni popolari sinonimo di genuinità. Esplicito il riferimento alle tipiche attività delle donne del Gargano. Merletti e carte pizzo testimoniano la consuetudine femminile dell’arte del merletto: la sensibilità muliebre si esprime nei ricami del corredo. Si nota la cura nella presentazione del prodotto agrumario, l’attenzione per il lavoro di confezionamento. Riguardo ai caratteri scrittori utilizzati nei testi, l’uso è variegato. Si va dalla scrittura in corsivo al gotico più ricercato, con presenza di elementi decorativi decisamente elaborati. Nei manifesti della Società Agrumaria Ciampa & Sons ci sorridono prosperose figure femminili e una venditrice di arance e limoni in abiti d’epoca. Affianco si intravedono cassette di legno di faggio, su cui è impressa la stessa immagine pubblicitaria. I tipi di bellezza muliebre sono riferibili soprattutto alla tradizione garganica, napoletana e siciliana, ma anche a tutte le altre regioni dell’Italia (in un ampio ventaglio appaiono ragazze con i costumi tipici delle varie province). Emergono i canoni estetici del tempo, che esprimono il massimo nelle gote colorate e nei seni prorompenti. La simbologia della fecondità è ripresa dalla presenza di arance giganti poste vicino alle donne. Sullo sfondo di una carta-sipario, appare la collina verdeggiante di Rodi Garganico, con gli agrumeti ed frangivento; lungo la spiaggia si nota la presenza dei “baracconi”, gli stabilimenti di lavorazione e di confezionamento delle varie ditte (in primo piano quello con la dicitura Ciampa & Sons). Il porto è caratterizzato dalla presenza di numerosi barconi a vela e di “trabaccoli”. In altre locandine campeggiano, con una frase-spot riferibile alla qualità/sicurezza organolettica delle arance rodiane, altre figure-simbolo: un tamburino batte a fatica il suo strumento (Drummerboy hard to beat - dura da battere!); in un manifesto della Società Agrumaria preparato per l’esposizione di Parigi del 1889 una bimba protegge le cassette di agrumi dall’assalto delle mosche, facendo scudo con il suo corpo (There are no flues on me – non ci sono mosche su di me!); un raccoglitore di agrumi in abito tipico (molto simile alla maschera napoletana di Pulcinella) mostra una bella arancia (Good all the year round – buona tutto l’anno!), evidenziando il suo punto di forza: la presenza del prodotto sul mercato mondiale per dodici mesi all’anno. mentre le arance provenienti dalla penisola sorrentina o dalla Sicilia maturano soltanto in determinati periodi. Riguardo agli sfondi utilizzati nelle locandine, la Società Ciampa & Sons presenta il Golfo di Napoli con il Vesuvio lumeggiante sullo sfondo. I colori sono forti e appariscenti: rosso, ocra, verde, blu di Prussia, giallo; la Ditta De Felice utilizza colori evanescenti sul grigio azzurro, verde tenue, a simboleggiare una sorta di rarefazione del dato contingente, la mirata proiezione del prodotto agrumario sul mercato planetario. Gli agrumi sono assenti. La pubblicizzazione tende a staccarli dalla banalità utilitaristica del commercio. C’è la ricerca di un target di mercato diverso. Gli slogan della Ditta Ciampa & Sons fanno perno su similitudini ovvie come frutta-salute, frutta-abbondanza, ma anche su abbinamenti inediti come frutta-felicità e frutta-pace. È ampio l’uso del linguaggio figurato: le figure retoriche spaziano dall’allegoria al paradosso, alla metafora. Alcune richiamano il doppio senso: «The Triump of Neptune» (Il trionfo di Nettuno), indica il primato marittimo dei “trabaccoli” rodiani che trasportano il prodotto agli imbarchi mitteleuropei o alle stazioni ferroviarie dirette a Napoli per l’imbarco sui bastimenti americani; «The Pride of Rodi» (L’orgoglio di Rodi) fa leva sull’ambiguità della donna/arancia; il riferimento ad una delle Sette Meraviglie del mondo antico, il Colosso di Rodi, attesta la duratura potenza commerciale delle Società Agrumarie rodiane («Rodi For Ever». Rodi per sempre). Parole chiave dell’economia rodiana, fatte proprie dalla Società Agrumaria Ricucci, sono commercio, navigazione, industria. Sopra il globo terrestre, sovrastato da un’aquila con gli agrumi tra gli artigli, campeggia il cartiglio con la scritta «L’union fait la force». Slogan che potrebbero ispirare i grafici del Terzo millennio, con le tecniche della moderna comunicazione visiva, a produrre pubblicità efficaci per il rilancio degli agrumi del Gargano, nel solco della tradizione delle ditte rodiane che lanciarono il loro prodotto nelle fiere di Londra e Parigi.... TERESA MARIA RAUZINO Le immagini sono tratte dall'album fotografico " Rodi Garganico. Splendori di un passato" a cura di don Matteo Troiano, Edizioni Parrocchia San Nicola, Bologna 1999. Trovate qui le altre foto: http://cid-7c9bab46bdd4dbf9.skydrive.live.com/browse.aspx/Rodi%20Garganico.%20Splendori%20di%20un%20passato%20^5album%20a%20cura%20di%20don%20Matteo%20Troiano^6 July 08 MicrostorieMICROSTORIE LUGLIO 2009Autore: webmaster Commentare: 28.06.2009 13:56 Lucien Febre, storico delle «Annales», dettava questi “anomali” consigli agli aspiranti ricercatori: «Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. (...). È tutto? No. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d'ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate la gelida vita della principessa addormentata...». Di questo insegnamento cercheremo di far tesoro nel proporvi le nostre, speriamo interessanti, MICROSTORIE. Buona Lettura! ED ECCO A VOI LE "MICROSTORIE" DI LUGLIO 2009: LEONARDA CRISETTI: KALENA. UN PO' DI STORIA PIERO GIANNINI: SAN GIOVANNI DA MATERA, APOSTOLO DEL SUD ITALIA LUCIA LOPRIORE: L'ARISTOCRAZIA EUROPEA IERI E OGGI: I PIGNATELLI TERESA MARIA RAUZINO: QUANDO I MICENEI SBARCARONO A PESCHICI... CARLO TIBALDESCHI: CHE NE È DELLA SOVRANA PREROGATIVA IN ITALIA? ADOLFO ZAMBONI: 1812. IL PASSAGGIO DELLA BERESINA PUGLIA IN-DIFESA: KALENA CROLLA!A Peschici (FG) l'abbazia di Santa Maria di Kàlena, una delle più antiche d'Italia, sta crollando nell'indifferenza generale. Aiutaci a salvarla! ![]() Crollo delle travi abside su altare (Foto Domenico Sergio Antonacci) FIRMA E FAI FIRMARE LA PETIZIONE ON LINE SALVIAMO KALENA PROMO DI GIUSEPPE BRUNO SALVIAMO KALENA PETIZIONE ON LINE RASSEGNA STAMPA E APPELLI SU KALENA DOPO IL CROLLO DEL TETTO ABSIDE Il TG3 PUGLIA SU KALENA ![]() FIRMA E FAI FIRMARE LA PETIZIONE ON LINE March 17 E' ON LINE "IL GARGANO NUOVO" FEBBRAIO 2009E' ON LINE "IL GARGANO NUOVO" FEBBRAIO 2009
Potete scaricarlo cliccando sul logo o su questo link: http://files.splinder.com/ef8d7cc96f983560e77acff088501f97.pdf
BUONA LETTURA! La redazione
November 16 E' on line IL GARGANO NUOVO novembre 2008E' on line IL GARGANO NUOVO del mese di novembre 2008 Per scaricarlo cliccate qui: http://files.splinder.com/14b43f275e5ec3915e468511302c2f7e.pdf BUONA LETTURA! La Redazione
November 14 DOMENICO SANGILLO: SPAZI DENSI ALLA MOVIOLA DELL'ANIMA
Spazi densi alla moviola dell’anima per l’artista rodiano “dal singolare estro”, che ha fatto fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana
Il Gargano, con i colori della sua naturale tavolozza mediterranea, da sempre è stato un magnetico polo di attrazione per i “maestri del colore” italiani e stranieri. Domenico Sangillo (foto del titolo; ndr), nato a Rodi Garganico il 29 gennaio 1922, fu uno di quelli che decise di andarsene. Ma dalla Capitale, divenuto uno degli artisti più significativi del “tonalismo” romano che faceva capo a Mafai, lanciò l’immagine dello Sperone in tutta Italia.
E’ sempre il Gargano ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: dopo molti anni vi ritorna, e continua a dipingere finchè ne ha la forza, con fulmineo tocco tonale, suggestivi olii su tela, quasi che l’improvvisa “illuminazione” gli possa sfuggire, come acqua tra le dita aperte. Scaglie di colore, fuso e sovrapposto a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione. E’ soltanto la luce a far questo oppure è l’irrequieta sensibilità di Sangillo che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?
L’atmosfera soffusa è creata dalla magia del mezzo tono. Eppure il colore trionfa in ogni tela con alternanze di toni ora tenui, ora violenti, sempre vitali.
“I ritmi melodici che formano la vasta sinfonia dei quadri di Sangillo - osserva Milo Corso Malverna - sono come una musica suonata in sordina, un magico coro a bocca chiusa”. Rocce, lago e cielo non hanno bisogno di essere amati, lo sono già da tempo immemorabile...
La sua Terra gli si presenta nella sua essenza ancestrale: “Gargano eterno: Carsico cetaceo, / mistero / dei remoti universi”.
Un ricordo antico lo lega alla sua Terra rocciosa lambita dal grecale: “In cima / al Talero / una casetta vetusta, / dove si accapigliano / i venti di mare, / dove inerti / marciscono / le foglie del castagno, / dove, sbiaditi / dimorano / i miei giuochi / di un tempo”.
Il Gargano assurge a Purgatorio dei vivi: “Reclini / gli ulivi del Mileto: / amorfi fantasmi / dai venti condannati!” .
Ama le atmosfere brumose. Il Varano diventerà il suo rifugio. Qui, gli sarà possibile “addormentarsi e svegliarsi in un capanno, avvertendo il sommesso respiro del lago”: “Gocce di luna / smerlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco dei pescatori / si perde nel gorgo del mistero”.
Lunghe notti passate, nell’attesa del giorno, a osservare il Firmamento: “Cade una stella; / nel tempo della sua scia / si dissolve la mia memoria”.
Una vita segnata da quotidiani incroci tra la vita e la morte: “Due usci contigui: / un fiocco rosa / un drappo nero. // Incontro / di inesausti / viandanti”.
Una sofferenza rinverdita da ricordi che non lasciano varchi: “Lapilli / di ricordi / ardono / nella memoria, / or che / martoriata / cerca / requie”.
Ma il vitalismo dell’artista emerge con forza nella lirica d’amore. Un sentimento che continua a ispirargli “palpiti” profondi: “Vorrei spandermi / dentro di te / come acqua / tra le rocce, / lambire / i granelli del tuo mistero; / ma tu / sei / chiarore lunare, / ove scivola / il mio tempo”.
La forza di Sangillo è proprio qui. E continua, ogni giorno, a emozionare i suoi lettori.
Teresa Maria Rauzino ( “L’Attacco” - 13 novembre 2008)
CHI E’ DOMENICO SANGILLO
Fin dalle prime “personali”, Sangillo viene definito dalla critica un artista “dal singolare estro”, che fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana, in un tenue distacco dalla realtà contingente.
La suggestione estetica, prodotta dallo spettacolo della natura e dall’eleganza e dalla raffinatezza di un ambiente carico di memorie storiche e di opere d’arte, è chiamata a fare da impareggiabile sfondo alla sua produzione.
Proprio a Roma vive la stagione più feconda della sua parabola artistica, proponendo le sue tele, oltre che nelle Quadriennali e nelle mostre di rango, nelle rassegne “en plein air” della Montmartre italiana: Via Margutta.
La “Strada degli artisti”, negli anni della “dolce vita”, diventa due volte all’anno una “parata di arcobaleni”, illuminata a giorno nelle suggestive notti di giugno. Secondo le cronache romane di “Il Tempo”, in quelle tiepide serate “è tutta un fantasmagorico quadro, formicolante umanità a coriandoli, dentro la cornice di tetti che si rincorrono da Trinità dei Monti al Pincio”.
Sino a notte fonda, uomini e donne di tutte le età e tutti i gusti, anche di nazionalità estera, si incontrano e si scontrano negli apprezzamenti e nelle polemiche davanti ai quadri “che sembrano offrirsi crocifissi e indifesi al supremo giudizio della folla”. Sangillo vi afferma il suo stile personalissimo.
Ed espone nelle più prestigiose gallerie italiane, tra cui la Gussoni di Milano, presentato da Valerio Mariani, noto critico d’arte, titolare della rubrica “La Ronda delle Arti” alla Rai di Roma.
La mostra vede la presenza costante di Carlo Carrà, che esprime giudizi lusinghieri all’artista, e si intrattiene con lui per interi pomeriggi a parlare dei quadri, affascinato dalla sua vena creativa.
Sulla “performance” milanese scriverà una bella recensione Raffaele De Grada, allora in forza alla sede Rai della città lombarda.
Nell’ultimo ventennio Sangillo ha pubblicato varie sillogi, rivelando un’ispirazione poetica intensa e originale. Le liriche di “Figure e palpiti di vita” (1982), “Sapore del tempo” (1985), “Specchio di antiche lune” (1989), sono confluite nelle sillogi “Segni di un uomo nel tempo” (1991), “Parole e silenzi” (1992), “Sogno e memoria” (1996), “Approdi” (2002), tutte edite da Schena.
E’ stato lo scrittore Giuseppe Cassieri, nella prefazione a “Specchio di antiche lune”, a definire per primo la superiore “essenza” dell’arte e della poesia di Sangillo:
“Figli della stessa terra, vittime delle medesime inquietudini ambientali, entrambi sedotti dal medesimo paesaggio garganico: il Varano, Santa Barbara, il Taléro. Lui però ha avuto il merito di scommettere tutto nel poco spazio che gli veniva concesso, radicarsi fino all’osso carsico sottostante, alimentare i propri doni creativi di quotidiane ansie, di infinite tenerezze. Se il prezzo pagato in termini di sopravvivenza personale è oggettivamente alto, le Muse in compenso sono state generose con l’artista, rinnovandogli i loro favori a ogni rinascita del giorno. Non solo il poeta del disegno e del colore, che certo è preminente e gli assicura un posto di rilievo nelle correnti figurative del Mezzogiorno, ma anche il poeta in versi. Da leggere, oso suggerire, in lieve abbandono, accostando l’orecchio alle minime crespature del cuore e del lago (il referente elettivo di Sangillo), così come occorre spalancare l’occhio sulle minime vibrazioni dei verdi e degli azzurri in disperata sinergia sulla tela, quanto più tetre si rivelano le corrispondenze umane, e come refrattario, inibito, il senso del mondo. C’è un’immagine - in realtà un bell’ossimoro - che estrarrei dal Canzoniere amoroso e la porrei emblematicamente al centro dell’esperienza lirica che accompagna il nostro autore: ‘Il tuo gelo / mi ustiona’. Ecco: ho l’impressione che turbamenti e aspre veglie, malinconie e rare esultanze, passino di lì”.
tmr ( “L’Attacco” - 13 novembre 2008) October 13 L’incendio di Peschici e altre storie in mostra dall’11 ottobre nel centro garganico
October 06 Carpino visto da Francesco Rosso in "Gargano Magico" (1964)Le nenie di Carpino in “Gargano magico” di Francesco Rosso
a cura di Teresa Maria Rauzino
Un selvaggio, bellissimo Gargano emerge dalle note di viaggio di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento: giornalisti, letterati, storici dell’arte. Il gusto della scoperta antropologica si unisce alla descrizione delle bellezze naturali che stupiscono anche «scafati» osservatori I suoi reportage sono vere e proprie inchieste sociali. Nel volume “Gargano magico” (Teca, Torino 1964), Rosso descrive la realtà complessa dello Sperone d’Italia. Un Gargano dalla bellezza intatta,che si sta lentamente spopolando a causa dell’emigrazione. Il paese più povero del Gargano è Carpino: mezzo nascosto nella stretta valle tagliata nelle pietrose profondità garganiche, è il risultato di una gara anarchica, un gioco urbanistico che alla fine ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Un miracolo di cui sono stati artefici contadini e muratori analfabeti. Una civiltà del gusto imparata dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, fra montagna, pianura, lago e mare. Rosso sfata un luogo comune su questa comunità, un’ombra nera proiettata su di essa dal romanzo di Roger Vailland “La Loi”, vincitore di un premio Goncourt (e dal quale il regista Jules Dassin trasse anche un film, La legge, interpretato tra gli altri da Yves Montand, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni). «Il romanzo dello scrittore francese - scrive Rosso - ruota attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto la legge. E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici, perché nella sua storia non ci sono tradizioni fosche». La chiusa di Francesco Rosso racchiude il «senso della vita» di un paese del Sud senza risorse: Carpino è un paese bellissimo e malinconico. L’esistenza non è gioconda, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole. Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito, in un paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo. Riflessioni profonde, che disvelano il senso esistenziale delle suggestive ninne-nanne del vetusto cantore Antonio Piccininno. Scoprono alle radici l’identità e la vera essenza del ricco patrimonio musicale del Gargano, portato oggi all’attenzione nazionale dal Carpino Folk Festival.
Ecco il testo integrale di Francesco Rosso:
«Quando, finita la sconvolta discesa di Cagnano, si aggredisce il rettilineo lanciato attraverso la vasta pianura, l'occhio è attento solo all'asfalto che sfila sotto le ruote e, ingannato dall'uniforme piattezza che nasconde persino il lago, trascura Carpino, alto sul pinnacolo di una collina, mezzo nascosto dal movimentato scenario della stretta valle tagliata come una ferita nelle pietrose profondità garganiche. Carpino è la risultante di una gara tra fantasie anarchiche, un gioco urbanistico realizzato senza regole che alla fine, benché ciò non rientrasse nelle previsioni, ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Veduto dalla strada statale, sembra una bizzarra costruzione cubista eretta da bambini fantasiosi con dadi variamente colorati. Si potrebbe pensare ad un villaggio di nani, costruito sulla loro misura; eppure gli uomini che lavorano nei campi sono di taglia atletica, nerboruti, bisognosi di spazio anche quando crollano per il riposo. Infatti, di mano in mano che si sale il colle in cima al quale è arroccato il paese, le prospettive di Carpino si definiscono. Il cilindro giallo che si vedeva in lontananza è il breve torrione di un castello ora trasformato in caravanserraglio per non so quanti nuclei familiari, i cubi azzurri, gialli, bianchi sono case tutte quadrate e uguali, con terrazze, balconi, altane a livelli diseguali che si rincorrono in aeree scalinate verso il cielo. Le strette viuzze sembrano fenditure d'ombra nella gaiezza policroma delle abitazioni e ci si arrampica con le capre camminando sotto cascate di gerani che traboccano dalle terrazze, dai davanzali di aeree finestre raggentilite da cornici di lineare eleganza, da panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto. Quale immaginoso architetto ha elaborato le improvvise scenografie delle ardite scalinate, le quinte policrome di case disposte con capricciosa asimmetria per limitare la vastità del paesaggio spalancato sulla valle, chiudere nel cerchio di raccolta intimità il villaggio battuto dai venti garganici? Contadini analfabeti, e muratori altrettanto analfabeti furono gli ignari artefici del miracolo urbanistico; le cornici essenziali che chiudono le finestre, le porte ad arco sulle facciate disadorne, l'aggetto dei terrazzi su povere case, rivelano una civiltà del gusto certo non imparata a scuola, ma dall'armonia del paesaggio in cui questa gente vive, svariante fra montagna, pianura, lago e mare. E sono ancora contadini analfabeti ad ornare con festose ghirlande di gialle pannocchie, di peperoni scarlatti, disposte con inconscio gusto della decorazione, le facciate delle case esposte al sole, a chiudere con dorati fondali di granturco i vani terminali di stradette aperte sulla vallata. Carpino gode immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l'intero Gargano. Il signor Roger Vailland, quando, venne in vacanza da queste parti, raccolse come autentiche ed attualissime antiche vicende sepolte da secoli. Gli uomini che siedono al rezzo sulla quadrata piazzetta dominata dalla chiesa, limitata e definita come un palcoscenico su cui la domenica sì recita la piccola sagra delle modeste vanità locali, sono diversissimi da quelli che lo scrittore francese ha abbozzato nel romanzo « La legge », divulgato poi dal film omonimo. Nelle ore che precedono il tramonto, quando l'aria estenuata dalla calura sfiora con le prime folate fresche i tetti delle case, i carpinesi si riuniscono in piazza, quelli che non lavorano, s'intende, perché gli altri tornano dai campi a notte piena. Il campionario è completo, tutte le classi sociali del paese sono rappresentate. C'è il ricco possidente, ma senza la iattanza del feudatario; c'è il professionista, ma senza la boria del colto fra gli analfabeti; c'è il maresciallo dei carabinieri, ma non la intimidatrice autorevolezza dell'autorità costituita; c'è il manovale povero e analfabeta, ma senza la falsa umiltà del debole angariato. Formano una comunità ben definita, non afflitta da stridenti ingiustizie sociali. Anche il ricco, quando vi indicano le sue proprietà, risulta un ben povero nababbo; i suoi poderi sono distese di pietra su cui si affannano le capre in cerca di pascolo. Però, il signor Vailland era determinato a scrivere un romanzo ad effetto sull'Italia Meridionale, e poiché altri filoni erano già troppo sfruttati, si rivolse al Gargano, ancora poco noto alle platee avide di sensazioni forti. Un vecchio feudatario sensuale, cinico, sterminatore di vergini, spietato sfruttatore di plebi sottomesse gli andava bene per un romanzo a tinte fosche impostato sulle differenze sociali nell'Italia Meridionale. Non si può negare che condizioni simili esistano nel Sud non nel Gargano, dove il ricco autentico non esiste. Sovente la ricchezza è più stracciona della povertà, per cui è difficile distinguere l'aristocratico dal manovale. Eppure, nel romanzo dello scrittore francese non c'è un personaggio pulito; prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto « La legge ». E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull'Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici proprio perché nella sua storia non ci sono tradizione fosche. La gente è pacifica, di indole mite, forse un po' pigra, aliena dalla violenza e dal delitto. Sono uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d'india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini a mettere le mani su piccole cose che non gli appartengono; capre, giumente, muli sorpresi liberi nel pascolo. Dopo averli conosciuti, si comprende che sarebbero generosi, ospitali, se lo potessero. Non potendo offrire altro, diventano amici di chi li avvicina, persino fastidiosi nelle manifestazioni di eccessiva cordialità non sempre disinteressata. Bellissimo e scenografico, Carpino è forse il villaggio più povero del Gargano, con poca terra da coltivare, assai lontano, nella pianura sconfinante col lago di Varano, con greggi di capre sparse a brucare la scarsa erba sui petrosi pascoli della montagna. Se gli uomini fossero nati inclini alla violenza, nessuno se ne sarebbe stupito; l'ambiente e le condizioni in cui vivono li avrebbero giustificati. Invece, come tutti i garganici, sono duri solo in apparenza, subito sciolti con coloro che cercano di comprenderli. Giocano ancora alla « Legge »? Sì, giocano ancora, ma non nei modi con cui li ha descritti Roger Vailland. Si riuniscono in cinque o sei nell'osteria, ordinano alcune bottiglie di vino, o di birra, ed incominciano a puntare con le dita, chiusi in un cerchio di complicità impenetrabile. Si direbbe che congiurino, e giocano soltanto una specie di morra per eleggere il capo, colui che detterà legge. Egli ha il diritto insindacabile di far bere il vino, o la birra a chi vuole lui, mentre tutti gli altri pagano. Una sola seduta mi convinse che « la legge » è un gioco noioso per chi, come me, non sa penetrare nell'atmosfera di mistero che i giocatori creano, senza comprendere che quel gioco può essere, per alcuni, l'occasione di bevute gargantuesche quasi gratuite. Inoltre, c'è il piacere della beffa, il sorriso agro degli esclusi, la gioia di risate irrefrenabili quando qualcuno si ribella alla « legge ». E’ un gioco molto diffuso nel Meridione, chiamato talvolta passatella, talvolta tocco, talvolta legge. Un tempo, chi era eletto capo della piccola assemblea di bevitori, aveva il diritto di offrire il bicchiere a chi voleva, ma anche di processarlo dicendogli tutto ciò che pensava di lui, di sua moglie, dei suoi figli, delle sue sorelle, salvato dall'immunità che gli derivava dalla sua condizione di capo. Accuse di furto, adulterio, violenza carnale, pecoraggine erano pronunciate a mezza voce nel fumoso stanzone dell'osteria: cadevano come macigni sull'accusato cui il vino ricevuto dono si trasformava in fiele. Ma nessuno osava ribellarsi, quella era la legge. Ciò accadeva un secolo addietro, anche i più anziani ne ricordano le movimentate notti invernali trascorse nel gioco della « legge », trasformatosi ora in modesto antagonismo bibitorio. Sempre più raramente, distratti da altri intere (il cinema, la televisione, una certa facilità di amoreggi con le ragazze), si seggono attorno al tavolo, eleggono il capo e attendono la designazione col pomo d'adamo che gli guizza sotto la pelle del collo, tutti in succhio nella speranza di bere quasi gratuitamente alcuni bicchieri di vino. La sera quando gli uomini tornano dal lavoro nei campi, il palcoscenico della piazzetta si anima d'improvviso. Seduti sui bassi scranni, gli anziani che hanno trascorso le ore in silenzio, cacciando con pigre mani la molestia aggressiva delle mosche, si risvegliano dal letargo per commentare la vita di tutti coloro che sfilano sotto i loro occhi distratti, uomini di pelle scura, conciata e arrostita dal sole, gli sguardi allucinati dal lungo riverbero luminoso, la schiena stroncata dalla fatica della mietitura. Nelle ore torride della canicola Carpino sembra un paese ubbriaco di luce, un paese stordito dalla vampa, reazioni con le viuzze deserte e la piazza devastata dal spietato. Sono le ore che preferisco in questo fantasioso villaggio, mi eccita il pensiero di camminare sul sonno della gente abbandonata alla siesta, fra le galline che chiocciolano razzolando fra la spazzatura della strada, fra gli asini legati al muro e con le frange inerti a sfiorare il suolo. Tutto è immobile nella luce arroventata, il silenzio è profondissimo, il ronzìo delle mosche instancabili rimbomba con fragore. Da un'altana, dal terrazzo di uno scoglio, l'occhio ha tutto l'orizzonte per sé, domina la dilagante pianura gonfia di umori caldi. Dal torrioncino di pietra gialla del castello, su cui sventola l'afflitto pavese di povera biancheria intima stesa ad asciugare, il lago di Varano appare come sommerso dalla cateratta di luce che crolla dal cielo sterile. L'acqua si stempera in tonalità grigio-azzurre, diversificandosi dall'Adriatico non per il sottile istmo di sabbia gialla ma per il variare dei colori; verde fondo il mare, grigio spento il lago. Tra i campi gialli di stoppie, le cicale si eccitano stridendo con frenesia monotona, ubbriache di sole. Splendono i pomidoro come vampe nell'aria infuocata; sulle pale immense dei fichi d'india, un freddo metallico che non dà ristoro all'occhio abbacinato, gonfiano i frutti spinosi, grossi, polposi, dolcissimi. Folgorato dal sole, Carpino attende il brivido delle prime ombre serali per ridestarsi; allora il «Caffè Vittoria» e la piazza incominciano a popolarsi per i quotidiani, pigri pettegolezzi, cui il cantilenante dialetto toglie ogni asprezza. Dopo tanto sole, non si ha più l'energia necessaria alla cattiveria autentica; gli antagonismi, le avversioni, si esauriscono in placata maldicenza, tutti hanno coscienza di essere simili agli altri nei difetti e nelle qualità, di condividere un destino poco benevolo che tutti eguaglia. Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell'ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L'esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole. Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all'esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all'uomo.
Il testo è tratto da “Gargano magico” di Francesco Rosso (Teca, Torino 1964, pp.45-50).
SCHEDA SU FRANCESCO ROSSSO Francesco Rosso arrivò al giornalismo attraverso gli studi letterari, ma anzichè dedicarsi a quelle particolari forme di reportage genericamente definite “da voyageur”, cioè riferendo impressioni e sensazioni di derivazione intellettualistica, si era specializzato nelle inchieste sociali. Inviato speciale del quotidiano torinese « La Stampa », aveva viaggiato in quasi tutti i continenti. Visitò paese per paese tutto il continente africano, dal litorale mediterraneo all'oceano immenso in cui si annullano Madagascar e Zanzibar, riferendo i fermenti delle popolazioni negre avviate alla difficile indipendenza o ancora afflitte dal colonialismo, come le Rodesie, il Sudafrica e Mozambico. Da Cuba, dove seguì gli sviluppi della rivoluzione castrista, egli visitò tutti i paesi del Centro e Sud America scossi da sanguinose rivolte, come la Colombia, o inquieti per i fermenti populisti come il Brasile e l'Argentina, il Cile, il Perù, il Paraguay. In Asia, attraverso l'India e il Pakistan, indagò sul problema delle masse enormi di uomini afflitti dalla fame. Nel Medio Oriente sempre agitato da rivoluzioni, assistette alla sommossa culminata nel regicidio di Bagdad, alle esplosioni dei contadini persiani, ai tumulti di Damasco, Gerusalemme, Ankara. La sua inclinazione a studiare l'uomo nel suo ambiente lo indusse, in “Gargano magico”, a indagare la realtà socio-culturale dello Sperone d’Italia.
September 17 ALLA SCOPERTA DI RODI … CON IL TRENINO DELLA GARGANICAROTARY CLUB DI MANFREDONIA ALLA SCOPERTA DI RODI … CON IL TRENINO DELLA GARGANICA
Domenica 14 settembre, una delegazione della sezione del Rotary Club di Manfredonia, guidata dal dr. Sabino Sinesi, è giunta a Rodi Garganico con il “mitico” trenino delle Ferrovie del Gargano. Ad accogliere il gruppo la dr.ssa Maria Rosaria Zagaria, presidente della sezione del Rotary Club Gargano. Un arrivo salutato da una pioggia leggera, la prima dopo tre mesi di siccità. Il percorso “alla scoperta di Rodi” è iniziato con una visita al costruendo porto turistico, le cui caratteristiche sono state illustrate da un promoter della “Remax Acquachiara” che ha descritto il plastico del porto di Rodi postato nel gazebo della Cidonio SPA, rispondendo poi alle domande e curiosità dei rotariani. I posti barca saranno 360, su una superficie di 90mila metri quadri; circa 29mila mq lo specchio d’acqua del porto. La profondità del bacino di ormeggio andrà da un minimo di tre metri e mezzo a un massimo di 4 metri e mezzo, per consentire l’accesso alle imbarcazioni sia a vela che a motore di lunghezza compresa tra gli 8 e 25 metri (con qualche unità di 40 metri). Sulla piazzola di banchina è prevista la realizzazione di una area attrezzata dove saranno ubicati, oltre ad un eliporto, bar, ristoranti, locali commerciali, negozi, officine, servizi igienici, uffici; infine, la torre di controllo e, naturalmente, il distributore-carburanti. Una parte della superficie dell’area sarà destinata al rimessaggio e riparazione delle imbarcazioni. Il porto turistico è ormai in avanzato stato di costruzione: l’inaugurazione è prevista nel mese di maggio 2009. Sarà titolato a «Maria SS.ma della Libera», nome della Patrona di Rodi Garganico, che conserva nel suo Dna la vocazione per il mare e per l’arte della marineria. La prima richiesta per la costruzione di un moderno porto a Rodi risale al 1908: l´amministrazione comunale cercò, fin da allora, di dotare la città di un porto a servizio dei traffici commerciali. Dopo questa rapida ricognizione delle potenzialità del futuro porto, il gruppo dei rotariani ha proseguito la visita guidata, recandosi dal centro della cittadina garganica fino al santuario della Madonna della Libera, dove la sottoscritta (guida turistica decisamente improvvisata!) ha tracciato un rapido excursus sulla storia della città. Più per leggenda che per fonti storiche, si fa risalire la fondazione di Rodi all’VIII secolo a.C, ad opera di un gruppo di marinai greci, i "Rodii Argivi". Certamente fu città romana. Gli abitanti sono molto devoti alla Madonna della Libera il cui Santuario ha un'origine suggestiva: si narra che nel 1453 una delle navi veneziane provenienti dall’Oriente, e che trasportava le sacre Icone salvate dalla distruzione turca, si “bloccò” al largo di Rodi. La nave, inspiegabilmente, non riusciva a riprendere la navigazione. Salito in paese per chiedere se ci fossero correnti contrarie alla navigazione, per ben due volte il capitano vide una delle icone della Madonna, prelevate a Costantinopoli e trasportate sulla sua nave, reggersi miracolosamente su un macigno. Solo dopo averla donata ai rodiani, poté riprendere il viaggio. Nel luogo in cui il quadro si era posato, adiacente alla preesistente cappella di Santa Lucia, fu edificato il primo nucleo del santuario mariano. Venuta dal mare, la Madonna accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane dei traffici sul mare. Il santuario reca sul frontale la dicitura: «A devozione dei naviganti». Rodi Garganico, rinomata per la sua marineria, allacciò fiorenti traffici con la vicina Dalmazia, con il resto del Mediterraneo e perfino con l’Oriente. Esportava vini, arance, limoni ed olio. La storia della Madonna della Libera è da inserire nel contesto della storia marinara della città e del suo fiorente commercio agrumario. La costruzione del santuario fu portata a termine con le offerte dei rodiani, purtroppo nulle negli anni delle terribili “gelate”, che negli inverni del 1891 e del 1895 fecero svanire il sogno di ricchezza di molte famiglie. In queste occasioni, la Vergine della Libera veniva portata in processione dal suo Santuario fino al Belvedere, nella speranza che la neve non gelasse le delicate zagare in fiore. Nel Santuario sono raccolte numerose tavolette votive, con scene di naufragi. Quando i trabaccoli carichi di agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia, i superstiti si recavano a sciogliere voti alla Madonna della Libera. Molti rodiani abbandonarono gli agrumeti, distrutti da frequenti gelate, e lasciarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, concentrando le loro speranze di riscatto economico nelle Americhe, e precisamente nel New Yersey, a Hoboken, un’area suburbana di New York. Hoboken diventò la seconda patria di questa gente di mare che si portava dentro il ricordo della Madonna della Libera e continuò a festeggiarla oltremare ogni 2 luglio. Dopo questa “full immersion” nella storia del culto della sacra Icona, il rettore del santuario, don Michele Carrassi salutando i rotariani, si è soffermato sul significato della denominazione data al santuario della Madonna della Libera. Il gruppo ha ammirato quindi il sacro Quadro; dietro l’altare del santuario è presente, oltre al “Sacro sasso”, anche una perfetta copia dell’Icona, utilizzata durante le processioni per evitare il deterioramento dell’originale che, dopo l’ultimo restauro della Soprintendenza di Bari, custodito nella teca monumentale della cripta. Dopo la visita al Santuario, il percorso è proseguito nelle suggestive viuzze del centro storico, dove sono collocate le principali emergenze architettoniche di Rodi Garganico. L’itinerario ha toccato il primo convento francescano (oggi chiesa di San Pietro e Paolo, quasi sempre chiusa al pubblico); il Belvedere, dove si affaccia la cinta muraria con quel che resta del Castello dei Cavaniglia, fino alla torre d’angolo dello Spuntone. Delle torri d’avvistamento presenti a Rodi Garganico, quella dello Spuntone è la struttura più recente, probabilmente costruita nel 1535 da Pietro di Toledo, viceré di Napoli, per difendere il centro abitato dagli attacchi dei Turchi. Da questa torre si potevano vedere quelle di Monte Pucci e di S. Menaio, mentre dal lato opposto si guardava a vista la Torre di Calarossa, nei pressi di Torre Mileto. Scendendo dal Castello e risalendo i ripidi e stretti scalini dei vicoli del caratteristico quartiere marinaro del Vuccolo, di probabile origine longobarda (dove un tempo sorgeva la chiesetta di san Michele Arcangelo oggi non più esistente), i Rotariani si sono soffermati ad ammirare, oltre ai monumentali comignoli, la Chiesa del Crocifisso, un edificio chiuso al culto dopo il terremoto del 1995, e da circa un anno transennato per un ormai imminente restauro. La passeggiata è proseguita fino all’Hotel Piccolo Paradiso, nel cuore dell’oasi Agrumaria di Rodi, dove c’è stato un conviviale tra il gruppo di soci del Rotary Club Manfredonia e quello del Gargano. Alle 16,30 di nuovo in carrozza, sul trenino della Garganica, alla volta di San Severo, per proseguire poi in auto fino a Manfredonia. Una bella iniziativa, utile senz’altro alla promozione del territorio e alla conoscenza dei beni culturali di questo angolo di Paradiso, da parte di chi vive nella parte opposta del Gargano. I Rotary Club del Gargano e di Capitanata, fra le varie iniziative, l’anno scorso hanno promosso a Peschici un convegno sugli incendi boschivi, donando un automezzo antincendio alle “Giacche Verdi” di Vico del Gargano. Il Rotary ha al suo attivo numerose iniziative a livello nazionale ed internazionale che i soci svolgono gratuitamente o autofinanziandosi. E’ partner, insieme all'Organizzazione Mondiale della Sanità, all'Unicef e al CDC, della “Global Polio Eradication Initiative” (Eradicazione Globale della Poliomielite). La Puglia, con tutti i suoi Club, è compresa nel Distretto 2120 insieme alla Basilicata. L'Italia fa parte della Zona 12 (divisa in 10 Distretti con a capo altrettanti Governatori) che include anche Albania, Malta e San Marino. Per quanto riguarda il “Treno del Gargano”, ricordiamo ai nostri lettori che esso verrà presto istituzionalizzato nei pacchetti di offerta turistica del Promontorio. Porterà i passeggeri interessati a nuovi percorsi “culturali” da Foggia a Rodi Garganico e Peschici. Il treno, con carrozze moderne e climatizzate, sosterà nelle stazioni delle cittadine costiere mentre i turisti verranno accompagnati in visite guidate ai centri storici e ai principali monumenti del territorio. Tra i beni del patrimonio della civiltà marinara da ammirare, un trabucco, antico strumento di pesca che stava lentamente scomparendo sulle coste garganiche, ripristinato e rilanciato dall’associazione “I trabucchi del Gargano” presieduta da Pina Cutolo. Per il viaggio inaugurale del “Treno del Gargano”, promosso da Marialuisa d’Ippolito, capodelegazione FAI del capoluogo foggiano, la partenza è fissata al 21 settembre, con il seguente programma: ore 9: partenza “Stazione di Foggia” - ore 10.30: arrivo “Stazione di Rodi Garganico”, visita guidata del centro storico, degustazione di prodotti tipici - ore 14: partenza per Peschici - ore 14.30: arrivo “Stazione di Peschici”, Concerto di musica folk del Gargano, visita guidata a centro storico e Trabucco - ore 18: partenza per Foggia - ore 21: arrivo “Stazione di Foggia”.
Teresa Rauzino
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a cura di TERESA MARIA RAUZINOhome page sito: http://www.microstorie.net NOVITA'MICROSTORIE LUGLIO 2008Lucien Febre, storico delle «Annales», dettava questi “anomali” consigli agli aspiranti ricercatori: «Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita, in tutta la sua varietà. Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. (...). È tutto? No. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d'ogni sostanza. Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate la gelida vita della principessa addormentata...». Di questo insegnamento cercheremo di far tesoro nel proporvi le nostre, speriamo interessanti, MICROSTORIE. Questo mese ci sono due nuovi collaboratori a Microstorie:
July 1
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Teresa Rauzinowrote:
Le condizioni di Davide si sono aggravate lunedì sera. Per quel che è dato sapere, ha avuto una crisi cardiaca e respiratoria dovuta anche all’aperturta del dotto di Botallo, che è un problema che nei bambini prematuri si risolve facilmente con una terapia farmacologica, inefficace tuttavia nel caso di Davide. Il bambino è stato intubato e trasferito al Policlinico, senza che nessuno abbia chiesto il consenso o il semplice parere dei genitori. La legge italiana non prevede il consenso dei genitori per l’intubazione, ma la situazione particolare di Davide avrebbe dovuto suggerire ben altro comportamento. In occasione di una precedente crisi respiratoria, quando i genitori erano privati della potestà genitoriale, si chiese il parere dell’allora tutore, dottor Magaldi, e fu presa la decisione di non intubare.
Mentre scrivo, Davide viene sottoposto a dialisi, benché intubato. Eccezion fatta per l’onorevole Luca Volontè, dubito che chiunque possa vedere in tutto ciò qualcosa di diverso da un insensato, cinico, irresponsabile, crudele accanimento terapeutico. Mi spiace dover usare questa parola, accanimento. Mi spiace non per i medici, ma per i cani. I cani hanno una pietà, una delicatezza di sentimenti, una capacità di comprendere e rispettare il dolore che nessuno di questi fanatici della scienza e della tecnica possiede anche solo in minima parte. Antonio Vigilante
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Il post di Antonio Vigilante è alla pagina: http://minimokarma.blogsome.com/2008/06/18/18-giugno-mercoledi/
LA PETIZIONE "Una firma per Davide" è stata sottoscritta da 2153 persone: http://www.petitiononline.com/mod_perl/signed.cgi?davmar
June 19
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Teresa Rauzinowrote:
E' on line il numero di giugno di "punto di stella", il mensile d'informazione del Gargano diretto da Piero Giannini. Potete leggerlo e scaricarlo qui: http://www.puntodistella.it/public/file/giornale/anno_2_giugno_2008.pdf
June 13
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